Botte da orbi per orbi, sordi e lobotomizzati: Cassius Klay vs Cassius Klay Disney


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Lasciatemi esordire con una banalità. La vita è strana. Tra le tante stranezze piccole e grandi della vita mai mi sarei immaginato di dedicatore 3 post a Cassius Clay. Non mi interessano gli sport, non mi interessa la boxe, non ho visto film, biografie, biopic, biodocu riguardo Cassius Clay, ma alla fine ne devo parlare perché è un esempio splendido. Un esempio splendido di come la gente riponga in altre persone più di quello che si dovrebbe, ad usare un po’ di cervello, e come la stessa gente poi si perda tra grida, orgasmi e pianti.

Una caratteristica evidente della società contemporanea è di dare la patente del pensatore e della polena della nave mondiale a chiunque, il tutto perché la sovraesposizione televisiva, il cinema, i giornali ed i libri gonfiano a dismisura certe persone, o meglio, l’idea di certe persone fino a confondere definitivamente i ruoli ed i reali pensieri. Si diceva che non c’è da biasimare Benigni, Benigni fa il suo mestiere, vi farà ridere o meno ridere, lo troverete servile, ma da buffo questo è quello che deve e può fare. Siete voi che avete accettato di investirlo del ruolo di vate di una Nazione, siete voi che avete seguito con i labbroni aperti le sue distruzioni di Dante, le sue fesserie storiche sulla Costituzione e l’Unità, siete voi che avete invocato un po’ ovunque la sua presenza nel mondo della scuola, nelle antologie, nell’insegnamento. Poi, avendo lui espresso, con un rapido ribaltamento, il contrario di quello che in quel momento, secondo l’onda demagogica prevalente, vi pareva il giusto, santo e buono ecco che allora il Vate diventa Johnny Lecchino, scaricatore di Berlinguer, buffone di corte, servo, doppiogiochista… ma resta il fatto che i fessi siete voi, lui è un furbetto, magari non eccelso, ma resta uno che fa il suo mestiere.

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A livello mondiale mo’ l’illusione Cassius Klay, in questi giorni l’avete dipinto come una sorta di santo (musulmano), un pensatore profondo, un uomo che ha visto il futuro, un esempio in ogni campo, Obama ha detto subito che grazie a lui l’America è migliore, peccato che nessuno ha fatto parlare Cassius Klay. Pare destino degli atleti afroamericani non potere raccontare la propria storia. Jesse Owen per anni ha ripetuto che la faccenda “Hitler indignato lascia lo stadio e manco lo salutò” è una palla, anzi, Hitler lo salutò e furono più gli americani a creargli problemi dato la situazione degli afroamericani in patria. Non è mai stato ascoltato, si è tentato di evitare che la storia raccontata dal protagonista non venisse fuori perché rompeva il quadro Disney del perfido tiranno furioso e del glorioso vincitore che viene disprezzato. Ora tocca a Cassius Klay, gioco forza una malattia terribile che lo ha praticamente menomato da decenni, a Cassius Klay vengono messi in bocca peana alla pacifica convivenza, ad una società mista, alla concessione di diritti per tutti e per tutto. Peccato che Cassius Klay secondo Cassius Klay pensava tutto l’opposto: matrimoni interrazziali da evitare, donne troppo libere da biasimare, bianco e nero pari son neppure per sogno e che dire dei troppi omosessuali per colpa dei bianchi?

E’ un match divino, Foreman rappresenta la cristianità, l’America, la bandiera. Non posso lasciarlo vincere. Rappresenta le costine di maiale (Muhammad Ali, 1974)

E così l’eroe dei diritti con i parametri attuali sarebbe biasimato come razzistissimo e magari pure indagato, espulso dal mondo della boxe (tanto per capire il clima nel quale si vive oramai). L’America migliore di Obama è, diciamolo pure, in gran parte esattamente l’estremo opposto dei desiderata di Cassius Klay. E allora di chi è la colpa? Del pugile campione o dei beoti che, prima e ora, lo hanno eletto a mentore delle loro paturnie esistenziali e del loro politicamente corretto declinato alla ennesima impotenza? Chi si merita i cazzotti in testa, Cassius Klay che dice quello che pensa e punto o voi che volete fargli dire quello che vi pare perché dovete ritrovarvi nel vostro idolo? Eppure era tanto semplice esaltare un campione per i risultati, e lasciare perdere fesserie di discorsi sul modello degli ideali e i diritti e le libertà, ma vi siete voluti far riconoscere, voi ed il vostro Cassius Klay Disney che sarebbe stato suonato di brutto dal Cassius Klay reale e messo K.O. al primo round.

L’intervista di Parkison (l’intervistatore aveva questo cognome poi rivelatosi, per un curioso gioco del destino, la condanna a vita del pugile) e quella di Frost mostrano quello che pensava Klay e mostra pure quello che è un oramai consolidato gioco suicida del cosiddetto occidente, ovvero attribuirsi colpe per ogni cosa, dire che la società ha imposto questo e quello ma noi, figli pentiti e derelitti, sfideremo il mostro e porteremo la luce. Questa tendenza al flagellarsi, ben più ridicola e da psicanalisi di quanto si voglia dire dei flagellatori per religione, è oramai diffusa ovunque, non solo tra la classe medio borghese statunitense e i radical chic.

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Oramai è tutto un fiorire di scuse, non a caso i papi, sbagliando clamorosamente, negli ultimi decenni passano più il tempo a porgere scuse che a  diffondere la religione, non a caso il mondo occidentale soffre del complesso del colonialismo e per chiedere scusa (ma allo stesso tempo inventarsi neocolonialismi sotto traccia, ben più distruttivi e spaventosi) si genuflette sacrificando la propria popolazione, ma i capi restano sempre in sella. Questo chiedere scusa è evidente in Parkinson, lui cerca di far cambiare idea a Klay e Klay tranquillamente para i colpi e risponde, picchia duro, mette in ginocchio Parkinson e tutti i minchioni che ora ne piangono l’altarino che loro stessi, i politici e i parassiti attorno a Klay, hanno edificato e decorato. Questo accade ancora oggi, più ci si inginocchia e si chiede scusa, si inventano protezioni per censurare la parola ed il pensiero, più da un’altra parte ci sarà chi picchierà duro, spaccherà musi, farà saltare denti e non c’è rivincita: quando sei a terra sei a terra.

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Articolo di Matteo Matzuzzi (da Il Foglio)

Il filosofo Rémi Brague smonta il paragone papale tra Corano e Vangelo

“Il cristianesimo è conversione dei cuori, non conquista”

Roma. “Un passaggio dell’intervista suscita in me una certa perplessità, ed è quello sull’islam”. A scriverlo in un commento apparso sul Figaro è il filosofo cattolico Rémi Brague, tra i più grandi medievisti contemporanei, oggi professore emerito alla Sorbona di Parigi e vincitore nel 2012 del Premio “Ratzinger” consegnatogli direttamente da Benedetto XVI. L’intervista in questione è quella concessa la scorsa settimana dal Papa al quotidiano la Croix. Il passaggio che ha lasciato basito l’intellettuale francese è relativo al parallelo proposto da Francesco tra la concezione di conquista propria della religione islamica e quella cristiana: “L’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero”, aveva detto il Pontefice, aggiungendo però che “si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”.

Brague non concorda per nulla, e spiega che “il Corano non contiene alcun equivalente del mandato missionario affidato ai discepoli”. Non solo, perché anche se “le esortazioni a uccidere che si leggono è probabile che abbiano solamente una portata circostanziale” resta il fatto che “la parola ‘conquista’ non è una metafora, bensì ha un significato concreto, decisamente militare”. Non occorre fare troppa ermeneutica, aggiunge Brague: basta prendere l’hadith in cui il Profeta afferma “mi è stato ordinato di combattere contro gli uomini finché non diranno che non c’è altro dio se non Allah, e che il suo profeta è Maometto”. E’ questo il cuore del problema: nella religione islamica “non c’è una conversione dei cuori, bensì una sottomissione”, come si ricava dal senso della parola islam nei detti di Maometto. Insomma, prosegue il filosofo, “l’adesione sincera potrà e dovrà concretizzarsi, ma non è la priorità”. Un’adesione convinta che si avrà “quando la legge islamica sarà in vigore, e allora i conquistati passeranno alla religione dei conquistatori”.

Da queste constatazioni, osserva Brague, si comprende bene “come la parola ‘conquista’ abbia tutt’altro significato rispetto al versetto contenuto nel Vangelo di Matteo”. Il che non preclude alla possibilità di una sana convivenza tra cristiani e musulmani, “anche se gli esempi dell’Argentina (con l’1,5 per cento di musulmani) e soprattutto del Libano devono essere presi con prudenza”. Il punto è cambiare prospettiva, sostiene il filosofo, osservando che non si tratta tanto di stabilire se è possibile la convivenza tra persone di credo diverso, bensì di comparare sistemi religiosi basandosi sui rispettivi documenti normativi. E’ qui che, a giudizio dell’intellettuale francese, il parallelo proposto da Francesco mostra tutti i suoi limiti.

Il commento di Rémi Brague segue di un giorno la visita del grande imam di al Azhar in Vaticano, primo passo verso il ristabilimento di normali rapporti tra la principale istituzione sunnita e la Santa Sede. In un’intervista concessa ai media vaticani, Ahmed al Tayyeb – che ha confermato l’impegno nella riforma dei testi scolastici per chiarire “i concetti musulmani che sono stati deviati da coloro che usano violenza e terrorismo” – ha voluto ricordare la rottura delle relazioni avvenuta cinque anni fa: “Al Azhar ha una commissione di dialogo interreligioso con il Vaticano che si era sospeso per delle circostanze precise, ma adesso che queste circostanze non ci sono più, noi riprendiamo il cammino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto lo era prima”.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/05/25/corano-vangelo-paragone-papa-francesco-smontato-r-mi-brague___1-v-142447-rubriche_c768.htm

Si attende presto l’ennesimo intervento di Bergoglio sul tema: non parlate male degli altri se volete il Paradiso e poi pensate che magari, fra un po’, ci aggiungiamo l’App 72 Vergini.

No rest for the wicked


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Vari commentatori hanno rilevato che Pannella e i suoi hanno vinto. Sia commentatori favorevoli che decisamente contrari hanno messo in luce come il successo del modo di pensare del leader radicale sia oramai conclamato e diffuso, talmente diffuso da non necessitare più la sua presenza. La scomparsa di Pannella sarebbe dunque l’esito naturale della conquista definitiva di cuori e menti. Di fatto quello che ha vinto è, più in generale, è il relativismo e senza dubbio molte delle lotte di Pannella sono andate in quel senso. Il sospetto è che non si dovrebbe tanto parlare di una vittoria conquistata sul campo, quanto di un adeguamento dei tempi che viene da lontano (in particolare da ovest), resta certamente il fatto che Pannella ha subodorato dove tirava il vento e si è adeguato prima degli altri. Pannella muore vincitore e da vincitore si cerca di raccogliere l’eredità. Le stesse azioni di Bergoglio, improntate ad un relativismo e ad un desiderio di miscuglio interreligioso che puzzano di new age, sono andate sempre più naturalmente incontro alle posizioni radicali, in combutta con l’intero parlamento, salvo alcune resistenze, ma solo di facciata. La Bonino ora è evidentemente intenzionata, dalla sua pozione molto ambigua, di raccogliere scettro e tentare la scalata finale. Iniziano però ad alzarsi cori contro, un nucleo radicale distinto (la Bernardini in primis), certi radicali esterni come Facci, la base che ha guardato con sgomento l’allontanamento della Bonino dai Radicali, allontanamento che vengono attribuite, di volta in volta, a colpe di Pannella o della Bonino stessa. Resta il fatto che la vittoria generale rimane, anche se continuiamo a credere che non sarà eterna e neppure di lungo corso, mentre i Radicali sono destinati ora ad annientarsi sulle spoglie del morto. La figura più riconoscibile infatti non gode di tutto questo affetto che si vorrebbe propagandare e oltretutto ha dato prova di certi suoi scivoloni verso i salotti buonissimi. Sediamoci e attendiamo.

Viva viva Sant’Eusebio….


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Leggiamo dal Corriere della Sera, sacro libro di noi tutti

Martedì ha ricevuto anche i saluti di papa Francesco, arrivati al suo capezzale con le parole di monsignor Vincenzo Paglia. Prontamente.
Perché proprio qualche giorno fa il Santo Padre aveva voluto avere notizie sulla salute di questo politico che ha dedicato la sua vita ai diritti di civiltà, non soltanto in Italia. E basta andare nella sede storica dei Radicali, alle spalle del Pantheon, e vedere tutte le associazioni dove si lavora senza risparmiare energie.

Giacinto (detto Marco) Pannella si avvia al grande salto e ci risulta che non ha optato per andare a farsi una bella (?) eutanasia all’estero (ci sono gruppi che operano in tal campo, qualsiasi sia la vostra nazionalità) e, a quanto vediamo, ha pure i conforti della fede con tanto di gesuiti in carriera che si interessano alla di lui sorte e ne ricordano le grandi campagne (aborto, divorzio, eutanasia etc…). In pratica quello che passa per pontefice in questi turbati anni acclara alle nostre menti che tali azioni non sono colpe, anzi cose buone e giuste, di fatto dicendo ad un peccatore (così lo vede, no?) bravo figliolo, insisti fino alla meta.

monty_python_life_of_brian_terry_jonesA questo punto un processo verso la beatitudine potrebbe essere dietro le porte. Per rifarmi ad un bel film di Manfredi, Per Grazia Ricevuta, direi che il capo radicale si avvia a morire da Farmacista, confessato e con tanto di viatico (vedrete che ce lo diranno). Mi chiedo se non avessero avuto diritto pure i tanti convinti ed esortati a fare certe cose… chissà, a loro il Monsignor Paglia non penso facesse tanto caso…

mussE dopo il Corriere pure P. Battista con il Corpo di Pannella (dice: Il suo corpo è la sua politica). Consiglierei, prima di sprofondarsi in richieste di frammenti di abiti e un “lassiatemelo toccare, lassiatemelo toccare” alla maniera della Gradisca, di rileggersi l’agile libro di Luzzatto, fornisce un buon modello per certe sbandate. Prevedo, post decesso, il ritorno della Bonino come sacra vestale e unica portatrice della eredità (din din) spirituale… nei mesi precedenti era svanita quanto mai, perfino lanciando anatemi, ma adesso ci sarà la solita lotta Achei Troiani per corpo e armatura.

AGGIORNAMENTO: Saltò.

“L’ARMA CHIMICA FA SCHIFO TRANNE QUANDO LA PROCURANO GLI YANKEES” Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano)


Riposto un interessante intervento di Massimo Fini apparso in questi giorni sul Fatto Quotidiano

L’‘intelligence’ americana ha affermato di aver trovato nella zona di Aleppo tracce dell’uso di armi chimiche (Sarin), attribuendolo all’esercito di Assad. Un mese fa Obama aveva dichiarato che se Assad avesse superato la ‘linea rossa’, se cioè avesse fatto uso di armi chimiche, “gli Stati Uniti, consultati gli alleati, sarebbero intervenuti militarmente”. Di recente Obama si è fatto più prudente (“il quadro è ancora incompleto”), forse memore della figuraccia rimediata dagli Stati Uniti quando nel 2003 invasero l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein deteneva ‘armi di distruzione di massa’.

 

Poi, rastrellato da cima a fondo il Paese furono costretti ad ammettere che di queste armi non c’era traccia. ‘Figuraccia’ che è costata agli iracheni dai 650 ai 750 mila morti, secondo un calcolo molto semplice fatto da una rivista inglese di medicina confrontando l’andamento dei decessi durante gli anni di Saddam con quello degli anni dell’occupazione. E ancora gliene costa perché, abbattuto ‘l’uomo forte’, si è scatenata una guerra civile fra sciiti e sunniti con decine di morti quasi ogni giorno di cui la stampa occidentale non dà più nemmeno notizia.

 

Ma ciò che vorrei sapere è da dove deriva l’autorità morale degli Stati Uniti per tracciare ‘linee rosse’ sull’uso delle armi chimiche. Furono loro, nel 1985, a fornirle a Saddam in funzione antiraniana e, in prospettiva, anticurda. Faccenda a cui il rais si adoperò diligentemente, finita la guerra, sui curdi (5000 persone ‘gasate’ in un sol giorno nel villaggio di Halabya) e, in modo più prudente, sui soldati iraniani cui peraltro Khomeini aveva proibito l’uso di queste armi perché “contrario alla morale del Corano”, così come, e per lo stesso motivo, il Mullah Omar, nel 1998 aveva proibito le mine anti-uomo (in maggioranza di fabbricazione italiana, Oto Melara, che diamine bisogna pur dare lavoro).

 

Nella guerra contro la Serbia gli Usa utilizzarono bombe all’uranio impoverito. Più di 50 militari italiani ne sono rimasti contaminati, ammalandosi di leucemia. Eppure avevano preso le loro precauzioni. Si può immaginare l’effetto di questo “uranio impoverito” sugli ignari civili serbi e soprattutto sui bambini che viaggiano a un metro da terra e sono abituati a toccar tutto (ma il calcolo, prudentemente, non è stato divulgato).

 

Nel 2001 gli americani per prendere Bin Laden hanno spianato le montagne dell’Afghanistan a colpi di bombe all’uranio (che sarebbe come cercare di uccidere un moscerino sparandogli contro una palla di cannone) e il ministro della Difesa Rumsfeld ammise che per “stanare i terroristi useremo anche gas tossici e armi chimiche”. I risultati si vedono ora. Ha detto un contadino afghano, Sadizay: “Un raid della Nato ha distrutto la mia casa, ucciso mia moglie e tre dei miei figli. Ma quando ho visto nascere mio nipote senza gambe e senza braccia allora ho capito che gli americani ci avevano derubato anche del nostro futuro”. Col nuovo ministro degli Esteri, la ‘non violenta’ guerrafondaia Emma Bonino, forse non manderemo truppe in Siria, ma sicuramente le manterremo in Afghanistan, nella più infame, per ora, delle guerre del Terzo millennio.

Aggiungo che la morale sul rischio delle “armi di distruzione di massa” viene dall’unica Nazione che ha sganciato due “armi di distruzione di massa” sopra due città giapponesi perché voleva chiudere la partita, oltre ad avere impiegato ampiamente armi chimiche nella fallimentare guerra in vietnam… ora si apprestano a portare guerra in Siria attribuendo, a loro piacimento, l’uso di armi di distruzioni di massa al governo di Assad, una guerra che continuo a reputare “guerra di DISTRAZIONE di massa”, caldeggiata dalla Francia che ha visto un meraviglioso fiorire della sua industria bellica in questi anni

Piero Ostellino, Gli errori della legge anti omofobia, Il Corriere della Sera (3 agosto 2013)


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Per quanto abbia cercato di individuare le (eventuali, ma assai recondite) ragioni eticamente immanenti al progetto di legge contro l’omofobia («avversità nei confronti dell’omosessualità»), non riesco a capire perché picchiare un omosessuale sarebbe un’aggravante, mentre picchiare me ? che sono «solo» un essere umano senza particolari, selettive e distintive, qualificazioni sessuali ? sarebbe meno grave. Picchiare qualcuno è un reato. Punto, basta e dovrebbe bastare. Agli occhi di una persona dotata di normale senso comune, l’omosessualità non è, oggi, neppure «un vizio», come volevano, e in parte vogliono ancora, certi integralismi religiosi. La regolare frequentazione, la stessa amicizia, di omosessuali ? senza il timore di apparire tali, che è, poi, l’altra faccia dell’omofobia ? è qualcosa di più di una consuetudine diffusa. Del resto, la nostra stessa Costituzione, all’articolo 3, già esclude la discriminazione per ragioni di sesso, oltre che religiose, politiche e sociali. Mi pare, invece, che il progetto di legge sull’omofobia ripristini, alla rovescia, la discriminazione, creando un surreale, e inquietante, precedente. Poiché, in certi ambienti, la solidarietà omosessuale rasenta il (legittimo) lobbismo, che facciamo, allora? Approviamo una legge che tuteli gli eterosessuali contro questa forma indiretta di discriminazione omosessuale nei loro confronti? Ma c’è anche un altro versante della proposta di legge contro l’omofobia che merita una riflessione. La cultura dell’espansione indiscriminata dei diritti rischia, di questo passo, di portare, prima o poi, a sostenere che il cittadino biondo, con gli occhi azzurri e di pura razza ariana ? che, poi, sarebbe, oggi, il titolare del pensiero unico «politicamente corretto» ? debba godere di uno statuto speciale rispetto a chi la pensa diversamente. La strada che porta all’inferno del totalitarismo è notoriamente costellata di buone intenzioni…L’omosessualità non è un diritto. È un dato di fatto, uno spicchio della realtà; è un aspetto della libertà sessuale. Spremete la realtà quanto volete e ? come ha insegnato lo scetticismo scozzese ? non ne sortirà una sola goccia di un principio morale. Trasformarla, dunque, in un diritto giuridicamente protetto non ha alcun senso, dato che è già costituzionalmente tutelata e il costume, secolarizzato e generalizzato, ne sconsiglia l’avversione. Ad una persona di normale buon senso non verrebbe mai in mente, nel mondo in cui viviamo, non dico di picchiare, ma neppure di insultare e discriminare l’omosessuale. In tutta evidenza, non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia, e impegnarne il Parlamento è un anacronismo persino ridicolo e pericoloso. La smania iper legislativista non realizza la democrazia, ma ne è la patologia che distrugge le libertà liberali.

Poco da aggiungere, salvo dire che in un panorama dove siamo sommersi dalle leggi, dove si vuole controllare ogni singola azione, spingere per ulteriori controlli e strumenti di censura non è una azione molto furba. Se ti becchi una sassata non conta tu sia omosessuale, eterosessuale o donna, uomo o ermafrodito, queste idee delle “aggravanti” a scopo educativo sono risibili e in mano ad una società nevrastenica come è quella di oggi, piena di gente che ti denuncia per mezza frase o per una alzata di sopracciglio, direi che si rischia davvero di non venirne fuori più. Il diritto di opinione (fosse anche una opinione stupida) è garanzia fondamentale. Ci si avvia ad un sistema dove dire che si è contrari a certe riforme che interessano certe parti della popolazione è vietato, il dibattito non si lascia, si vuole solo l’adesione incondizionata o si finisce nel gruppo dei “fascisti”, quando è proprio la voglia di impedire il dissenso che è puro fascismo.

LA SICUREZZA, UNA CORDA DAI MOLTI USI


La sicurezza è una corda bella robusta che all’occorrenza è lesta nel tramutarsi in cappio, lo si dovrebbe sapere. Curiosamente questo spirito di indagine e di ricerca, attraverso intercettazioni a tappeto, non funziona per fermare gli attentatori di Boston (che pure erano già stati abbondantemente segnalati), ma funziona egregiamente per fare pigliare un colpo ad una famigliola inglese, leggiamo:

ImmagineQuale efficienza! Adesso gli Stati Uniti hanno rilanciato il pericolo Al Qaeda. La cosa è curiosa e pure un tantinello assurda, dato che di fatto gli Stati Uniti stanno facendo accordi proprio con Al Qaeda e, notizia di non molti mesi or sono, addirittura con i talebani

Usa e Karzai aprono ai talebani
“Da giovedì trattative in Qatar”

Gli integralisti inaugurano una sede di rappresentanza a Doha per favorire il dialogo: “Pronti a negoziare”. Attentato a leader opposizione a Kabul, illeso: morti tre civili. Oggi il passaggio di consegne sulla sicurezza del paese tra la Nato e il governo Karzai (Repubblica 18 giugno 2013)

Insomma tutti i soldati americani e non, per non parlare dei civili, massacrati in questi anni possono attaccarsi al tram, gli Stati Uniti adesso sono alle trattative e c’è da credere che poi arriveranno pure alle alleanze (era o  non era Bin Laden un alleato all’epoca della presenza Russa?). Ma intanto scatta l’allarme, ci sarà un attentato orribile, già sono stati scelti i nomi degli attentatori, così si legge nelle dichiarazioni ufficiali, ignoriamo solo luogo, ora e data, eppure hanno oramai un servizio di intercettazione delle informazioni che capillarmente capta ogni indizio utile, continuiamo da parte nostra a sospettare che, con tradizione secolare, i governanti facilitino gli attentati quando necessitano di distogliere l’attenzione o giustificare dei poteri speciali. I romani, durante la repubblica, avevano almeno il buon gusto di decretare la dittatura, a durata però fissa (massimo sei mesi), nelle fasi di emergenza massima, invece gli Stati moderni tendono all’accumulo di cariche d’emergenza che, come le accise italiane sulla benzina, poi non decadono più. La sicurezza è una corda dicevamo, con una corda puoi metterti al sicuro durante una arrampicata, puoi passarci sopra in equilibrio, puoi costruire una altalena a tuo figlio ma, all’occorrenza, puoi pure venire strangolato da quella corda…

Canti e guerre


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Le guerre una volta avevano una ricaduta culturale che oggi non ritrovo più, eppure dire che non vi siano più guerre è una illusione quanto dire che noi non si partecipi, siamo in guerra, anzi, siamo in varie guerre e molti nostri connazionali sono in giro per il globo a combattere (il più delle volte in maniera totalmente insensata, senza una scopo concreto e non è certo colpa loro) infiniti scontri di trincea, l’Europa si consola mascherandoli come “interventi di pace”, ma è guerra e forse sembrerebbe leggermente meno ridicola se la si chiamasse con il suo nome. Queste guerre però non producono nulla o quasi nulla, salvo qualche poesia “contro” o qualche libro di inchiesta non c’è nulla, nessun canto, nessuna composizione, nessun dipinto, è come se la modernità avesse reso più cruda la sostanza del combattimento. Probabilmente quello che manca è la componente civile, una volta i canti di guerra nascevano fuori e dentro gli eserciti, da chi era sul fronte ma anche da chi era rimasto a casa, una melodia popolare, un testo più o meno di orgoglio, qualcosa lasciavano, dei frammenti nelle carni, misti a qualche ferita di proietttile o ad una vecchio taglio da spada che sempre minacciava di riaprirsi. Forse erano figlie anche della ritualità del conflitto, ma ne abbiamo avute anche quando di ritualità ve ne era oramai ben poca (e penso a guerre come la Guerra Civile americana o i due ultimi conflitti mondiali -ammesso che non sia meglio dire i conflitti mondiali del ’14-18 e ’39-45). Le guerre visibili non sono più forse oggi sul nostro territorio, anche se ci sarebbe da discutere a lungo sulle tante forme che può assumere una guerra moderna, ma ancora più invisibili sono i reali sentimenti verso i conflitti, che sia per il ritorno di un caduto, per il ritiro, per una partenza, sono tutti misteriosi sentimenti confinati a sparuti gruppi di congiunti, per il resto è indifferenza e uso questa parola riferendomi anche al movimento pacifista, non vi era sentimento ma solo calcolo politico ed è innegabile che da quando la guerra di Bush si è trasformata in guerra di Obama i cortei europei sono cessati, le grida di ritiro si sono spente, svelando la miseria e il vuoto di quelle idee.

IL GOVERNO LETTA: LA PROVA DELLA UGUAGLIANZA TRA I POPOLI


Profile of man screaming.Tutti ne parlano male, peste e corna, sputi, grida, ma penso che si sia perso il senso centrale del governo Letta. Naturali sono le lamentele sopra una azione assolutamente invisibile, sopra la debolezza, la già evidente disillusione rispetto alle prime roboanti, classiche promesse di futuri miglioramenti; d’altro canto siamo davanti al tradizionale dispiegamento di promessucole, retoricume e merda che, da quando il mondo è mondo, si presenta davanti agli esseri umani: una occhiata al Dictionnaire des idées reçues di Flaubert potrebbe, ahinoi, mettere più di un cuore in pace e dico ahinoi perché quella pace comparte sostanza con la rassegnazione e la disillusione. 

sad-dog3Dicevamo dunque che, a nostro parere, le baruffe chiozzote di giornali, televisioni, popolo e fantasmi del web si scatenano alla fine dei conti per una mancata percezione del vero significato del governo Letta, un significato che, se badiamo bene, è stato in fondo già dichiarato praticamente fin dalle origini, anzi, ancora prima che si arrivasse a questo “esecutivo”. Nei mesi precedenti, lo ricorderete, c’è stato un continuo bofonchiare di governo d’unità nazionale, il governissimo, roba post guerra mondiale o somma crisi istituzionale, roba da colonnelli (in pensione). Si è urlato, gridato allo scandalo, rifiutato, armeggiato davanti a telecamerine in diretta, si sono fatte pessime figure e ogni contendente, il vittorioso e lo sconfitto, ha dichiarato di avere riportato la vittoria (Flaubert, Dictionnaire, voce Battaglia: ci sono sempre due vincitori: il vincente e il vinto). Il risultato finale sono alcuni partitucci (uno pure numericamente all’epoca vasto) collocati a fare da opposizione, diremmo quasi “nominati opposizione” e due ex grossi partiti abbracciatisi sul campo di battaglia, prima di Natale… lo sappiamo, si trattava di una guerra tra bimbi cresciuti, fatta con i fucilini con tanto di tappo di sughero in cima, e diciamo cresciuti perché i bimbi, quelli veri, le guerre le fanno e all’ultimo sangue. Il governo si è fatto, è accaduto, ed è governo di unità sovranazionale e il suo scopo lo ha compiuto talmente di fretta da lasciarci un poco confusi.

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“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Così leggiamo all’articolo uno della dichiarazione universale dei diritti umani. Curioso che il predecessore sia scaturito all’interno di un autentico massacro, ma comunque… Due frasi davvero notevoli, sulla applicazione poi dei paesi firmatari ci sarebbe da discutere, ma non è questo l’argomento del post. In Italia siamo finalmente riusciti a dimostrare nei fatti parte di questi precetti, l’uguaglianza c’è tra i popoli, le differenze non sono poi così incolmabili, l’essere umano è uno e uno solo.

funny-bear-can-i-get-a-hugEnrico Letta è un sornione, pacca sulla spalla, bagno di folla tra i vicini, biciclettina, battuta e preghiera, sembra un po’ ebete, ma non lo è, ha formato il governo e scacco matto alla regina in poche settimane, l’uguaglianza è personificata da due ministri, due ministri donna: Josefa Idem e Cecile Kyenge. Nord e Sud del mondo, bionda lattea, mora eburnea, entrambe naturalizzate italiane, dunque entrambe di base straniere ma di mondi certo diversi, la tedesca e la congolese, eppure riunite, quasi un simbolo da mettere al centro della foto di gruppo del nuovo governo, un simbolo delle diversità che, riunitesi, mostrano come la sintesi sia naturale, spontanea e la base è una e una sola: se sei una pessima persona, che tu sia tedesca o congolese, italiana o cino-giappo nord koreana, resti una pessima persona. Se sei una persona dotata di superbia, sprezzante, che tu sia congolese o tedesca resti la stessa detestabile e biasimevole persona. Che tu sia tedesca o congolese se hai la tendenza a fare la predica dalla mattina alla sera agli altri, a sproposito, continuerai a fare la predica dalla mattina alla sera, a sproposito, in particolare a quelli che pure ti hanno eletto. Sei tedesca, arrivi in Italia, fai la tua bella carriera, hai una faccenduola come una palestra in nero, senza pagamento di Imu, ma ti offrono di fare uno spot contro l’evasione? Pronti, eccoti con il tuo bel viso gentil alemanno a dirci come ci dobbiamo comportare, siamo certi che se fossi stata congolese e parimenti pessima persona ti avremmo ugualmente visto fare la predica al popolino bue. Sei congolese e in pochi anni da clandestina arrivi ad essere ministro (con voti di italiani, pare, perché tu stessa mi dici di batterti per dare la cittadinanza e il voto agli stranieri che ancora in gran parte non possono averli) ma sei un po’ sciocchina e superba? Pronti, mi dici che siamo un popolo di razzisti (poi te lo rimangi, sei sciocchina, appunto) e intanto fai cosette belle e unificanti come fare la solita smargiassata da politico con scorta, in contromano, la gente protesta (senza neppure sapere chi ci fosse sopra quella macchina)? Si tratta di razzisti. Se si è una persona detestabile e sgradevole, che tu sia italiana, tedesca o congolese, italianizzata o non ancora, penso che sia diritto, in nome della unità dei popoli e della uguaglianza delle genti, dirti che sei destestabile, incapace, sgradevole e ipocrita, e così il governo Letta ha compiuto l’impresa, ha dimostrato che puoi essere italiano del nord o del sud o del centro, italianizzato dalla germania o italianizzato dal congo e dimostrarti per la pessima persona che sei, sempre e comunque, senza distinzione, senza attenuanti, e allora grazie Enrico, hai  dato una lezione di uguaglianza a tutto il mondo.

Sopra i diritti dei vinti e dei vincitori – un discorso di Benedetto Croce


La poliedrica e vasta produzione di Benedetto Croce consente di selezionare, saltellando da brano a brano, spesso richiedendo quello che più ci aggrada, quasi si fosse ad una cena antica ed una pifera sapiente ci offrisse il meglio della sua arte. Esiste però, tra gli interventi politici del Croce Senatore, un discorso che certo appare ancora oggi di una importanza capitale, eppure, per motivi che non stiamo troppo ad indagare, poco si conosce e raramente si legge per motivi che, ad una lettura sufficientemente attenta, risulteranno evidenti.

Discorso tenuto da Benedetto Croce il 24-7-1947 all’Assemblea Costituente

            Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riservato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale.

            Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente.

            Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi o tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano coi vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero.

            E qui mi duole di dovere rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria.

            Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica o lo sa troppo bene e cela l’utile, ancorché egoistico del proprio popolo o Stato, sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sino ai giorni nostri (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo), i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto i nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d’ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini, e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo o concludendo con ciò la guerra.

            Giulio Cesare non mandò innanzi a un tribunale ordinario o straordinario l’eroico Vercingetorige, ma esercitando vendetta o reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l’esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare nel carcere. Parimente si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che lo riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppur Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé, perché egli non scruta le azioni dei popoli nell’ufficio che il destino o l’intreccio storico  di volta in volta a loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, si piuttosto dei vincitori, non dei giudicati ma degli illegittimi giudici.

            Noi italiani, che abbiamo nei nostri grandi scrittori una severa tradizione di pensiero giuridico e politico, non possiamo dare la nostra approvazione allo spirito che soffia in questo dettato, perché dovremmo approvare ciò che sappiamo non vero e pertinente a transitoria malsania dei tempi: il che non ci si può chiedere. Ma altrettanto dubbio suscita questo documento nell’altro suo aspetto di dettato internazionale che dovrebbe ristabilire la collaborazione tra i popoli nell’opera della civiltà e impedire, per quanto è possibile, il rinnovarsi delle guerre.  Il tema che qui si tocca è così vasto e complesso che io non posso se non lumeggiarlo sommariamente e in rapporto al solo caso dell’Italia e nelle particolarità di questo caso.

            L’Italia, dunque, dovrebbe, compiuta l’espiazione con l’accettazione di questo dettato, e così purgata e giustificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio, e voi, o sapienti uomini dei tripartito, o quadripartito internazionale, l’offendete nel fondo più geloso dell’anima sua, perché, scosso che ebbe da sé l’Italia, non appena le fu possibile, l’infesto regime tirannico che la stringeva, avete accettato e sollecitato il suo concorso nell’ultima parte della guerra contro la Germania, e poi l’avete, con pertinace volontà, esclusa dai negoziati della pace, dove si trattava dei suoi più vitali interessi, impedendole di fare udire le sue ragioni e la sua voce e di suscitare in sè spontanei difensori in voi stessi o tra voi?

            E ciò avete fatto per avere le sorti italiane come una merce di scambio tra voi, per equilibrare le vostre discordi cupidigie o le vostre alterne prepotenze, attingendo a un fondo comune, che era a disposizione.

            Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’esercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carte Atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranità sulla popolazioni che le rimangono, trattatala in più cose assai più duramente che altri stati ex nemici che avevano tra voi interessati padroni, toltole o chiesto una rinunzia preventiva alle colonie che essa stessa aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue e tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati, e perfino le avete, come ad obbrobrio, strappati pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata linea Maginot non seppe dare.

            Non continuo nel compendiare gli innumeri danni ed onte inflitte all’Italia e consegnati in questo documento, perché sono incisi e bruciano nell’anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di avere acquistato con ciò un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo.

            Il proposito doveroso di questa collaborazione permane e rimarrà saldo in noi, e lo eseguiremo perché corrisponde al nostro convincimento e l’abbiamo pur ora comprovato col fatto; ma bisogna non rendere troppo più aspro all’uomo il già aspro suo dovere, né dimenticare che al dovere giova la compagnia che gli recano l’entusiasmo, gli spontanei affetti, l’esser libero dai pungenti ricordi di  torti ricevuti, la fiducia scambievole che presta impeto ed ali.

            Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta scienza, non possiamo, sotto questo secondo aspetto dei rapporti fra i popoli, accettarlo, nè come italiani curanti dell’onore della loro patria, né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno; perché l’Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formate la civiltà europea, e per oltre un secolo ha lottato  per la libertà e l’indipendenza sua e, ottenutala, si era per molti decenni adoperata a serbare con le sue alleanze e intese difensive la pace in Europa.

            E cosa affatto estranea alla sua tradizione è stata la parentesi fascistica, che ebbe origine dalla guerra del 1914, non da lei voluta, ma da competizioni di altre potenze, la quale, tuttoché essa ne uscisse vittoriosa, nel collasso che seguì dappertutto, la sconvolse a segno da aprire la strada in lei alla imitazione dei nazionalismi e totalitarismi altrui. Libri stranieri hanno testé favoleggiato la sua storia nei secoli come una incessante aspirazione all’imperialismo, laddove l’Italia una sola volta fu imperiale, e non propriamente essa, ma l’antica Roma, che peraltro valse a creare la comunità che si chiamò poi l’Europa; e, tramontata quell’egemonia, per la sua posizione geografica divenne campo di continue invasioni e usurpazioni dei vicini popoli e stati.

            Quei libri, dunque, non sono storia, ma deplorevole pubblicistica di guerra, vere e proprie falsificazioni.

            Nel 1900 un ben più sereno scrittore inglese, Bolton King, che con grande dottrina narrò la storia della nostra Unità, nel ritrarre l’opera politica dei governi italiani nel tempo seguito all’Unità, riconosceva, nella conclusione del suo libro, che, al confronto degli altri popoli di Europa, l’Italia “possedeva un ideale umano e conduceva una politica estera comparativamente generosa”.

            Ma se non approveremo questo documento, che cosa accadrà? In quali strette ci cacceremo? – Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi, i quali nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto trattato so che siete tutti e del tutto concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l’opportunità contingente di una formalistica ratifica.

            Ora non dirò ciò che voi ben conoscete: che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità e appartengono a quella inopportunità inopportuna o a quella opportunità superiore che non è del contingente, ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri, da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio.

            Ma qui posso stornare per un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente, e, scendendo anch’io nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere rispondere, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l’approvazione dell’Italia: dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l’Italia ha buona ragione di non approvarlo. Potrebbero bensì, quei dettami, venire peggiorati per spirito di vendetta; ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto, peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri.

            Il governo italiano certamente non si opporrà alla esecuzione del dettato; se sarà necessario, coi suoi decreti o con qualche suo singolo provvedimento legislativo, la seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente nei suoi gesti il carnefice che li mette a morte.

            Ma l’approvazione no! Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di togliergli il rispetto di se stesso, che è indispensabile a un popolo come a un individuo, e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruttela.

            Del resto, se prima eravamo soli nel giudizio dato di sopra del trattamento usato all’Italia, ora spiritualmente non siamo più soli: quel giudizio si avvia a diventare un’opinio communis e ci viene incontro da molti altri popoli e perfino da quelli vincitori, e da minoranze dei loro parlamenti che, se ritegni molteplici non facessero per ora impedimento, diventerebbero maggioranze, e fin da ora ci esorta a ratificare sollecitamente il trattato per entrare negli aeropaghi internazionali da cui siamo esclusi, e nei quali saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti; e ci si fa lampeggiare l’incoraggiante visione che le clausole di esso più gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sottoposto a revisione.

            Noi non dobbiamo cullarci nelle facili speranze e nelle pericolose illusioni e nelle promesse più volte provate fittizie, ma contare anzitutto e soprattutto su noi stessi; e tuttavia possiamo confidare che molti comprenderanno la necessità del nostro rifiuto dell’approvazione, e l’interpreteranno per quello che esso è: non un’ostilità contro il riassetto pacifico dell’Europa, ma , per contrario, non ammonimento e un contributo a cercare questo assetto nei modi in cui soltanto può ottenersi; non una manifestazione di rancore e di odio, ma una volontà di liberare noi stessi dal tormento del rancore e dalle tentazioni dell’odio.

Problemi in società? Abbiamo la soluzione!


Da molti anni operiamo nel settore del Sozzziale e oggi, cari amici e amiche, eccovi l’ultimo ritrovato per garantirvi un ottimo risultato in pubblico. Rullo di tamburi. Le maschere sopraccigliari D’URSO & BOLDRINI

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Fatte solo con materiale di altissima qualità le maschere sopraccigliari D’URSO & BOLDRINI garantiscono quella vivida e credibile partecipazione al dolore altrui che la società richiede. Sei stufo di essere guardato male perché non ti mostri compassionevole? Non te ne fotte nulla delle tragedie altrui, ma te ne fotte assai della tua reputazione d’uomo e donna buona? Allora comprati una delle nostre maschere. Il risultato è garantito al 100%

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Ma le nostre parole valgono poco, lasciamo spazio alle testimonianze estere. Ci scrive Adolfo dalla Germania

hitler5 copiaDa kuando ho profato voztre mazchere D’URSO und BOLDRINI la mia ffita è totalmente kampiata, ja, mi zento una altra perzona e tutti mi stimano perché dikono “kuanto è kompazzionefole, afete fisto zuo fiso kuando parlava con pikkolo pampino in lakrime?” krazie, krazie!

E Giuseppe da Mosca ci manda due foto per testimoniare il cambio da quando ha scoperto le nostre maschere

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Ricordate: perché sforzarsi di capire gli altri o subire l’accusa di asociale? Con una maschera sopraccigliare D’URSO & BOLDRINI basta un secondo e subito sprizzerete compassione da tutti i pori.

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PRINCIPIO


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 …. 1 ritenne che fosse il momento del declino definitivo della piccola [colonia 2] chiamata Italia e intraprese l’opera per lasciare testimonianza estrema dei fatti. Certo non vide nella crisi dei suoi anni l’unico momento di interesse per descriverne la fine, ma non potè che cogliere la gravità e l’irreparabilità degli eventi e pertanto prenderne nota per le generazioni future. A differenza di altri narratori assunse il faticoso e pericoloso compito di analizzare le reali ragioni, i proponimenti, le cause oltre la diceria del disastro e indicare le responsabilità, a rischio dell’ostracismo o della più nera fame, perché sempre desto l’occhio vigile di chi controllava scritti e pensieri, sempre pronto a colpire con l’arma della condanna e della querela 3, sempre impegnato nella formulazione di nuovi tormenti.
Essendo la materia tanto composita e vasta, la pretesa di una redazione quasi immediata tanto ardua, la fatica tanto evidente, si risolse dapprima per singole monografie e poi giunse alla conclusione, riordinando il fatto in principio, che fosse cosa migliore scrivere di tutto, costantemente guidato dallo scopo di sfrondare dalle demagogie e dalle ipocrisie gli eventi, pur se questo comportava una minore continuità della narrazione e forse un minore diletto nella lettura, ma  diletto e divertimento sono tratti che ben felicemente avrebbe lasciato agli storici dalla facile riduzione alla vulgata tradizionale 4, da lettura pubblica e firma ai banchetti di copie omaggio, da presenza nei salotti televisivi a discutere, tra una canzone e una barzelletta, dei particolari “gustosi” e “salaci 5” della loro compilazione. Come lascia diletto e divertimento, così l’autore intende lasciare anche un tono medio ai costruttori di apologie mascherate, in questi scritti troverete passaggi dove, se lo richiede l’argomento, il tono sarà greve e forse inaspettato.

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Note

1 Come illustrato ampiamente nella introduzione tutti i manoscritti sopravvissuti al naufragio secolare sembrano derivare da un unico archetipo (forse addirittura l’originale?) privo delle prime linee di testo. A meno di non ipotizzare, come fece per primo l’ignorato Pezel (Erinnerung, Dresden 2342), una volontaria censura da parte dell’autore o una sorta di gioco erudito sorto all’interno di una stretta cerchia di storici e appassionati evidenti destinatari dello scritto, dobbiamo ritenere che la posizione, al principio dell’opera, magari in una prima pagina dopo una qualche prima introduzione abbia nociuto irrimediabilmente alla trasmissione del testo integro.

2 Colonia è integrazione del Vincenzi, Die Anonymouslegende, Milan 2212. Diversamente altri che hanno ipotizzato provincia (Grimmerung), satrapia (Gragè) o l’improbabile capitale (Jimenez Pedreza)

3 L’autore parrebbe riferirsi al periodo noto da alcuni frammenti come “della Sessione Perpetua” durante il quale i tribunali rimanevano aperti 24 ore al giorno per consentire di giudicare tutti i querelati, fino ad esaurimento imputati.

4 Difficile stabilire a quali storici stia facendo riferimento. Oggi possediamo pochi frammenti storici riguardanti l’epoca, la collezione più recente dei frammenti peninsulari è quella di Di Zagame, Fragmenta Historiae Italiae, Ankara 3842.

5 “Sagaci” secondo la copia conservata dal manoscritto AHI-2913 oggi alla Bizantina di Istanbul