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Articolo di Matteo Matzuzzi (da Il Foglio)

Il filosofo Rémi Brague smonta il paragone papale tra Corano e Vangelo

“Il cristianesimo è conversione dei cuori, non conquista”

Roma. “Un passaggio dell’intervista suscita in me una certa perplessità, ed è quello sull’islam”. A scriverlo in un commento apparso sul Figaro è il filosofo cattolico Rémi Brague, tra i più grandi medievisti contemporanei, oggi professore emerito alla Sorbona di Parigi e vincitore nel 2012 del Premio “Ratzinger” consegnatogli direttamente da Benedetto XVI. L’intervista in questione è quella concessa la scorsa settimana dal Papa al quotidiano la Croix. Il passaggio che ha lasciato basito l’intellettuale francese è relativo al parallelo proposto da Francesco tra la concezione di conquista propria della religione islamica e quella cristiana: “L’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero”, aveva detto il Pontefice, aggiungendo però che “si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”.

Brague non concorda per nulla, e spiega che “il Corano non contiene alcun equivalente del mandato missionario affidato ai discepoli”. Non solo, perché anche se “le esortazioni a uccidere che si leggono è probabile che abbiano solamente una portata circostanziale” resta il fatto che “la parola ‘conquista’ non è una metafora, bensì ha un significato concreto, decisamente militare”. Non occorre fare troppa ermeneutica, aggiunge Brague: basta prendere l’hadith in cui il Profeta afferma “mi è stato ordinato di combattere contro gli uomini finché non diranno che non c’è altro dio se non Allah, e che il suo profeta è Maometto”. E’ questo il cuore del problema: nella religione islamica “non c’è una conversione dei cuori, bensì una sottomissione”, come si ricava dal senso della parola islam nei detti di Maometto. Insomma, prosegue il filosofo, “l’adesione sincera potrà e dovrà concretizzarsi, ma non è la priorità”. Un’adesione convinta che si avrà “quando la legge islamica sarà in vigore, e allora i conquistati passeranno alla religione dei conquistatori”.

Da queste constatazioni, osserva Brague, si comprende bene “come la parola ‘conquista’ abbia tutt’altro significato rispetto al versetto contenuto nel Vangelo di Matteo”. Il che non preclude alla possibilità di una sana convivenza tra cristiani e musulmani, “anche se gli esempi dell’Argentina (con l’1,5 per cento di musulmani) e soprattutto del Libano devono essere presi con prudenza”. Il punto è cambiare prospettiva, sostiene il filosofo, osservando che non si tratta tanto di stabilire se è possibile la convivenza tra persone di credo diverso, bensì di comparare sistemi religiosi basandosi sui rispettivi documenti normativi. E’ qui che, a giudizio dell’intellettuale francese, il parallelo proposto da Francesco mostra tutti i suoi limiti.

Il commento di Rémi Brague segue di un giorno la visita del grande imam di al Azhar in Vaticano, primo passo verso il ristabilimento di normali rapporti tra la principale istituzione sunnita e la Santa Sede. In un’intervista concessa ai media vaticani, Ahmed al Tayyeb – che ha confermato l’impegno nella riforma dei testi scolastici per chiarire “i concetti musulmani che sono stati deviati da coloro che usano violenza e terrorismo” – ha voluto ricordare la rottura delle relazioni avvenuta cinque anni fa: “Al Azhar ha una commissione di dialogo interreligioso con il Vaticano che si era sospeso per delle circostanze precise, ma adesso che queste circostanze non ci sono più, noi riprendiamo il cammino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto lo era prima”.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/05/25/corano-vangelo-paragone-papa-francesco-smontato-r-mi-brague___1-v-142447-rubriche_c768.htm

Si attende presto l’ennesimo intervento di Bergoglio sul tema: non parlate male degli altri se volete il Paradiso e poi pensate che magari, fra un po’, ci aggiungiamo l’App 72 Vergini.

BOCCA – SAVIANO, LA CLONAZIONE ANDATA A MALE


Conosci te stesso, venissero giù i santi e trovassero spazio ecco che cosa ripeterebbero, seduti sopra scomodi sedili in plastica, durante le riprese dello spettacolino dei cincillà ammaestrati che La7 diffonderà, a fogne unificate, per l’aere italico. Due veri combattenti del nemico invisibile. Uno, notoriamente pretino spretato, da azione cattolica e socialismo (anti)militante, notorio il suo craxianesimo da naia, l’altro il capoccia a uovo della mafia da cinepanettone, quello che descrive di mafiose da Kill Bill, immerse in liquami con bollicine e che si ricorda della Mafia e dello Stato con la S maiuscola solo per uno dei partiti più recenti (ma certo non incolpevoli) del disastrato panorama politico, cementificato a destra e a manca dal dopoguerra, come non mai. Il secondo, partendo dalle fattezze assimilabili per l’ampio pelame a scudo dell’occhio al Cristo Pasoliniano, ha tentato negli anni di ritagliarsi la fama del redivivo poeta di Casarsa, un coro di beoti e di intellettuali da basso cabotaggio ha rilanciato l’assimilazione, ma, dobbiamo dirlo, non c’è stata una grande risonanza alla fine. Perché?

Semplice. La maggior parte della popolazione non capiva neppure di cosa si stesse parlando, anche se negli anni si è dato ampio spazio a quel tracimare di inchiostro che ha fatto di Pasolini una sorta di San Francesco laico, il santino non è stato ben assimiliato, nisba, la nicchia di chi comprendeva il riferimento era suddivisa tra i beoti che lo sostenevano e quelli che lo rinnegavano. L’operazione Saviolini è naufragata. Oggi parte una operazione che riceve invece il nostro plauso: operazione Boccalini. Saviano è il nuovo Giorgio Bocca e così eredita pure la rubrica l’Antitaliano sull’Espresso. Perfetta sintonia. Boccalini rende già l’idea di come si debba essere boccaloni per esaltarsi. Sul fatto che Bocca fosse l’Arcitaliano, piuttosto che l’Antitaliano, abbiamo già dato vari contributi, e Saviano nel suo retoricume zoppicante è un degno erede di Bocca, anche come banderuola. Ad essere sinceri pare più il pomello che sovrasta l’asta della bandiera e abbiamo sempre pensato che l’unica lucidità nelle sue argomentazioni e nelle sue esposizioni fosse da rintracciare in un accurato sfregamento mattutino alla calotta. A differenza di Bocca che girava come una trottola, Saviano, come il pomello appunto, non ha una vera direzione, al massimo è più o meno avvitato e cigola un poco, ma non ha tanto da fare la banderuola. Bocca era più aspro, parimenti narcisista come Saviano (io, io, io ama ripetere), aveva quella ruvidità che Saviano non riesce bene a dimostrare. L’essere ruvidi e cattivi era in fondo una delle poche qualità di Bocca, lo strappava dalla sua mediocrità, altrimenti totale, Saviano non ci riesce, i suoi interventi, anche di ripicca o del “te lo avevo detto”, come un bambinello al parco, sono sempre deboli e così non gli si può neppure, ad onore del vero, dare il titolo di grande stronzo che spettava al cuneense, in fondo le esperienze di vita segnano, Bocca era nato nel pieno della retorica fascista ed ha assorbito a pieni polmoni, riversandola negli anni più recenti sopra Napoli o i Socialisti (post eventum) e avanti di questo passo, Saviano è figlio di miti defunti, è nato molto dopo il ’68, unici punti di riferimento stabili sono stati un papa polacco, bim bum bam alla televisione, un cavaliere politico, il romanticume sfatto del muro di Berlino, insomma poca roba, gli manca il mordente. Sotto sotto è un giovane precario, ha vinto la lotteria e non ha ancora capito come spenderli questi soldi, li lancia un po’ da una parte e un po’ dall’altra, gli sfugge il suo vero ruolo nell’esistenza. Vorrebbe fare il Vate Nazionale, ma c’è concorrenza, Benigni gli porta via spazio, Fo fofeggia, Umberto Eco si veste da Guglielmo da Baskerville, Grillo, dico Grillo, lo sovrasta e non oso immaginare quanto fegato si starà mangiando il nostro cicalone. Lui ha tentato il gioco del contrasto per risultare vincente: venendo in trasmissione con una carta velina, Fazio, dello spessore e della resistenza di un’ostia (consacrata o meno) in bocca, ma perfino accanto a Fazio la sua retorica non viene fuori con forza, il trucco della spalla debole è vecchio e molto teatrale (Gassman si aggirava con molto gusto con Villaggio) ma se non hai il fisico non c’è nulla da fare. In definitiva ci pare che il Saviano come erede di Bocca sia certo più accettabile rispetto alle pretese pasoliniane, ma ci viene sempre il dubbio che sia una manovra per costringerci, cosa impensabile, a rimpiangere perfino Giorgio Bocca.

LA VALVOLA LEGA, LEGA LA VALVOLA


Non ci interessa. Non ci interessa se Bossi sia un tordo o uno stordito, se sia il “io non ho visto nulla” di comodo o se effettivamente, disperso tra i fumi del sigaro e il dormiveglia farmacologico di un qualche centellinante e oblungo occhio vitreo, non abbia mai capito un accidente delle manovre degli ultimi anni. Resta colpevole e colpevole il suo partito, ma non per le balle di questi giorni, non per la sequela di gnagnerie che vi fanno tracannare a garganella per rinfrescarvi la trippa. La teoria del “fanno tutti così e pure peggio” non ci interessa ugualmente, l’essere ladro tra i ladri non cambia la natura del reato. Molti leghisti si resero conto, tardi, di un frammento della vera natura della Lega quando venne candidato un allocco, con manie di presenzialismo (giusto come gli allocchi), quale Bossi Renzo, giusto perché frutto di una scopatina padana quando il mandorlo era in fiore. La pochezza mentale del pargolo, pochezza ancor più ridicola viste le pretese di educatrice millantate dalla madre, è sempre stata sotto gli occhi di tutti. Lo si è voluto candidare e si è mandato in Regione e ci si trovava bene perché, a conti fatti, era un ignorante vistoso in mezzo ad ignoranti truccati. Bossi non lo sapeva questo? Non ci interessa se Belsito ha fatto il trappolone, se glielo hanno infilato i servizi  segreti, la CIA o il KGB. La Lega è un imbroglio, un imbroglio coltivato con cura da svariati decenni, un imbroglio che è sempre piaciuto alla Repubblica italiana, più di quanto si creda.

  Ecco dunque la vera colpa, la colpa primigenia. La Lega di Bossi (non stiamo a ritornare ai passaggi precedenti di come Bossi prenda col tempo predominio sulle Leghe e le elimini costituendone una sola egemonica) è sempre stata una valvola di sfogo, un coacervo confuso di malumori nato per incanalare una certa insofferenza diffusa (in particolare fiscale e verso la politica in generale) per vie “democratiche” in modo che non sfociassero in qualcosa di pericoloso per il Sistema. Sì, Bossi con tutte le sue sparate di pallottole, baionette, fucili, con tutte le sue guardie padane e stronzate varie, in realtà non ha mai fatto nulla di “rivoluzionario” o contro il Sistema e quando qualcuno, non comprendendo la differenza tra parole e intenti, fece qualche ingenua azione dimostrativa (i famosi della spedizione al Campanile) la Lega si tirò subito fuori e li mollò al loro destino, destino per la verità assurdo perché beccarsi tutti quegli anni di galera per una evidente goliardata. La Lega con le sue sparate sul Parlamento Padano è campata da sempre con i soldi di Roma, è entrata in parlamento, è salita al governo, ha pure avuto diversi ministri, più “nel Sistema” di così!. E il canto masturbatorio del Saviano di turno, povero Pierino disperso, è ridicolo. Che un partito con forte radicamento nel territorio dove si costruisce ad ogni colpo di tosse abbia rapporti di riciclaggio non è una novità, non l’ha scoperta il signor Saviano.

La cosa ridicola è che il signor Saviano, dall’alto della sua cautissima e benvoluta tendenza a non segnalare dove Mafia e Grandi Partiti si collegano (si limita a cose locali, a giocolierie da film impegnato, tutta roba che gli garantisce di restare sui giornali Nazionali e nelle case editrici importanti) cerchi di farci bere riuscendoci pure, i polli son tanti signora marchesa, che la Lega e solo la Lega abbia tutta questa rete di collegamenti.

La si piantasse di romperci i timpani con le sue baggianate e si ritrasmettesse ogni tanto Fava, dice tutto, dice troppo.

GLI INUTILI IDIOTI ovvero ALLA FINE L’UNICA CROCE CHE CONTA QUALCOSA LA TROVI NEL CIMITERO


Al mago Sabino sinceramente non interessa il periodo pasquale, ama più sottolineare come la previsione di mesi or sono si sia rivelata esatta. Mi auguro che abbiate scommesso e portato a casa un bel gruzzoletto. Nel caso mandatemi almeno qualche genere di conforto. Mentre la Goldman si affretta a specificare chi dovrà vincere in Francia, altrimenti son guai (leggi vi facciamo lo scherzo greco/italico) oltre l’Oceano, dove la finzione democratica è stata perfezionata al di là di ogni paragone, il pargolo Romney (l’unico finanziato dalla Goldman tra i candidati repubblicani) è approdato alla sua vittoria e adesso lo scontro sarà tra il Goldman della Casa Bianca e l’aspirante Goldman. Il mago Sabino vi ha già anticipato pure il risultato finale dunque non penso ci sia bisogno di ribadire. Spero che lo spettacolino di questi mesi vi sia piaciuto, insomma, le elezioni americane sono davvero un telefilm interessante, colpi di scena, scandali, gaffes, errori, rimonte, risultati “a sorpresa”, dialoghi serratissimi, scenografie preconfezionate con arte (tutti quei cartelli spontanei distribuiti agli ingressi) e poi il numero delle comparse, ah, era dall’epoca del Waterloo di Bondarčuk che mancava un dispiegamento tanto imponente di comparse dietro ai protagonisti. All’epoca solo l’impero sovietico poteva vantare questa capacità di mobilitazione, adesso ammiriamo come il super impero statunitense ha superato l’esempio.

Ci ha aggiunto la molta ipocrisia del “il tuo voto conta”, autentica balla made in USA dove il Presidente manco è eletto direttamente (ipotizzando che si votasse effettivamente qualcosa), dove le campagne elettorali hanno oramai raggiunto costi impossibili, dove ufficialmente sono i singoli che versano, salvo poi vedere in cima i soliti noti finanziatori. Da decenni e decenni il sistema americano ha limato la sceneggiatura elettorale, con pazienza, con la consapevolezza di avere tempo, e i figli della Goldman Sachs, ora repubblicani, ora democratici, hanno preso di volta in volta il potere. Alle passate elezioni, forti della sventagliata di “reality” e della sempre più assuefazione al “vivere straordinario –e artefatto” del sogno americano hanno pensato di confezionare il pacco dono più sostanzioso. La rivalsa degli schiavi. Per cui hanno preso un tizio che non discendeva dagli schiavi (forse manco americano, ma anche questo ha dato salsa al racconto) già membro di quella elite che vede tutto di un colore solo –verde grana- e l’hanno imposto a forza di finanziamenti, tappezzamento cittadino con pubblicità, spettacoli e perfino un tour europeo pre-presidenziale, ma già da presidente in pectore. In fondo gli Stati Uniti amano raccontarla come gli pare. Ci hanno raccontato che il nord buono e generoso fece una guerra per liberare gli schiavi, dimenticando vari particolari, ad esempio che il sud volle bloccare l’afflusso di “nuovi” schiavi ma se ne risentirono le navi del nord che erano le principali importatrici, dimenticando del tentativo di embargo economico per obbligare il sud ad acquistare i prodotti dal nord in sviluppo e non dall’europa, dimenticando che gli schiavi liberati rimasero in condizioni di semischiavitù almeno fino agli anni ’60 e oltre, ma ci hanno dipinto il martire (interno, pare) Lincoln, il buono dei buoni, il Gesù Cristo del popolo eletto statunitense crocifisso a teatro, come è bene per un popolo che ama gli spettacoli. Insomma una Nazione che ha dato da bere per decenni queste balle della loro bontà e superiorità morale come può sorprenderci quando ricorre a queste scene ridicole, il Messia che libera i popoli e promette paradisi mai visti, dalle tassazioni al rovescio, alla diminuzione dei gruppi economici, fino alla sanità per tutti, un cumulo fumante di bugie che ora il Presidente si prepara a ritirare fuori ad usum stultorum. E da questa parte, coccolati dalla stampa che ha ignorato alcune minuzie (guerre, droni, eliminazioni di persone, bombardamenti, attacchi più che preventivi, massacri, promesse non mantenute), ci berremo di nuovo tutto, come prima e ancor più di prima e così farà il sano, alto, biondo, idiota popolo americano, anche perché non ha comunque possibilità di fare diversamente. Trangugiatevi il vostro Messia. Da noi, vecchia Europa, l’arte del telefilm non è ancora abbastanza evoluta, sotto sotto, nonostante tutti i grandi imbrogli, ancora riuscivamo a fare delle elezioni quasi corrispondenti al vero e il voto, pur marginalmente, ancora valeva, ma stiamo studiando, già ci danno i nostri piccoli Messia locali, piccini, certo, da mettere sul cruscotto dell’automobile perché ballonzolino beoti e noi, ipnotizzati, si ignori fino all’ultimo di andare contromano. Ave.

COSTITUZIONE MON AMOUR!


Monti scende dalla cima del Bilderberg recando le nuove tavole

A noi ge piage la cosdiduzione, a noi, hai capito? Noi siamo cosdiduzionalisdi conviTTi, siamo scesi in piazza a El Alamein, abbiamo fatto le barricate a Iwo Jima, io c’ho pure una Gopia della Gostituzione sotto al mobiletto dove metto la collezione dei Pokemon, traballa.

 Di queste amenità l’Italia è decennalmente piena, sotto il governo del precedente puzzone (l’Italia, notoriamente, è una sequela di puzzoni al governo) si mandavano foto a Repubblica, video al Corriere, disegni all’Unità, fazzolettini usati a Libero e via così. Tutti in piazza a dire Costituzione quasi fosse la parolina che avrebbe aperto la caverna per arraffare il tesoretto.

Dopo il Berlusca si è dimesso.

Feste, giubili, spruzzate di liquidi in ogni angolo della Capitale.

Da lontano, come nei film western o in qualche sEga epica, arrivò l’eroe subito incensato, giornalisti a pecorina, commentatori a cucchiaio, osservatori a smoccolo, tutti i partiti concordi e pure i discordi per pura scena. Rimane il piccolo particolare che la situazione attuale sulla Costituzione non trova spazio, non c’è, inutile farsi pugnette incrociando articoli o interpretando come una Sura il tal versetto o captando medianamente le intenzioni dei padri costituenti. Nisba. Questa robetta che vediamo attorno non era prevista e se non è un colpo di Stato militare, è un Colpo di Stato tecnico, ma sono proprio molti degli amanti della GOSDIDUZIONE, quelli che si saranno fatti tatuare sul picio proprio o del parente il primo articolo (l’Italia se ne fotte di chi non lavora, recita circa così), che ora non trovano niente di male nel Presidentissimo (Caro Presidentissimo) che investe il Primo Ministrissimo con i super poteri, parlamento concorde ed elezioni ti saluto.

DIFFERENZA TRA I POETI MALEDETTI ED I MALEDETTI POETI: IL MARTIRIO DI SAN VERLAINE APOSTATA


Verlaine ha appena sentito quello che ho sentito io e non è felice

Venceslao il buon re

 A Terre Impervie non abbiamo mai avuto una vera occasione di parlare di Saviano, tranne che per alcuni riferimenti, due anni or sono, sopra la sua pretesa di essere il nuovo Pasolini, pretesa che lui ha evidentemente dato ad intendere per poi lasciarla alla vista di tutti e che i giornalisti, come il buon cittadino con la cacca del proprio cane, hanno raccolto ogni volta per poi depositarla negli appositi contenitori cartacei, i giornali. Il Messianesimo savianese è una delle tante belle infezioni contratte da una Nazione che è a forma di stivale, ma in realtà pare passeggiare sempre a piedi nudi in attesa di raccogliere funghi. Potremmo dilungarci sul capitolo Mafia e Politica, sulle 10 piccole differenze tra un Giuseppe Fava e un Saviano, sulla questione dello sputtanamento del lavoro di Falcone e Borsellino e sulla sagra del “mafioso” da piccolo e grande schermo, con una spruzzata di folklore e qualche ammiccamento a Kill Bill, che il nostro valoroso cuciniere ha rimestato e servito. Di questa faccenda, come l’abitudine al copia incolla e allo scoppio molto ritardato delle “ri-scoperte”, parleremo forse altrove. Oggi ci vogliamo dedicare alla questione del savianesimo di origine controllata, quello che sgorga direttamente ab origine.

Si vocifera di futuri impegni televisivi

 Play the maid’s part,–still answer nay, and take it.

 Esistono persone che provano l’atavica repulsa a mostrarsi in pubblico, non amano interviste, non vogliono comparire, perfino la posa per una breve foto li ripugna e vi si adeguano solo perché altrimenti il loro destino sarebbe ancora più orribile, fatto di attività che li obbligherebbero, a volere e piacere altrui, a comparire ovunque. Esistono poi quanti smaniosi di svelarsi al mondo intero, pur conservano l’arte sopraffina di farsi pregare, centellinano, hanno appreso, in misteriose sale dove a loro e a loro soli è stato consegnato un qualche strumento sensibilissimo, a cogliere il polso di intere Nazioni, tanto da poter apparire e svanire a loro piacimento, eppure essere sempre richiesti e davanti a tutti pur in assenza. Un loro no sarà sempre strategico, sapranno prevedervi di almeno cinque mosse e, se incappati in un errore, sapranno perfino farvi credere di aver volontariamente scelto quella strada. Esiste poi una categoria, vasta categoria, plateale categoria, diffusa a tal punto  da costituire forse la maggioranza, incapace di rinunciare a porre bocca e voce e volto ad ogni occasione. Non è neppure per rilanciare le vendite di qualche loro prodotto (di minore o maggiore fattura), non è perché si parli di loro in vista di qualche futura azione, si tratta di pura e semplice necessità di infilare la bocca nel pertugio di un megafono e dare fiato. Loro non sapranno praticamente mai dire di no, dovranno intervenire con la forza per fare loro comprendere come stiano saturando l’aria quanto il monossido, per questi non c’è argomento impossibile, che sia un convegno sulla Consustanzialità trinitaria, una tavola rotonda sulla economia del Nicaragua o la possibilità di recensire l’ultimo disco di un gruppo di Lorisidi vestiti come i Beatles, non vi preoccupate che il nostro eroe non si tirerà indietro, ci metterà più tempo la e-mail di risposta ad arrivare a chi lo ha invitato di quanto impieghi l’intervento, scritto, filmato o inciso, a giungere a destinazione.

 

Quando uno nasce maestro nasce maestro, qualunque sia l’argomento…

¿Quién puede poner puertas al campo?

Così non capiamo perché dovremmo stupirci (eppure confessiamo tale reazione) scoprendo che Scalfarubbica (Repubblica secondo il nome comune), in occasione di San Valentino, abbia deciso di ospitare una selezione di versi dell’innocente Verlaine fatta da Saviano. Oibò, già ci era nota l’esistenza di una antologia letteraria per le scuole dove, a colpi di Benigni e Saviano, si smerdava ulteriormente la letteratura di questa dispersa Penisola, letteratura già abbastanza martoriata nei pollai scolastici, adesso veniamo a sapere che l’antologizzato è un antologizzatore, tanto da cogliere il fior fiore di Verlaine e somministrarlo al pubblico come una tisana. L’effetto della tisana è però lassativo. Voi direte, colpa di Verlaine, una selezione è fatta bene o male, ma è comunque selezione di cose altrui. No. Il problema è che la selezione è accompagnata dalla lettura, da parte dello stesso Saviano, anzi, dalla recitazione (già dopo pochi minuti quel disastroso “Vero?” lascia intuire che da parte sua ci sia una volontà di interpretare) delle poesie e chi abbia avuto occasione di vedere i famosi elenchi della spesa che hanno suscitato dibattito in Italia potrà già immaginare la monotonia assurda di questa “esecuzione”, nel senso di eliminazione di Verlaine che, nonostante la sua grandezza, non riceve neppure una rapida morte, ma viene martoriato, pezzo per pezzo, dall’ego di Saviano. Poteva dire di no? Ovvio. Ma a quanto pare si sentiva trascurato e, magari, ha pure l’idea di sfornare a breve un libro di poesie, possibilmente prevertiane; non si offenda nessuno, ma noi si è della scuola che ritiene la produzione poetica di Prevert più simile ad una lunga serie di annunci pubblicitari, con qualche furbata, insomma roba che, magari con meno esito, è in grado di produrre chiunque.

Saviante. Prontissimo a dirtene tante… ma tante.