Alice nel paese di “Amoris laetitia” (Sandro Magister)


Ripubblico un interessante articolo di Sandro Magister apparso su http://www.chiesa.espresso.repubblica.it

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ROMA, 7 giugno 2016 – Occhio all’autrice del volume qui sopra, prima edizione critica di un capolavoro di san Basilio il Grande andato perduto nell’originale greco ma giunto a noi grazie a un’antica versione in siriaco attestata in cinque manoscritti, pubblicato due anni fa dalla storica editrice Brill attiva in Olanda dal XVII secolo.

L’autrice è Anna M. Silvas ed è studiosa tra le più rinomate al mondo dei Padri della Chiesa, soprattutto orientali. Appartiene alla Chiesa grecocattolica di Romania e vive in Australia, ad Armidale, nel Nuovo Galles del Sud.

Insegna nella University of New England e nella Australian Catholic University. I suoi principali soggetti di studio sono i Padri Cappadoci, Basilio, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, lo sviluppo del monachesimo, l’ascetismo femminile nella prima cristianità e nel Medioevo.

Tiene inoltre corsi sul matrimonio, la famiglia e la sessualità nella tradizione cattolica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia di Melbourne.

Quello che segue è il suo commento all’esortazione apostolica postsinodale “Amoris laetitia”, pronunciato davanti a un folto pubblico con vescovi e sacerdoti e poi pubblicato sul sito web della parrocchia del beato John Henry Newman a Caulfield North, nei pressi di Melbourne:

Il testo originale del commento è arricchito con alcune note a piè di pagina e un epilogo con un brano di san Basilio, qui omessi.

Ma non una parola di più. Il commento di Anna M. Sllvas è tutto da leggere. Brillante, acuto, competente, schietto. Un esempio luminoso di quella “parresìa” che è dovere di ogni battezzato.

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Viva viva Sant’Eusebio….


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Leggiamo dal Corriere della Sera, sacro libro di noi tutti

Martedì ha ricevuto anche i saluti di papa Francesco, arrivati al suo capezzale con le parole di monsignor Vincenzo Paglia. Prontamente.
Perché proprio qualche giorno fa il Santo Padre aveva voluto avere notizie sulla salute di questo politico che ha dedicato la sua vita ai diritti di civiltà, non soltanto in Italia. E basta andare nella sede storica dei Radicali, alle spalle del Pantheon, e vedere tutte le associazioni dove si lavora senza risparmiare energie.

Giacinto (detto Marco) Pannella si avvia al grande salto e ci risulta che non ha optato per andare a farsi una bella (?) eutanasia all’estero (ci sono gruppi che operano in tal campo, qualsiasi sia la vostra nazionalità) e, a quanto vediamo, ha pure i conforti della fede con tanto di gesuiti in carriera che si interessano alla di lui sorte e ne ricordano le grandi campagne (aborto, divorzio, eutanasia etc…). In pratica quello che passa per pontefice in questi turbati anni acclara alle nostre menti che tali azioni non sono colpe, anzi cose buone e giuste, di fatto dicendo ad un peccatore (così lo vede, no?) bravo figliolo, insisti fino alla meta.

monty_python_life_of_brian_terry_jonesA questo punto un processo verso la beatitudine potrebbe essere dietro le porte. Per rifarmi ad un bel film di Manfredi, Per Grazia Ricevuta, direi che il capo radicale si avvia a morire da Farmacista, confessato e con tanto di viatico (vedrete che ce lo diranno). Mi chiedo se non avessero avuto diritto pure i tanti convinti ed esortati a fare certe cose… chissà, a loro il Monsignor Paglia non penso facesse tanto caso…

mussE dopo il Corriere pure P. Battista con il Corpo di Pannella (dice: Il suo corpo è la sua politica). Consiglierei, prima di sprofondarsi in richieste di frammenti di abiti e un “lassiatemelo toccare, lassiatemelo toccare” alla maniera della Gradisca, di rileggersi l’agile libro di Luzzatto, fornisce un buon modello per certe sbandate. Prevedo, post decesso, il ritorno della Bonino come sacra vestale e unica portatrice della eredità (din din) spirituale… nei mesi precedenti era svanita quanto mai, perfino lanciando anatemi, ma adesso ci sarà la solita lotta Achei Troiani per corpo e armatura.

AGGIORNAMENTO: Saltò.

“ADESSO BASTA” OVVERO COME RECENSIRE UN LIBRO SORSEGGIANDO UN COCKTAIL POCO PRIMA DI ANDARE A FARE UN SIT IN CON QUEI ROMPISCATOLE DI OPERAI


Essendo ancora un po’ ingenuo riesco a restare perplesso nel trovare recensioni di questo tipo sull’Unità. Ti presentano un libro come se fosse la soluzione dei problemi del mondo, l’uscire dal sistema finanziario e invece, a quanto si legge poi nell’articolo, si tratta di una faccenda decisamente differente. Che razza di esempio sarebbe un manager di grandi aziende che decide di starsene in barca 4 mesi all’anno? Vogliono nascondere messaggi rivolti a D’Alema o l’Unità ha deciso di trasformarsi in una rivista patinata, quelle con le foto delle spiagge meravigliose, il mare azzurro e trasparente, gli hotels esclusivi dove perfino gli asciugamani sono tempestati di pietre? La Direttrice è già su quella strada, a mio parere, e non la definirei un punto di riferimento per la base -se esiste ancora e non se la sono giocata definitivamente-, ma pure il giornale ora compie la virata a grande velocità.  Quando leggo che il Perotti (l’ex manager) ha dovuto fare solo piccole rinunce e che queste rinunce sono il SUV e le vacanze esotiche sorge in me una domanda: mi prendete per il culo? Oh operaio di Termini Imerese, pare dire l’Unità, rinuncia al lavoro -mmmm ad essere sincero non è che sia spontanea la rinuncia- e vai sulla tua barca (?) e fai lo skipper per 4 mesi (?), vedrai come starai meglio, dovrai solo rinunciare al SUV (??) e alle vacanze esotiche (??). Io capisco, o giornalisti dell’Unità, che si debba fare una bella pubblicità alle pubblicazioni di Chiarelettere -terza casa editrice in Italia- ma non vi pare un tantinello troppo presentare come modello di “uscita dal sistema capitalistico” un capitalista che i soldi se li è fatti e se li è pure investiti? Non mi direte che la barca l’ha costruita a tempo perso segando legname dietro casa…

BENITO MUSSOLINI E’ UNO DEI LELE MORA BOYS


Lele Mora avrebbe acquistato una parte dei presunti Diari di Benito Mussolini, l’altra metà sarebbe in possesso di Dell’Utri. Pare che Mr. Mora abbia più di una volta ribadito la sua fervente passione e adorazione per il capoccione di Predappio. La cosa vi risulta strana? A me no. Io vedo delle forti somiglianze tra una foto come questa

E una come questaPer non parlare delle ipermuscolature dei vari capoccioni scolpiti all’epoca.

NOI AMIAMO SILVIO: L’EDICOLA NON E’ MAI STATA COSI’ BELLA


Esce in tutte le edicole Noi Amiamo Silvio, una entusiasmante carrellata fotografica dedicata all’immortale S. B. Per l’occasione sono state create varie versioni “personalizzate”, nate con lo scopo di risultare più gradite alle varie tipologie di italiani che accorreranno alla edicola più vicina per acquistare il prezioso volume. Questa è la versione standard.

Poi abbiamo, per gli amanti della realtà nuda e cruda, la versione senza l’ausilio di Photoshop

La versione deluxe, a numero limitatissimo, per le amiche di Silvio

La versione personalmente curata nella grafica e nei testi da Renzo Bossi

La versione per nostalgiciE la versione che verrà distribuita a televisioni e giornaliE per le parrocchie

EGO NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM, HABEMUS PAPAM ovvero OSTENSIONE DELLA SACRA MUMMIA DI GIORGIO BOCCA L’ARCITALIANO


Lo straItaliano Giorgio Bocca nello studio di Fabio Fazio

Ho appena guardato un pezzo della prona intervista di Fabio Fazio a quello che, con un gusto spiccato per l’iperbole, è stato introdotto come il mito del giornalismo italiano: Giorgio Bocca. Sulla capacità da trasformista dell’arcitaliano Bocca, un vero Proteo multiforme, ho già detto pochi giorni or sono. Visto che la Rai ha pensato bene di far intervistare Bocca giusto tre giorni dopo il Giorno della Memoria vediamo un po’ cosa pensasse deglli ebrei il MITO del giornalismo italiano. Dobbiamo vederlo su questo blog perchè il piegatissimo Fazio si è dimenticato di chiedere della fase prepartigiana del nostro mito, come ogni mito che si rispetti Bocca infatti esce dalla testa di uno Zeus partigiano tutto bello che armato di penna e moschetto..pardon fucile, non ha passato. Eppure un passato lo ha e non mi riferisco al solo aver firmato il Manifesto fascista sulla Razza, mi riferisco a questa articolo messo in prima pagina su«La Provincia granda – Sentinella d’Italia», Foglio d’ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo, in data 14 agosto 1942

Documenti dell’odio giudaico.
«I ‘Protocolli’ dei Savi di Sion»

Sono i «Protocolli dei Savi di Sion» un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo ebreo intende giungere al dominio del mondo.
La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana.
Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione.
Il povero «gojm» o «gentile» così il testo chiama i non ebrei, leggendo quei «Protocolli» rimane al tempo stesso stupito ed atterrito.
Anche se è in grado di sceverare da ciò che ha effettivo valore tutto quello che può essere enfasi ieratica o presunzione propria di chi si crede prediletto da Dio, il lettore ariano rimane impressionato dinanzi ad un opera così macchinosa e gigantesca, così ammalata di criminalità con tanta tenacia e spaventosa perseveranza condotta attraverso ai secoli da esseri che si sono sempre tenuti nell’ombra ed al riparo di propizi paraventi.
Il testo, dopo aver enunciato il principio che diritto è uguale a forza, descrive i mezzi ed indica i risultati a cui il popolo ebreo è già arrivato e quali mete dovrà ancora raggiungere per possedere il monopolio della forza, cioè del diritto, cioè del dominio del mondo.
In questo intento il popolo eletto, sparsosi per volontà di Dio in tutte le parti del mondo, ha lottato e lavorato per allontanare i «gentili» sempre più da una visione realistica della vita, per gettarli in braccia all’utopia, per indebolire la forza dei loro governi e per carpire nel frattempo le loro sostanze per mezzo della speculazione.
Lungo tempo è durata la preparazione consistente nella formazione di un reticolo capillare, unito negli intenti e potente nella finanza; quindi ha avuto inizio l’opera di dissolvimento.
I primi ostacoli da abbattere erano le due forze dell’aristocrazia e del clero.
Gli ebrei preparano la rivoluzione francese; l’aristocrazia cade nelle loro mani per mezzo del denaro, il clero viene combattuto e discreditato per mezzo della critica e della stampa.
Il malgoverno da essi prodotto stanca e disgusta il popolo.

Gli ebrei lanciano allora il grido: «Libertà, eguaglianza,  fratellanza».
La massa illusa e piena di speranza abbatte le solide istituzioni e prepara il campo a quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’oro, divengono i dominatori.
Dice il testo: «Abbiamo trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito» e più oltre «l’abuso di potere da parte dei singoli farà crollare tutte le istituzioni».
Un gran passo è già stato fatto, ma altre forze sono ancora da abbattere: la famiglia e la religione. Menti ebraiche preparano allora e confezionano per i veramente ingenui «gentili» un’altra più affascinante utopia: il collettivismo.
Cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano.
Dice il testo: «Lasceremo che cavalchino il corsiero delle vane speranze di poter distruggere l’individualità umana».
Quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, quando i popoli saranno esasperati dal fallimento di queste teorie e delle forme di governo che ne sono la conseguenza, allora, con la forza del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa, unita nella persona del monarca del sangue di Davide, imperniata sulla divisione gerarchica delle caste.
Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati però degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli.
Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia
immutabile, della realtà.
Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia.
Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei).

L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo.
Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale.
La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei.
A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei?
E’ certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo.
Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù.

Nel caso ci fossero dubbi ecco la foto del giornale originale

Ecco da dove sbuca Giorgio Bocca, in fondo potete trovare in nuce molti dei giochetti retorici usati dal nostro “mito” nella sua lunga e cangiante -di colore appunto- carriera.  Ora continuerà il coro angelico, da giornali a televisioni, che innalzerà il Giorgio nazionale alle celesti sfere, in vista della consacrazione che giungerà infallibile una volta morto: se sono riusciti a recuperare e semisantificare Craxi volete che non santifichino Bocca -tra parentesi, tra le mille forme è stato pure Craxiano e antiCraxiano (dopo che Craxi era caduto ovviamente)-.

IL GIORNALE, L’INQUISIZIONE, BRUNO VESPA E LA LIBRERIA ALEPH DI MILANO


La notizia è piuttosto curiosa e a tratti ridicola, ma il tono usato dal Giornale rende il tutto grottesco. Una libreria non è una biblioteca, la distinzione non mi pare da poco, la libreria è comunque uno spazio di vendita, gestito da un privato, con piena possibilità di scelta su cosa mettere in vendita e cosa non mettere in vendita, si puo’ ritenere l’idea di mettere un cartello “quì non si vende Vespa” un po’ sopra le righe, ma resta il fatto che il proprietario di una libreria ha il diritto di fare selezione sia a livello dei libri che a livello dei clienti e tirare in ballo Borges e il suo amore della lettura, come fa polemicamente il Giornale, è fuori luogo. Grave sarebbe se una biblioteca si permettesse di fare una selezione ideologica dei libri, quello sì, perchè è la biblioteca che custodisce la memoria dei volumi, la libreria li mostra, li publicizza, ma poi è soggetta al tragico sistema del continuo riciclo degli spazi, l’arrivo dei pacchi dei nuovi libri, e dunque non puo’ essere considerato un luogo di memoria e conservazione, dato che, con tutta la buona volontà dei suoi proprietari, deve comunque agire all’interno di un sistema di perenne produzione di libri.

Trovo sinceramente più nazi-maoista (come dice il Giornale) il seguente passaggio dell’articolo

Occhio per occhio, gogna per gogna: la libreria, sia qui scritto così da esporla al pubblico ludibrio, è la «Aleph» di Milano, nel mezzanino della stazione Lima della metropolitana, linea rossa, a quattro fermate da piazza Duomo e una da Loreto: se siete di passaggio, potete fare un salto a trovarli per non comprare uno dei loro 25.000 titoli presenti. Tranne quello di Bruno Vespa. In bella vista, però, in vetrina, spicca ad esempio l’ultimo libro di Fabio Volo.

La frase ha pure poco senso e si conclude con uno strambo esempio, c’è quello di Fabio Volo e non quello di Vespa, come a dire che Vespa abbia maggiore dignità di Fabio Volo. Personalmente schifo entrambi, ma immagino che ci sia gente che apprezza Volo, come ci sarà gente che apprezza Vespa, dunque da dove viene questa pretesa del Giornale di fare le classifiche di dignità?

Bandire un libro è una pessima mossa commerciale, scrive il Giornale, puo’ essere e allora? Una impresa privata ha il diritto di tentare la sorte, magari sarà un’ottima mossa commerciale e il fatto che si agisca fregandosene di eventuali ricadute economiche rende il gesto ancora più apprezzabile. Bandire un libro è un boomerang politico, dice sempre il Giornale, perchè si potrebbe fare come fanno loro e bandire libri “di sinistra”. Ora, premesso che immagino esistano librerie che fanno anche questo, ignote perchè non mettono il cartello, dove è il problema? Ci sono pacchi di librerie, librerie piccole, grandi, gigantesche, online, per corrispondenza, estere e italiane, quintali di librerie e poi ci sono le biblioteche statali, universitarie etc… Io continuo a non vedere il problema, mi pare anzi che si dovrebbe solo dire questo: l’esempio della libreria Aleph di Milano è l’esempio di una libera scelta da parte del proprietario, tale tipo di scelta non puo’ essere condannato e così non è condannabile una scelta simile, pur di parte opposta, fatta da qualsiasi altra libreria. Questo è un discorso che accetto. Ma paventare il rischio della censura nazi-maoista è un eccesso, ci sono anche numerose case editrici che fanno selezioni per “linee editoriali”, ma non mi pare di aver letto sul Giornale un lugubre treno dedicato a questo tipo di censura. Tirare fuori poi l’idea che il progetto sia quello di sopprimere l’identità dei nemici è di cattivo gusto, in particolare a distanza di due giorni dal giorno della Memoria, la libreria Aleph non è un campo di concentramento, Vespa è vivo e vegeto, il suo faccione era in tutte le televisioni, continua a condurre una trasmissione sulla rete pubblica, dai, siamo seri.

L’APOTEOSI DEL DIVO GIORGIO BOCCA: L’ETERNO VENTIDUENNE


Torna Giorgio Bocca, uno dei grandi vecchi (solo per età) della Repubblica Italiana, ritorna il fascista Bocca, 18enne firmatario del manifesto sulla razza di quel Mussolini che ora gli provoca schifo da amante tradita, torna Bocca l’uomo dalla morale dell’italietta, l’uomo che si riscopre dopo, un’eterno immemore memore, cade il fascismo e si scopre partigiano, muore Pasolini e si scopre pasoliniano, un grande vecchio (solo per età) che ripete le trite baggianate che ripeteva un tempo, cambia un paio di nomi, e i colleghi acclamano, torna Bocca membro nel ’45 di tribunali del popolo e firmatario di condanna a morte, l’uomo buono per ogni stagione, non sente freddo perchè trova sempre modo di infilarsi in qualche bella casa, accanto al camino, accucciato e brontolone come un botolo spelacchiato a caccia di biscotti, e i colleghi acclamano il grande vegliardo -sempre e solo per età- che distribuisce le sue pillole di banalità quotidiane e che si prepara ad essere consacrato, da morto, a simbolo del giornalismo italiano (per certi versi lo è), arriva Bocca che firma appelli contro Calabresi come firmava manifesti contro l’ebreo, il Bocca che ventiduenne sulla La Provincia Granda scriveva

Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, puo’ sorridere l’idea, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?

Già ci trovo tutto il retoricume del Bocca “partigiano” o del Bocca che guarda con orrore la rinascita del fascimo che lui vede incarnato da Berlusconi, dimostrando come sempre di non capire un fico secco, dato che il fascismo in Italia non è mai morto (è morto il partito, ma i metodi vivono da sempre) e dunque Berlusconi è una ulteriore metamorfosi del mostro. Ma Bocca non ha mai visto bene, è stato un giornalista dall’acume postumo (un acume piatto), ha detto agli Italiani che le Brigate Rosse non esistevano, sì, si è inventato pure questo. Certo Bocca non è l’unico dei nostri giornalisti e “intellettuali” che negli anni ’40 si destreggiavano con le loro farneticazioni antisemite -la lista è lunga-, aderendo a manifesti e partiti, e immagino che diranno tutti “eravamo ragazzi e da ragazzi si possono commettere errori”, vero, per questo non voglio biasimare in toto i membri della lunga lista -ma è lunga davvero-, pero’ Bocca è un recidivo, non è mai mutato e sotto sotto deve pensare ancora molte delle cose che scriveva 22enne -non certo un minore, probabilmente un minorato della ragione-. Bocca non è mai approdato alla ragione, ha sempre fatto quei discorsetti tanto simili ai conti fatti con bilance truccate, dove chi ti imbroglia è consapevole di imbrogliarti ma l’ha preso ad abitudine tanto da credere di non ingannare. Ora Bocca è approdato al tono da Apocalisse, il suo nuovo libro Annus Horribils (sarebbe stato meglio Asinus Horribilis et Sempiternus) è dedicato alla constatazione di aver vissuto invano, del trovarsi ora nel peggiore dei mondi possibili, peccato che ci sia arrivato dopo tutti, abbia intuito quello che già si sapeva e scommetto che nel libro userà il suo solito tono da maestrino, ammannendo una intera tavolata di banalità e di cose già dette da altri e meglio, ma sempre rimanendo confinato alla sua visione piccola piccola, quella che vede adesso e oggi l’orrore, solo oggi oppure si richiama al fascismo intendendo il fascismo come partito -ah, l’amante tradita-. Bocca farà il solito giro, andrà da Fazio dove un giorno ha mirabilmente esaltato Pasolini che disprezzava e con il quale litigava furiosamente (un litigio che non definirei uno scambio di opinioni, almeno dalla parte di Bocca), andrà da Fazio e riverserà i suoi motti brevi, quella sorta di stile per aforismi che butta fuori tra un brontolamento e un incespico, aforismi mediocri ovviamente, qualche frase a suo parere tranchant e Fazio farà il suo lavoro, farà il gran sacerdote del culto del Gran Vecchio del Giornalismo Italiano (lui non lo intenderà solo per età), mostrandolo corpo incarnato d’Iddio ai fedeli e alle dolci pecorelle, lui si mostrerà come un vecchio saggio scorbutico incattivito dal mondo e dalla vecchiaia, ed invece è sempre stato cattivo, quella cattiveria che deriva dall’essere meschini e invidiosi, livorosi, nessuna cattiveria titanica o pungente, la sua è sempre stata quello della fucilata sparata nella schiena, del pugno dato all’incatenato, ma cosa si puo’ fare contro la consacrazione di Stato? Il fascismo lo ha partorito, nel fascismo perenne è vissuto e ora il fascismo lo porterà alla apoteosi. Ave Giorgio.

SEGNALAZIONE: MICHEL DREYFUS E L’ANTISEMITISMO A SINISTRA


Segnalo l’uscita di un volume dedicato all’antisemitismo a sinistra, ad opera di Michel Dreyfus, storico e specialista del movimento operaio. Trovo particolarmente utile ricordare la citazione che viene fatta alla fine della recensione presente su Liberation

la gauche n’a aucune garantie de ne pas succomber au piège de l’antisémitisme

La Sinistra non ha alcuna garanzia di non soccombere alla trappola dell’antisemitismo.

Insomma non si deve cadere nella facile tendenza manicheista a suddividere il mondo in Bene e Male attribuendo ad una parte alcune caratteristiche e all’altra l’opposto. Ad esempio il fascismo oltre ad essere identificabile con un ben determinato tipo di movimento e di fase storica è anche un modo d’agire che si ritrova nella società moderna, senza distinzione tra destra e sinistra, rintracciabile nella realtà di tutti i giorni e senza che ci si richiami ai padri putativi che, addirittura, possono perfino essere soggetti a odio e biasimo da parte di chi applica quotidianamente metodi fascisti e perfino fascistissimi. Così anche l’antisemitismo non è solo a destra e non è solo di alcune nazioni. L’antisemitismo francese è sempre stato molto forte, perfino più forte che in Germania prima della II guerra mondiale, e tutt’oggi in Francia serpeggia con forza tanto da rendere frequenti episodi di violenza a danni di sinagoghe e persone. Naturalmente l’accusa fatta agli Ebrei è, di base, quella tradizionale, ovvero d’essere capitalisti e strozzini, ma ha avuto anche una “evoluzione” differenziandosi e venendo declinata in modo da renderla più attuale, a seconda dei fatti contemporanei. Celebre è l’affaire Dreyfus (a tal proposito ignoro se l’autore sia un discendente o meno), affaire che ha avuto in realtà una conclusione solo recente dato che si è dovuto aspettare il 1995 perchè l’esercito francese riconoscesse l’innocenza del Capitano. Paradossale ma documentato, anche nel libro di Dreyfus a quanto leggo dalla recensione, è il fatto che una parte degli antisemiti francesi durante gli anni 30 divenne strenua sostenitrice del pacifismo, finendo per accusare gli Ebrei di essere, in combutta con i Nazisti, alla base della guerra scatenata dalla Germania -ricordiamo che l’ossessione del complotto tra ebrei e tedeschi era anche alla base delle accuse fatte a Dreyfus e che i nazisti accusavano gli ebrei di essere all’origine della II guerra mondiale-. Le ultime propaggini di tale modo di (s)ragionare, scrive Michel Dreyfus, si possono trovare nelle tendenze antisemite riscontrabili negli ambieni della sinistra radicale nei confronti dello Stato di Israele. Ho usato in principio l’espressione antisemitismo a sinistra e non di sinistra perchè lo studioso sottolinea come non esista un antisemitismo propriamente di sinistra quanto un antisemitismo diffuso a sinistra. Voglio quanto prima leggere questo libro per vedere come l’autore ha trattato le molte questioni, anche se le premesse danno l’idea di un libro molto equilibrato e che non per forza si assoggetta a principi di massima inamovibili, cosa che non ho potuto constatare riguardo a questa questione e ad altre quando ho avuto modo di leggere un  recente libro di Losurdo sulla figura di Stalin.

Michel Dreyfus, L’antisémitisme à gauche, La Découverte,  pp. 346., 23 euro.