dal blog I giorni e le parole “Pregare con Fede e con Costanza”


Riposto delle interessanti e secondo me condivisibilissime riflessioni dal blog di Turquoise

Qualche giorno dopo il recente terremoto la giornalista cattolica Costanza Miriano ha lanciato la lodevolissima iniziativa di pregare per le anime di coloro che sono trapassati a causa della scossa, sulla base della nostra Fede che vede la preghiera per i vivi e quella per i defunti tra quelle sette opere di misericordia spirituale che insieme alle sette di misericordia corporale costituiscono il manuale di assistenza che i cristiani devono praticare vicendevolmente, in nome di quella misericordia autentica che è ben altra cosa dalle fanfaluche giustificazioniste spacciate da Bergoglio nel corso del suo giubileo della miserevole misericordia di comodo. Costanza ha proposto di indirizzare le preghiere non in modo generico alle anime delle vittime del sisma ma di pregare a beneficio di ciascuna di esse, utilizzando a tale scopo l’elenco dei nomi degli scomparsi tra Lazio e Marche. QUI

La preghiera per i defunti presuppone la fede nell’esistenza dell’anima e nella sua immortalità, nel giudizio divino, nella comunione dei santi e tra i vivi e i morti, nel Purgatorio come luogo di purificazione per le anime che, già trovandosi in uno stato di grazia presso Dio, devono purificarsi e raggiungere quella perfezione che in vita non riuscirono ad ottenere per entrare nel Regno dei Cieli. Il cristiano crede che sia concesso da Dio di abbreviare il periodo di permanenza penitenziale della anime nel Purgatorio mediante le preghiere dei vivi per i defunti, che hanno la funzione di “perorare” la causa delle anime da parte dei credenti e di favorire un loro più rapido accesso al Paradiso. Pregare per i defunti è l’atto estremo di amore per i nostri cari trapassati: dall’istante in cui non ci è più possibile prenderci cura di loro in vita, aiutandoli nelle loro quotidiane necessità materiali e spirituali, possiamo continuare ad esprimere il nostro amore e la nostra cura nei confronti delle loro anime, il cui eterno benessere possiamo favorire con le preghiere oltreché che con le messe, le opere di bene in suffragio e le visite al cimitero. Nulla vieta di pregare, anzi è raccomandato,  anche per le anime dei defunti sconosciuti, in nome di quella comunione tra battezzati che ci rende universalmente fratelli anche dei credenti in Cristo che non conosciamo di persona. E’ dunque piuttosto evidente che la proposta di Costanza Miriano deve essere accolta come un commovente atto di carità e di amore per chi ha perso la vita terrena sotto le macerie e forse non ha avuto il tempo o la lucidità necessari per raccomandare la propria anima immortale a Dio. Da cattolica romana, che ha sempre attribuito alla preghiera per i defunti un posto di primo piano nella propria vita spirituale,  non posso che fare mia la proposta di Costanza. Da napoletana sono parte di una cultura che ha fatto della cura per le anime del Purgatorio un caposaldo della fede e della tradizione, con quella attenzione particolarissima pe’ ll’aneme ‘o Priatorio che induceva nei secoli passati molti napoletani ad “adottare” i resti di defunti senza nome e a curarne l’anima per assicurarne l’ingresso in Paradiso, dal quale i defuntì avrebbero poi ricambiato le cure ricevute intercedendo a favore dei vivi che se ne erano fatti carico. Le nostre strade sono ancora piene di edicole votive della Vergine ai piedi della quale uno stuolo di anemelle ‘o Priatorio attende di veder terminata la propria penitenza e di essere accolte in Cielo, sperando che i passanti favoriscano il passaggio regalando loro una Requiem Aeterna. E’ ancora frequente sentire i napoletani invocare le anime del Purgatorio nei momenti di difficoltà, in nome di una solidarietà tra vivi e morti che richiede a questi ultimi altrettanta compassione per le sofferenze di chi è ancora sulla Terra. Da cattolica romana e da napoletana faccio quindi davvero fatica a capire l’ ondata di insulti che si è riversata sulla Miriano nei social, accusata di assurdità come la violazione della privacy delle vittime del terremoto, i cui nomi sono stati per ovvie ragione resi pubblici dalle autorità, o la presunta violazione del diritto dei deceduti a non vedersi “imporre” preghiere non richieste. Per fortuna l’iniziativa di Costanza ha trovato anche moltissimi elogi e adesioni, ai quali aggiungo certamente i miei.

Considerato che la stragrande maggioranza delle vittime del sisma ha ricevuto funerali cattolici nemmeno le famiglie dovrebbero trovare irriverente la proposta di preghiere di suffragio, e non si comprende perché la cosa dovrebbe turbare la pletora di atei, agnostici ed eretici che all’anima e al Purgatorio dicono di non credere e che quindi a logica dovrebbero strafregarsene del tutto. Costoro dovrebbero continuare a perdersi in dotte dissertazioni del tipo “Ma se Dio esiste perché permette tutto questo?” oppure “Come può Dio permettere la morte dei bambini?” o ancora “Come si conciliano Dio e la morte?” fino alla più classica “Dov’era Dio?”, che da Auschwitz in poi viene immancabilmente sfoderata da quelli che credono di saperla lunga, ma proprio la loro incapacità di trovare una risposta alla domanda dimostra che non sanno un cazzo, né di teologia né di geologia, e quindi farebbero meglio a tacere. Perdere tempo, perdersi in disquisizioni da quattro soldi, perdere l’occasione di star zitti, perdere è la loro specialità. Si perderanno pure l’anima, e così non dovranno nemmeno subire il fastidio di subire gli effetti delle preghiere, ammesso che trovino qualcuno che si prenda l’onere di pregare per le loro animacce nere, visto che probabilmente frequentano solo atei, agnostici ed eretici. Possono anche non credere all’ Inferno, tanto l’Inferno continuerà a credere in loro.

Per le vittime del terremoto di Amatrice, Accumoli, Ascoli Piceno e tutti i paesi coinvolti, con un pensiero speciale per alcune persone la cui vicenda mi ha molto toccata e alle quali questa preghiera è particolarmente dedicata.

Requiem aeternam

Réquiem aetérnam dona eis, Dómine,
et lux perpétua lúceat eis.
Requiéscant in pace.

Amen

Una espressione dell’antichissimo culto delle anime del Purgatorio nella cripta della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali a Napoli

I giorni e le parole

Qualche giorno dopo il recente terremoto la giornalista cattolica Costanza Miriano ha lanciato la lodevolissima iniziativa di pregare per le anime di coloro che sono trapassati a causa della scossa, sulla base della nostra Fede che vede la preghiera per i vivi e quella per i defunti tra quelle sette opere di misericordia spirituale che insieme alle sette di misericordia corporale costituiscono il manuale di assistenza che i cristiani devono praticare vicendevolmente, in nome di quella misericordia autentica che è ben altra cosa dalle fanfaluche giustificazioniste spacciate da Bergoglio nel corso del suo giubileo della miserevole misericordia di comodo. Costanza ha proposto di indirizzare le preghiere non in modo generico alle anime delle vittime del sisma ma di pregare a beneficio di ciascuna di esse, utilizzando a tale scopo l’elenco dei nomi degli scomparsi tra Lazio e Marche. QUI

La preghiera per i defunti presuppone la fede nell’esistenza dell’anima e nella sua immortalità, nel…

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Pio XII “Se la Roma materiale dovesse crollare”


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«Se la Roma materiale dovesse crollare, se mai questa stessa Basilica Vaticana, simbolo dell’una, invincibile e vittoriosa Chiesa cattolica, dovesse seppellire sotto le sue rovine i tesori storici, le sacre tombe che essa racchiude, anche allora la Chiesa non sarebbe né abbattuta né screpolata; rimarrebbe sempre vera la promessa di Cristo a Pietro, perdurerebbe sempre il Papato, l’una indistruttibile Chiesa, fondata sul Papa in quel momento vivente»

Papi e Islam


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In queste ore di ulteriore strage, questa volta quanto più contro al cattolicesimo, davanti a gentaglia come Bergoglio che biascicano di “condanne degli odi” e aggiungono una pezza finale sulla ascesa in cielo del “martire di Normandia” (dimostrando di non credere a nulla e per questo Bergoglio sarà dannato in eterno) davanti a chiese e pretonzoli che si fanno in quattro per ospitare nelle navate, tra le statue dei santi e le pale d’altare, gli imam, imammini e imamme sue, ad un clero che sputa sul Cristo e vaneggia di abbracci universali, preparando non tanto di nascosto il salto nella religione maomettana e nel frattempo briga per una “modernizzazione” della chiesa, ovvero una chiesa a loro sporca immagine e oscena somiglianza, in tutto questo clima di resa con tanto di dichiarazioni sul fatto che i cattolici e cristiani più di pregare e di invitare alla preghiera e, eventualmente, al martirio (quello dei poveracci o dei preti di campagna, non certo dei cardinali, vescovi e pseudopapi) voglio rifarmi alle parole dei Papi, quelli reali, non questi scimmiottamenti indegni.

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«combattendo, per la gloria di Cristo, contro i perduti uomini infetti dall’errore maomettano, con sommo vigore, difende assiduamente e con tutte le forze i paesi cristiani dalle incursioni di costoro» e «per sua istituzione, fa (…) guerra continua contro il comune nemico del nome cristiano (…) e (…) a tale scopo mantiene una flotta munitissima e ben dotata di materiale bellico e di ogni macchina guerresca» (Benedetto XIV, lettera apostolica Quoniam inter, 17 dicembre 1743)

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Questo movimento richiama alla Nostra mente il ricordo dell’entusiasmo per le Crociate, che dalla fine del secolo undecimo a quasi tutto il decimoterzo tenne in ansiosa aspettazione l’Occidente cristiano. Eppure Ci sembra che la storia futura porrà l’opera missionaria dell’era moderna ancor più in alto che le gesta dei Crociati nel Medio evo. Le Crociate tendevano a conseguire la loro meta per lo più con le armi dei guerrieri e dei politici. L’opera missionaria lavora con la spada dello spirito (Eph. 6, 17), della verità, dell’amore, dell’abnegazione, del sacrificio. Le Crociate si proponevano la liberazione della Terra Santa, e particolarmente del Sepolcro di Cristo, dalle mani degl’infedeli: fine senza dubbio quanto mai nobile ed elevato! Oltre a ciò, esse storicamente dovevano servire a difendere la fede e la civiltà dell’Occidente cristiano contro l’Islam. L’opera missionaria non si ferma ad assicurare e proteggere le sue posizioni. Il suo scopo è di fare di tutto il mondo una Terra Santa. Essa mira a portare il regno del Redentore risorto, a cui è stata data ogni potestà in cielo ed in terra (cfr. Matth. 28, 18), il suo impero sui cuori, attraverso tutte le regioni sino all’ultima capanna e all’ultimo uomo, che abita il nostro pianeta. (Pio XII, 24 giugno 1944)

Nella lettera a Monsignor Giuseppe Freundorfer nel Millenario della battaglia di Lechfeld Pio XII ricordava tre momenti che ricordava fondamentali per la cultura occidentale: la battaglia di Lechfeld (955) quando Ottone il Grande sconfisse gli Ungari e Magiari sbarrando le porte alle eresie orientali, Poitiers (732) dove Carlo Martello sconfisse gli arabi e la vittoria sugli Ottomani presso le mura di Vienna (1683).

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Leone XIII nella lettera apostolica Quod Multum (22 agosto 1886) esaltava l’Ungheria e la sua vittoria contro i maomettani

Uno eccelle fra tutti, Clemente VIII, al quale – quando Strigonia e Vincestgraz furono affrancate dalla dominazione turca – le massime Assise del regno decretarono pubblici ringraziamenti, poiché egli solo si era prodigato in favore dei derelitti, quasi disperati sulla loro sorte.

Pertanto, come la Sede Apostolica non è mai venuta meno alle aspettative della gente ungherese, ogni volta che toccò loro combattere contro i nemici della religione e dei costumi cristiani, così ora che la commemorazione di un evento attesissimo commuove gli animi, a voi volentieri si unisce nella comunione di una giusta gioia; pur tenendo conto della diversità dei tempi, questo solo vogliamo e a questo solo Ci dedichiamo: confermare la moltitudine nella professione cattolica e parimenti impegnarci per quanto possiamo nell’allontanare il comune pericolo, in quanto il Nostro compito è provvedere alla salvezza delle genti.

In Plurimis (Lettera enciclica, 5 maggio 1888)

In situazione analoga, affligge non poco il Nostro animo un’altra preoccupazione che sprona la Nostra sollecitudine. Se cioè un così turpe mercato di uomini è di fatto cessato nei mari, tuttavia esso viene praticato in terra in modo troppo esteso e barbaro, soprattutto in molte zone dell’Africa. Poiché infatti i Maomettani praticano la perversa teoria per cui un Etiope o un uomo di stirpe affine sono appena al di sopra di un animale, è facile comprendere con sgomento quale sia la perfidia e la crudeltà di quegli uomini. All’improvviso, senza alcun timore, si avventano contro le tribù degli Etiopi, secondo l’usanza e con l’impeto dei predoni; fanno scorrerie nelle città, nei villaggi, nelle campagne; tutto devastano, spogliano, rapiscono; portano via uomini, donne e fanciulli, facilmente catturati e vinti, per trascinarli a viva forza sui più infami mercati. Dall’Egitto, da Zanzibar e in parte anche dal Sudan, come da centrali di raccolta, partono di solito quelle abominevoli spedizioni; per lungo cammino gli uomini procedono stretti in catene, scarsamente nutriti, sotto frequenti colpi di frusta; i meno adatti a sopportare queste violenze vengono uccisi; quelli che sopravvivono, sono venduti come gregge insieme ad altri schiavi e sono costretti a schierarsi davanti a un compratore difficile e impudente. Coloro che sono venduti a costui sono costretti alla miseranda separazione dalla moglie, dai figli, dai genitori; e in suo potere sono sottoposti a una schiavitù crudele e nefanda, e non possono ricusare la stessa religione di Maometto. Questi fatti abbiamo appreso or non è molto, con l’animo profondamente turbato, da alcuni che furono testimoni, non senza lacrime, di siffatta infamia e aberrazione; con essi, poi, convengono pienamente le narrazioni dei recenti esploratori dell’Africa Equatoriale. Anzi, dalla loro attendibile testimonianza risulta che il numero degli Africani venduti annualmente, a guisa di gregge, ammonta a quattrocentomila, di cui circa la metà, estenuata dal tribolato cammino, cade e muore, in modo che i viaggiatori (quanto è triste a dirsi!) possono scorgere il cammino quasi segnato da ossa residue. Chi non si sentirà commosso al pensiero di tanti mali? Noi, che rappresentiamo la persona di Cristo, amantissimo di tutte le genti, liberatore e Redentore, Noi che Ci allietiamo dei molti e gloriosi meriti della Chiesa verso gli infelici di ogni sorta, a stento possiamo dire quanta pietà proviamo verso quelle infelicissime genti, con quanta immensa carità tendiamo loro le braccia, quanto ardentemente desideriamo di procurare loro tutti i conforti e i soccorsi possibili, affinché, non appena distrutta la schiavitù degli uomini insieme con la schiavitù della superstizione, possano finalmente servire un solo Dio, sotto il soavissimo giogo di Cristo, partecipi con Noi della divina eredità. Volesse il cielo che tutti coloro che sono più in alto per autorità e potere, e che vogliono santificati i diritti delle genti e della umanità, o che si preoccupano di dare incremento alla religione cattolica, tutti con tenacia cospirassero a reprimere, a proibire, a sopprimere (aderendo alle Nostre esortazioni e preghiere) quel mercato, del quale nulla è più disonesto e scellerato.

Immortale Dei (Lettera Enciclica 1 novembre 1885)

Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” .

Si potrebbe proseguire. Concludendo. Il magistero illuminato dei Papi fino a Pio XII ha sempre chiaramente indicato che lo scopo primo della Chiesa era evangelizzare, diffondere la parola di Cristo e che i fedeli andavano difesi contro chi attentava alla loro vita e alla loro religione. Tale difesa prevedeva l’appoggio attivo ad una guerra giusta, il bellum iustum romano, e la condanna aperta e chiara di chi era il nemico e di chi attentava alla comunità dei cristiani. Oggi abbiamo davanti persone che passano il tempo a sputare sia sulla storia passata della Chiesa, condannando (da quale pulpito?!) le azioni volte alla difesa e alla evangelizzazione, prostrandosi costantemente in nome di una comunanza interreligiosa che vedono solo loro dato che non può esistere tra religioni incompatibili (e i maomettani ben sanno questo, limitandosi in certe cerimonie pubbliche a dissimulare e sfregandosi le mani davanti alla chiara sottomissione dei cattolici) proferendo da mane a sera autentiche bestemmie o gettando semi di dubbi con mezze frasi, noterelle o espressioni ambigue per vedere l’effetto, scandalizzando, facendo da pietra di inciampo per i fedeli.

Super Chicco


Mitraglietta si è incazzato, non sappiamo se il suo caso è pari a quello di un Michele Serra che è caduto dal cavallo a dondolo, lungo la strada per Nizza, terra della madre e di famiglia, scoprendo che questi “squilibrati” sono pure qualcosa di più concreto e organizzato, resta il fatto che in pochi giorni, purtroppo a seguito di fatti di sangue come quello di oggi, Chicco Mentana ha iniziato una martellante campagna sul tema e non molla, no signori miei, non molla e non cede al facile gioco “so’ ragazzi” o “la colpa è tutta nostra”, né al piacevole esercizio di mettere lo sporco sotto al tappeto e cercare casi diversi.

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Turchia, 2006 (Filippo Facci)


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La mattina del primo gennaio 2006 ero a Istanbul con l’intenzione di partecipare alla messa dei cristiani armeni, interesse personale di un ateo. Di buonora mi incamminai lungo l’Istiklal Caddesi, corso centrale che appariva ordinato e tranquillo e cioè privo di quel genere di postumi da Capodanno che persino nel Beyoglu, il quartiere più occidentale di Istanbul, rimane una festività da occidentali che i musulmani snobbano. Già da un paio di sere avevo sbirciato nelle librerie alla distratta ricerca di un qualche volume di Orhan Pamuk, il più famoso scrittore turco, già insignito di vari premi internazionali e tuttavia accusato di «denigrazione dell’identità nazionale» per quello che aveva scritto e dichiarato sul genocidio dei cristiani armeni. Poi il processo era stato archiviato, ma il governo Erdogan non transigeva e, semmai, aveva  consolidato un genere di negazionismo davvero poco europeo: tanto che presto sarebbe entrato in vigore il nuovo articolo 306 del codice penale che puniva con dieci anni di carcere chi avesse affermato che gli armeni hanno patito un genocidio.Pensavo a queste cose anche perché, intanto, io la chiesa armena non riuscivo a trovarla. Le due mappe a mia disposizione spiegavano che stavo continuando a girarci attorno: ma la chiesa di Sant’Antonio non compariva mai, non s’intravedeva un passaggio, una vista. Nessuno mi dava informazioni, soprattutto: come se parlassi di qualcosa che non esisteva. Poi trovai la chiesa, ma bisogna spiegare come. L’unica maniera di accedervi, in pratica, comportava di entrare nella lunga galleria di vetro del mercato del pesce di Galatasaray e aggirare una bancarella: come se voi al supermercato aggiraste il bancone della gastronomia e v’infilaste nel retro. C’era un passaggio e poi un cortiletto, e finalmente la chiesa. Diciamo che la visita non era agevolata.C’era una messa. La liturgia è molto suggestiva, del tutto diversa da quella cristiana cattolica, ma questo ora non interessa. Ad attrarre la mia attenzione furono gli sguardi di sospetto misto a compiacimento di quei venti o al  massimo trenta fedeli presenti; la sensazione, cioè, non tanto di essere fuori del tempo, ma, a rigor di legge, fuori dalla Turchia, perlomeno la Turchia musulmana coi suoi 71 milioni di fedeli. Alla fine della messa qualche fedele si avvicinò e mi invitò a casa del sacerdote per festeggiare l’anno nuovo, che loro celebravano come il resto d’Europa. Salimmo al primo piano di un palazzetto e ci fecero sedere attorno a dei tavoli, saremo stati una decina. Ci diedero due pani a testa, uno dolce e uno salato, e da bere una lattina di Fanta. Buon anno. I dialoghi erano incespicanti come il mio inglese. Più tardi mi alzai e mi avvicinai a un muro tappezzato di fotografie: inquadravano la comunità armena di Istanbul – tipo formazione calcistica – e si capiva che le scattavano una volta all’anno sin dall’Ottocento. Guardai le foto scattate attorno al 1915, quando i turchi deportarono e affamarono e violentarono e decapitarono e impalarono un milione e mezzo di cristiani armeni. L’ho scritto altre volte:  varie fonti spiegano che Adolf Hitler, nel prefigurare lo sterminio degli ebrei, si ispirò chiaramente a quello degli Armeni, tanto da fargli dire, in un celebre discorso del 22 agosto 1939, che nell’invadere la Polonia occorreva massacrare uomini e donne e bambini senza preoccuparsi di eventuali conseguenze future: «Chi mai si ricorda oggi», si chiese, «dei massacri degli Armeni?».Ecco, siamo al punto. In quelle foto, da un anno all’altro, adulti e anziani d’un tratto sparivano e via via rimanevano solo giovani e bambini. Feci un paio di domande stentate. Cercai di strappare qualche parola a un ecclesiastico che si era avvicinato, ma si vedeva che non aveva nessuna voglia di parlarne, meglio: era palesemente reticente. Ripensai a tante cose, anzi, le ripenso ora. A quando, per esempio, Giovanni Paolo II, poi Papa Ratzinger, parlò dei genocidio armeno e il principale quotidiano turco lo definì «un malato di mente». In un comunicato congiunto con Karekin II, leader della chiesa armena, Giovanni Paolo II aveva descritto con le stesse parole quello che gli armeni chiamano il «Medz Yeghern», il «Grande Crimine». E quando Ratzinger divenne Papa, poi, scrissero così: «E’ Papa il cardinale che ha polemizzato con Erdogan». L’allora cardinale Ratzinger, in un’intervista a Le Figaro, si era infatti detto contrario all’ingresso della Turchia in Europa, e il premier Erdogan aveva risposto così: «La Turchia parla solo coi paesi europei». Il clima era già quello. Quando poi Papa Ratzinger aveva chiesto di visitare Costantinopoli e di poter incontrare il patriarca ortodosso, nel 2005, Ankara rispose di no. Le autorità turche si tennero sul vago sino all’omicidio di don Andrea Santoro, il missionario romano ucciso in Turchia nel febbraio 2006: l’invito ufficiale arrivò immediatamente dopo l’assassinio ed ebbe tutto il sapore di un gesto riparatorio. Poi, prima del viaggio, sempre nel 2006, fu accoltellato anche padre Pierre Brunissen, un religioso francese di 74 anni che era sulle orme di don Santoro e aveva riaperto una piccola chiesa di una città a maggioranza islamica. Intanto monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, denunciava all’agenzia Asianews un clima di aggressione verso i cristiani. Nel settembre 2006, per dire, in Turchia uscì un romanzo che descriveva l’assassinio di Papa Ratzinger a Istanbul: si intitolava «Papa’ya suikast» e protagonista del romanzo era il Mit, il servizio segreto turco, espressione della destra nazionalista e islamica. Era la mia quarta volta in Turchia, e da allora non sono più tornato. Ho preferito restare in Europa.

Camillo Langone e Antonio M. Suarez, Europa e Turchia.


Riporto due articoli che trovo decisamente interessanti. Il primo è apparso sul Foglio per mano di Camillo Langone, il secondo invece è a firma di Antonio M. Suarez. Il commento fotografico è scelto da me.

Dannata Europa senza Vangelo

Immigrazione, terrorismo e ascesa del clero neo pauperista. Il cattochitarrismo non basta. Perché l’Europa rantola da quando ha rinnegato la sua vera religione

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Europa che sembri alla fine della decadenza e che guardi passare piccoli e grandi barbari neri, o ambrati dal sole feroce del deserto, mentre componi editoriali pensosi, tweet ironici, post commossi, tutti ugualmente inutili, ti scrivo. Europa che hai lasciato circondare il castello di Bouillon, in Belgio, da gruppi di donne fazzolettate: me lo racconta, turbato, un amico che lavora in Lussemburgo e che nel tempo libero visita le senescenti province di Fiandre e Vallonia. Come e quando tante maomettane sono arrivate nel pittoresco, verdeggiante paese? Goffredo di Buglione, “il capitano / che il gran sepolcro liberò di Cristo”, scese da quelle mura per scalare quelle di Gerusalemme: ma tu Europa non leggi più Torquato Tasso e la nemesi ti punisce. Europa decrepita che dimostri valida la tesi di Todd Buchholz, l’economista di “The price of prosperity”: “Con l’aumento della ricchezza, la natalità crolla e l’età media della popolazione cresce. Questo richiede un flusso di nuovi operai e comporta l’apertura delle frontiere agli immigrati che hanno il potenziale per frantumare la cultura prevalente”. Io venni internettianamente lapidato quando scrissi che una delle cause del crollo demografico è l’istruzione universitaria femminile: Buchholz lo conferma, non è con l’aumento della povertà che aumentano le iscrizioni delle ragazze alla Bocconi, alla Sorbona o alla London School of Economics. Ed Erasmus, vista la sua efficacia nel ritardare, ostacolare, impedire la maternità di migliaia di giovani europee, potrebbe essere il nome di una marca di preservativi.

Ma la causa principale della tua astenia è la tua apostasia, Europa. Da quando hai rinnegato la tua religione, la vera religione, non fai che rantolare. La religione che ti creò (nascesti con la battaglia di Poitiers, prendesti forma col Sacro Romano Impero), la religione che ti fece grande nonostante le tue dimensioni, la religione che ti diede i monasteri, le cattedrali, gli ospedali e, siccome derivante da ragione e non superstizione, i laboratori scientifici. Il primo a rinnegare Cristo fu san Pietro, quindi non mi avventuro a parlare di un fenomeno nuovo, sono nuove semmai le dimensioni. “Il più grande avvenimento recente – che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa”, scrive Nietzsche alla fine dell’Ottocento. Prima la fede l’hanno persa i filosofi, com’è ovvio: purus philosophus, purus asinus. Poi gli scrittori, gli artisti, i musicisti: il passo successivo al nicciano “Gott ist tot” è il lennoniano “Imagine there’s no countries / it isn’t hard to do / nothing to kill or die for / and no religion too”.

Lennon era il più stolido dei Beatles (il più perspicace era ed è McCartney, non a caso uno dei pochissimi vip a mantenersi neutrale fra Brexit e Remain) e ogni volta che applaudi “Imagine” tu, Europa, diventi un poco più stupida e quindi un poco meno europea (tua caratteristica precipua era la qualità: la quantità è asiatica). Nel 1996 la celeberrima canzoncina anticristiana venne cantata davanti a Papa Giovanni Paolo II e non mi stanco di ricordarlo a chi pensa che la crisi dottrinale della chiesa cominci con l’ascesa al soglio di Papa Francesco. Nel 2016 è stata criticata via Facebook da Susanna Ceccardi, fresco sindaco leghista di Cascina, che ne ha sviscerato la natura comunista (e perciò, anche in questo, più asiatica che europea), evidente nel verso “Imagine no possessions”. Evidente a chiunque non sia assordato dall’ideologia e per nulla evidente al clero pauperista che oggi ha sequestrato il cristianesimo, dimentico o ignaro di quanto il capitalismo debba alla teologia francescana medievale di Pietro di Giovanni Olivi e Giovanni Duns Scoto, a san Bernardino da Siena, a sant’Antonino da Firenze, ai domenicani della scuola di Salamanca.

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Sembra che la fede l’abbiano persa anche i tuoi preti, Europa. Quanti cardinali credono nell’esistenza del diavolo, nell’incarnazione, nella presenza reale di Gesù Cristo nell’eucaristia, a parte l’africano Sarah? Quanti fra i cardinali tedeschi, ad esempio? E in Austria? Europa debosciata dove accade che il cardinale Schönborn faccia entrare un giovane omosessuale, unito civilmente con un altro omosessuale, nel consiglio pastorale di una sua parrocchia. Dio è davvero molto misericordioso se dopo simili episodi non affoga la diocesi di Vienna nel pozzo del suo tradimento, e si limita a dissanguarla lentamente, dandole il tempo di un ravvedimento che però non si intravede. E intanto nelle scuole della capitale austriaca gli studenti musulmani hanno già superato gli studenti cristiani: come se nel 1683, davanti alle sue mura, avesse vinto il Gran Visir anziché Giovanni III di Polonia. Come se Marco d’Aviano non avesse meritato il titolo di Beato col sermone che entusiasmò i soldati poco prima della battaglia, Europa dannata che non sei altro. Europa calcolatrice che sbagli i calcoli, Europa di Angela Merkel che ha aperto le porte agli invasori per raddrizzare la curva demografica e continuare a pagare le pensioni: col risultato che nel medio periodo non ci sarà più la Germania e non verranno comunque pagate le pensioni.

Europa collaborazionista che come sindaci delle tue metropoli eleggi islamofili o direttamente islamici, vedi Londra, amministratori autorizzanti moschee sulle quali si innalzeranno minareti dai quali si affacceranno muezzin: non hai appena visto, Europa, il tentato golpe turco, il ruolo dei muezzin nell’eccitare i tagliagole di Allah? Cambia occhiali, Europa. E già che ci sei cambia pure protesi acustiche: sei talmente sorda da affollare i concerti di Elton John, il ladro di bambini, di David Gilmour, grande chitarrista dell’epoca di Nilde Iotti, e di Bruce Springsteen, che già al tempo in cui aprii le orecchie al mondo, mille anni fa, mi faceva tenerezza per quanto era musicalmente grossolano e superato. Palestrina è più moderno, anche se dubito possa piacerti, Europa smemorata, un compositore così esemplarmente cattolico romano. Non piace nemmeno ai preti, così come il gregoriano e l’organo a canne: migliaia di parroci appartengono a un’altra religione, il cattochitarrismo, senza schitarrata la messa non sembra loro valida. Forse anche per questo “piccoli atei crescono”, come scrive il sociologo Franco Garelli: mette tristezza, respinge, non attrae, un culto con una colonna sonora così programmaticamente di serie B.

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Europa che sembri alla fine della decadenza e probabilmente lo sei davvero, non per risollevarti, missione impossibile a viste umane, bensì per salvare il meglio del tuo patrimonio, per trasmettere il tuo lascito alle generazioni e ai popoli che verranno, certamente dobbiamo valutare l’Opzione Benedetto, la creazione di oasi di civiltà nel caos di un continente insanguinato dal nichilismo come in un romanzo di Cormac McCarthy. All’uopo ci vorrebbe un nuovo ordine benedettino (chi conosce i benedettini odierni dubita che possano salvare se stessi, altro che il continente). Sarebbe utile anche un movimento popolare e giovanile di educazione alla fede, tipo quello fondato nel 1970 dal sacerdote lombardo don Luigi Giussani. Si chiamava Comunione e Liberazione, qualcuno se lo ricorda ancora. Poiché a Roma ci sono due Papi e questo anche per i bendisposti è un fattore di confusione e strabismo, e tu, Europa, bendisposta non lo sei di sicuro, sappi che c’è un vescovo a Ferrara. “Questo sistema sociale si sta disfacendo”, afferma monsignor Negri col pessimismo profetico che lo contraddistingue e lo innalza sul piatto paesaggio di talpe ottimiste. “In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società bisogna decidersi a non puntellare l’impero. I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo. Affermarono che Cristo era l’unica vera risposta sulla vita dell’uomo e del mondo. Ricostruiamo dunque le nostre comunità attorno a Gesù Cristo”.

L’islam che ti seduce tanto, Europa baldracca, è un fungo velenoso che cresce sulla tua decomposizione, un parassita sociale oltre che teologico (Maometto per scrivere il Corano ha sfruttato sia l’Antico che il Nuovo Testamento). Cos’è infatti la tua presente decadenza se non la fase putrefattiva della civilizzazione? Europa che tutto hai mangiato e tutto hai bevuto, come scrive Verlaine, e ancora ti gingilli con le guide dei ristoranti, con i programmi dei cuochi, perché la tavola è il talamo di chi non fotte più, non ti sto chiedendo niente perché niente mi aspetto da te. Io insieme a Rimbaud rimpiango la vecchia Europa dei parapetti antichi, ma è una cartolina ingiallita, un sospiro, non un fondamento. Non chiedo niente nemmeno alla tua cultura dato che, lo ha rimarcato Gabriel Matzneff, “il Café de Flore si inginocchia davanti ai barbuti fanatici di Libia, di Siria, così come una volta si inginocchiava davanti a Stalin”. Ti ho scritto per dirti che vogliamo smettere di puntellarti, traballante Europa. Non possiamo rischiare che il Vangelo finisca sotto le tue macerie: se e quando ti ricorderai della tua giovinezza, e vorrai non rimpiangerla bensì riviverla, lo ritroverai intatto.

(Camillo Langone)

Erdogan fa solo il suo lavoro di buon musulmano moderato

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Smettetela di attaccare Erdogan per le epurazioni che sta facendo in Turchia, sta solo facendo il suo lavoro di buon musulmano che non è quello di garantire i Diritti e di rispettare quelle che noi in occidente consideriamo “regole fondamentali”, ma è quello di trasformare uno Stato laico in uno Stato Islamico basato sulla Sharia.

Qualsiasi buon musulmano lo farebbe altrimenti non sarebbe un buon musulmano. Non ci credete? Guardate cosa scrive Hamza Roberto Piccardo, fondatore del UCOII e considerato membro influente del cosiddetto “Islam moderato”:

Abbiamo un concetto di rivoluzione fortemente influenzato dalla storia. Quella francese è stata una rivoluzione borghese. Quella russa di operai e soldati, quella cinese è stata contadina, entrambe in qualche maniera marxiste-leniniste. Quella attuale in Turchia è a mio avviso una rivoluzione democratica su base islamica

Rivoluzione islamica, Piccardo usa lo stesso termine (con parole leggermente e furbescamente diverse) usato dagli Ayatollah iraniani per definire il golpe con il quale destituirono lo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Rivoluzione islamica (democratica sic) in luogo di uno stato laico basato sulla separazione dei poteri e sui contrappesi a garanzia della democrazia e dei Diritti. E’ il sogno di ogni buon musulmano moderato, sostituire la laicità e una costituzione laica con la Sharia. E non ne fa nemmeno mistero il buon musulmano moderato Piccardo che a ridosso del contro-golpe (o contro-golpetto) di Erdogan e dopo che il sultano turco (o califfo) ha dato il via alle epurazioni scrive euforico su Facebook:

dopo tante primavere bidone, ora una vera rivoluzione. Non m’interessa neppure chi l’abbia innescata, quel che conta è che a quasi 100 anni da Ataturk la Turchia torna ad essere una grande nazione musulmana di fatto e di diritto

Al diavolo la laicità e viva la nazione musulmana di fatto e di diritto. Ecco, ci troviamo di fronte alla rappresentazione del perfetto musulmano moderato, membro eminente della comunità musulmana e della Fratellanza Musulmana che con due parole ci spiega con esattezza qual’è la sua visione per il futuro, qual’è il suo sogno probabilmente anche per il nostro Paese.

E allora, perché mai ci dovremmo indignare di quello che sta facendo Erdogan in Turchia quando abbiamo tanti piccoli Erdogan in casa? Perché mai dovremmo accusare Erdogan di chissà quali nefandezze quando quelle stesse nefandezze rientrano perfettamente nella figura del buon musulmano moderato nostrano?

E basta anche con tutte queste richieste alla comunità islamica di schierarsi apertamente contro il terrorismo islamico. Ogni volta che c’è un attentato islamico siamo li a chiedere una loro risposta che ci tranquillizzi e ogni volta otteniamo solo silenzio o poche parole di circostanza. Non vi basta come risposta?

(Antonio M. Suarez)

Zuppi di ipocrisia (ovvero Arcivescovi che nell’armadio nascondono l’abito da Imam)


Come risponde Bologna a questo?

a

Così

In occasione della chiusura del mese di Ramadan, lunedì 4 luglio (ore 20.30) in via Pallavicini 13 a Bologna, l’arcivescovo mons. Matteo Zuppi presenzierà alla “rottura del digiuno”, definita in una nota diocesana “momento di grande spiritualità e riflessione per la comunità musulmana”.

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Io credo molto nei volti. Penso che quello che c’è dentro prima o poi deve dare chiaro segno fuori. Per quanto uno si paludi.

Rifacciamoci la bocca con il rimpianto Cardinale Biffi

Voglio congratularmi con l´Istituto Veritatis Splendor per l´iniziativa di questo convegno. Le tematiche che qui saranno toccate non soltanto sono per se stesse di grande rilievo, ma anche si connotano di un´attualità viva e (sembra di poter dire) crescente. La felice pluralità delle voci saprà ben lumeggiare, ne sono certo, i vari argomenti; argomenti distinti tra loro e multiformi, ma contigui e anzi in più di un caso vicendevolmente connessi.

Per parte mia, vorrei richiamare l´attenzione su due differenti questioni, che già altra volta mi hanno dato l´occasione di esprimere qualche convincimento: quella dell´identità cristiana entro la dominante “cultura del dialogo” e quella dell´immigrazione nelle nostre terre. Dico subito che, se la mia “forma mentis” è quella del teologo (sia pure di un teologo in disarmo), le mie prospettive e i miei interessi sono quelli del pastore.

La questione del “dialogo”

La necessità del dialogo – oggi enfaticamente asserita un po´ in tutti i contesti, fino a essere quasi ossessiva – è quasi un´ovvietà. Come potrebbero vivere gli abitanti di un pianeta così fortemente comunicante e unificato come il nostro, senza parlarsi e confrontarsi tra loro? Possiamo anzi essere d´accordo anche sulla doverosa ricerca della reciproca comprensione attraverso una benevola attenzione all´ “altro” (questo pare sia oggi il senso culturale del termine “dialogo”).

E´ tuttavia innegabile che nella concretezza esistenziale del rapporto tra non credenti e credenti (almeno quei credenti che non vogliono smarrire la loro originale identità) emerge a questo proposito qualche problema, che deve essere correttamente affrontato. Basterà pensare alla pubblicazione, lo scorso anno 2000, da parte della Congregazione per la dottrina della fede della Dichiarazione Dominus Iesus: non era mai capitato – in venti secoli di cristianesimo – che si sentisse il bisogno di ricordare ai discepoli di Gesù una verità così elementare e primaria come questa: il Figlio di Dio fatto uomo, morto per noi e risorto, è l´unico necessario Salvatore di tutti. Evidentemente si è temuto che di questi tempi Gesù Cristo potesse diventare l´illustre vittima del dialogo interreligioso.

Paolo VI – che con l´enciclica Ecclesiam suam (1964) ha introdotto ufficialmente il tema nei documenti del Magistero – ha chiarito le opportunità, i metodi, i fini, ma si è volutamente astenuto da dare alla proposta di “dialogo” una vera e propria fondazione teologica. Il che è forse alla fonte delle intemperanze e delle ambiguità che hanno poi aduggiato la cristianità .

Nel tentativo di attenuare tale inconveniente e nella speranza che il discorso sia poi proseguito dagli addetti ai lavori (possibilmente senza eccessive precomprensioni ideologiche e senza troppo indulgere alla moda del “politicamente corretto”), mi proverò a elencare alcuni elementi di riflessione a mio avviso incontestabili e ineludibili.

1. L´evento salvifico – nei due fatti costitutivi dell´incarnazione del Verbo e della risurrezione di Gesù – sta all´origine del cristianesimo e ne rappresenta in forma perenne e definitiva il senso e il cuore. Essendo dei “fatti”, essi non sono “trattabili”: chi “crede” non li può, restando logico, né attenuare né mettere tra parentesi; chi “non crede” non li può razionalmente accettare.

Sono dunque culturalmente “laceranti”. Il che è chiaramente insegnato dalla parola di Dio in alcuni testi oggi abbondantemente censurati:

– “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

– “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34).

– “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d´angoloÉChi cadrà su questa pietra sara sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (Mt 21,42.44).

Alla luce di questi insegnamenti, il principio che “bisogna guardare più a ciò che ci unisce che a quello che ci divide” (utilissimo nella sua accezione “politica” e comportamentale) diventa ambiguo fino a essere deviato e alienante nell´ambito del dialogo interreligioso: il cristiano guarda – e non può mai cessare di guardare – soprattutto a ciò che la Rivelazione gli ha indicato come eminente e sostanziale.

2. Nel cristiano la fede è un´intelligenza assolutamente nuova e imparagonabile, che gli deriva dalla luce comunicatagli dallo Spirito del Signore risorto: tale luce ha come effetto proprio di far partecipare alla conoscenza stessa che possiede il Signore Gesù. Chi ne è privo, manca del principio conoscitivo adeguato a cogliere il significato ultimo di questo ordine di cose concretamente esistente (che è incentrato in Cristo ed è dunque “soprannaturale”).

E´ l´insegnamento esplicito e inequivocabile di san Paolo, che chiarisce la differenza e la fatale incomunicabilità che c´è tra l´uomo “pneumatikòs” e l´uomo “psychikòs”: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donatoÉL´uomo “psichico” invece non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare per mezzo dello Spirito” (cf 1 Cor 2,12-15).

3. Secondo la dottrina di san Paolo, tutto dall´inizio è stato pensato e voluto in Cristo (cf Col 1,15-20). E dunque ogni uomo è stato esemplato su Cristo: proprio in quanto uomo, egli è una iniziale immagine del Figlio di Dio. Si deve dunque pensare che nessun uomo, in questa “economia” cristocentrica, sia abbandonato entro i confini della pura naturalità e sia lasciato senza alcun aiuto che lo proporzioni almeno per qualche aspetto alla soprannaturalità dell´universo come in realtà esiste.

4. “Lo Spirito – ha detto Gesù – spira dove vuole” (cf Gv 3,8). Non è da sottovalutare la libera azione illuminante che è propria dello Spirito Santo, effuso sull´umanità dal Signore che sta alla destra del Padre. E´ un´azione alla quale noi non possiamo “a priori” assegnare nessun confine. Le intelligenze umane, anche se di solito non arrivano a percepirlo, sono spesso “pneumatizzate” quando si pongono sinceramente al servizio della verità.

In un´opera attribuita un tempo a sant´Ambrogio si trova a questo proposito un´affermazione illuminante (ripetutamente ricordata da san Tommaso d´Aquino): “Quidquid verum a quocumque dicitur, a Sancto dicitur Spiritu” (Anbrosiaster, In primam ad Cor. XII, 23).

Come si vede, la risposta al problema se sia o no possibile un dialogo tra il credente e non credente non è semplice perché è una risposta “dialettica”, e sono diversi gli elementi che interagiscono.

Certo, non c´è alcuna possibilità di intesa tra la fede e l´incredulità, considerate come atteggiamenti mentali e spirituali totalmente estranei e tra loro antitetici. Ma noi dobbiamo sempre cercare di avvalorare (e rendere auspicabilmente feconda di verità) l´iniziale conformità a Cristo che si trova in ogni uomo. Senza dire che il non credente può essere portavoce inconsapevole dello Spirito Santo; sicché “a priori” non possiamo trascurare di ascoltarlo con qualche speranza; e, nel caso più fortunato, di convenire con lui.

La questione dell´immigrazione

Sull´immigrazione mi limito a richiamare schematicamente quanto ho avuto occasione di dire lo scorso anno.

Alle comunità cristiane proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali.

1. Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.

2. Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. E´ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama”.

3. Allo stesso modo, è nostro dovere l´osservanza del comando dell´amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato italiano.

1. Di fronte al fenomeno dell´immigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l´abitazione, l´inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

2. Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.

3. I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico” (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.

Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese e apprezzate.

Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione da parte di altri accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L´ipotesi più misericordiosa che mi si presenta è che da parte dei miei critici, per il brigoso impegno di parlare, non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.

Quella dell´immigrazione è una questione difficile e complessa, e va affrontata con serietà di informazione e di indagine. Non si tratta perciò soltanto di leggere ciò che si vuol contestare (che è il minimo che si deve fare); bisogna anche – per dirla col Manzoni – “osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”.

“Ma parlare, – continua il Manzoni con la sua saggezza al tempo stesso sorridente e impietosa – questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell´altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po´ da compatire” (I promessi sposi, cap. XXXI).

Tanto più quindi mi compiaccio dell´accurato programma di ricerca, di analisi, di discussione, che arricchirà le giornate di questo Convegno. Al quale auguro di cuore un lavoro sereno e fruttuoso.

Papa Pio XII parlando di Papa Pio X ai fedeli delle diocesi venete (20 agosto 1939)


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[…]

Nato e vissuto tra il popolo, spettatore delle moderne lotte di pensiero scientifico e sociale insidiante alla purezza della fede e dell’insegnamento cattolico, non dubitò di proscrivere i superbi effetti di una scienza di falso nome, la quale chiamava progresso di sapienza lo sviarsi dietro i sogni di filosofie aeree e dietro la metamorfosi di una verità variabile a seconda dei venti; mentre ai bramosi della vera scienza e della parola divina apriva le aule dell’Istituto Biblico. Come fu il difensore della verità e amò l’ossequio razionale alla fede, Pio X apparve sul trono di Pietro il campione della libertà e dei diritti della Chiesa. Nella sua umiltà sentì il triregno gravargli la fronte; accettò fra le lacrime come una croce il gran peso, ma da quel dì nessuna mano estranea osò più intromettersi nella scelta del Vicario di Cristo. Stette, come gigante che non crolla, nella contesa arena della elezione dei sacri Presuli, e sacrificò alla loro dignità e alla difesa dell’opera intangibile di Gesù Cristo e della Gerarchia da Lui divinamente istituita anche i legittimi beni della Chiesa, doni della pietà dei secoli, mostrando con tale splendido esempio al mondo « che l’uomo deve nutrire quaggiù delle preoccupazioni più alte di quel che non siano le contingenze passeggere di questa vita e che la gioia suprema, l’inviolabile gioia dell’anima umana su questa terra è il dovere soprannaturalmente compiuto a qualunque costo, e per ciò stesso Iddio onorato, servito, amato al di sopra di tutto » (cfr. Enciclica Une fois encore, 6 gennaio 1907). Amò la giustizia e odiò l’iniquità; e perciò sostenne la contraddizione, palestra degli eroi e dei santi. Amò la Chiesa e la sua prudenza giuridica avanzante colla propagazione del Vangelo e colle mutevoli condizioni dei tempi, e da entro il volume delle sue leggi « trasse il troppo e il vano » (Cfr. Par., VI, 12), segnandone i termini alle Congregazioni, ai Tribunali e agli Uffici della Curia Romana.

[…]

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Decidetevi o avete mentito prima o mentite ora: Lutero 2017


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Gli ultimi decenni (post Vaticano II) hanno visto un accumularsi di voltafaccia rispetto alla Dottrina. Con Bergoglio la cosa è diventata più lampante perché da una parte ha il gusto dello scandalo per finire sui giornali, dall’altra ha pure una povertà intellettuale che si evince chiarissima dalla lettura dei suoi interventi (i gesuiti non sono più quelli di una volta a quanto pare). Ma non crediate che i predecessori abbiano mancato di dire castronerie o di cambiare completamente le carte in tavola sopra questioni di fondo, questioni alla base. Ora si avvicina il 2017, la celebrazione dell’anniversario delle tesi di Lutero (31 ottobre 1517) e di Fatima (13 maggio 1917) non crediamo che le apparizioni avvenissero per caso proprio nell’anno dei 400 anni dalle tesi protestanti. Ora Bergoglio, seguendo l’andazzo dei predecessori, si appresta a festeggiare felice e contento l’anniversario, biascicando di riconciliazioni che, nel linguaggio in uso, significa stretta di mano, io continuo con le cose mie, tu con le tue, magari ci mischiamo un po’ e tutti felici. Quella di Lutero è una Eresia. E da parte sua diceva esattamente la stessa cosa del Cattolicesimo, non a caso, ancora in vita Lutero, si diffondevano immagini del Papa con orecchie d’asino all’Inferno

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E per i Protestanti i Cattolici erano eretici e dunque da destinare all’Inferno come in questa immagine con Lutero durante una predica.

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Quella di Lutero è Eresia condannata e Lutero, secondo Dottrina, ora è dove spetta che sia un eretico e scismatico. Non parliamo poi di quello che è stato il cambio di rotta verso religioni che negano tutti i fondamenti del Cattolicesimo e del Cristianesimo non “limitandosi” a divergenze sulla dottrina. Si arriva a fronte di questa e di tante altre questioni ad un bivio.

  1. Avete raccontato palle per 2000 anni, non credendo mai in nulla e riadattando a seconda delle necessità, non sostenendo nulla per convinzione e ispirazione
  2. Gli ultimi “papi” sono eretici e sono a capo di un movimento che va verso la distruzione della Chiesa e la sua dissoluzione

La scelta spetta ora a chi ha o non ha fede o almeno si sente saldo nella Chiesa Cattolica. Se credete nella Chiesa Cattolica non potete accettare che si ribaltino, a piacere degli ultimi “papi”, le Eresie in “rivoli fratelli”, in base ad una bestemmia come l’Ecumenismo (ovvero niente evangelizzazione, niente fiducia nella verità del Cristo, ma un “volemose bene” tra sette e ONLUS). Se dunque credete alla Chiesa Cattolica ecco che la conseguenza naturale è sentirsi ingannati da questi sepolcri imbiancati che vanno respinto come Eretici. Se credete e non trovate niente di strano avete un concetto curioso della vostra religione, evidentemente è una abitudine sociale, neppure ascoltate quello che si legge nei Vangeli, basta che vi lascino sonnecchiare durante la messa (altra abitudine per voi) perché, evidentemente, una religione vale l’altra. Se invece appartenete a quelli che non credono o credono in altro… complimenti, questo si prospetta per voi come il secolo più foriero di possibili gioie!!


PIO XII : «Si è partiti col dire Cristo sì, Chiesa no (protestantesimo ndr.). Poi Dio sì e Cristo no (illuminismo ndr.). Finalmente il grido empio: Dio è morto, anzi, Dio non è mai esistito (comunismo ndr.)»

Dal discorso di Pio XII alla Curia Romana (5 aprile 1939)

[…]

Ma per eguale contraccambio parliamo come a fratelli e a figli con l’Apostolo: «Dilatamini et vos», affinché il Nostro amore verso la Santa Chiesa sia pieno. Dilatatevi anche voi al pensiero che servite questa Sposa di Cristo, per la quale egli diede se stesso a farla vestita di gloria, senza macchia e senza ruga, ma santa e immacolata; questa divina Sposa, che dilata e pianta le sue tende per l’universo, grida il Vangelo in ogni regione del globo, discende coi suoi suffragi nel carcere di quei che attendono di volare un giorno alle beate genti, sale al cielo a invocare e chiamare quaggiù gli eroi della santità e del bene, perchè nella gloria che loro tributa sugli altari si facciano salute e conforto degli esuli figli di Eva.

[…]

Ma a questo splendore di dignità e privilegio di circondare, più davvicino che ogni altra istituzione ecclesiastica, l’apostolica potestà del Successore di Pietro, — attualmente la Nostra, per quanto povera e indegna persona —, voi ben vedete quanto convenga che in tutta la Curia Romana risponda lo splendore della vita, affinché il Pontefice, secondo scriveva il Dottore mellifluo, San Bernardo, più pronti vi abbia, come a lui dappresso assistete: «Propiores assistitis, ut habeat paratiores». Questa maggiore preparazione che è mai se non il maggior spirito che vivifica, mentre la lettera uccide? quello spirito che vivifica il lavoro, che tramuta la penna in ala di volo celeste, che penetra, dirige, sorregge, sublima la mente e il volere; quello spirito che vuol essere il primo e il più santo orgoglio di tutti coloro che sono chiamati e preparati a collaborare alla missione dal Divino Maestro impostaCi di. Pastore delle pecorelle del suo ovile e dell’altre, pure sue, ancora randagie, che Egli intende condurre a sé.

[…]

Di tanta dignità investiti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, vi salutiamo qui uniti intorno a Noi; ed è per Noi santa e paterna gioia il sentir confermato, dalle parole del vostro Eminentissimo ed eloquente interprete, il venerando e a Noi carissimo Cardinale Decano del Sacro Collegio, che voi tutti, animati dallo spirito di Cristo e pienamente consci della responsabilità e dell’altezza del vostro ufficio, null’altro più ardentemente bramate e studiate che di rendervi sempre più degni della vostra privilegiata vocazione. Nessun dono di questo più gradito, nessuna promessa più preziosa, nessun più soave conforto voi avreste saputo o potuto darCi in questi giorni, in cui Noi, per inscrutabile consiglio divino, abbiamo assunto il grave peso del lavoro pontificale là ove al Nostro indimenticabile Predecessore l’angelo di una santa morte fermò inerte la sapiente operosa mano e, chiudendogli il gran volume del suo lungo e glorioso pontificato, gli schiuse le porte della città celeste, invitandolo e introducendolo al riposo della beata eternità.

Eredi del suo nome, siamo anche eredi del suo tempo, che diventa Nostro con le fortune propizie e avverse che seco nella sua fuga travolge. Tempo difficile e pur così grande, quando nel volgere di un anno si susseguono e maturano avvenimenti che prima avrebbero richiesto decenni e forse secoli; quando il vertiginoso e portentoso progresso moderno sembra aver resa questa « aiuola che ci fa tanto feroci » troppo angusta alle insaziate brame dei figli di Adamo; quando per tutti i lidi e verso tutti i venti ormai risuona la divina voce del Vangelo, e i doveri e la azione della Chiesa, e con essi quelli dei suoi uffici centrali, si vengono ampliando ed estendendo oltre misura, mentre gli occhi del mondo sempre più ansiosi si volgono al Magistero di lei, fisi guardando pur se dal suo labbro erompa quella verità che libera e sublima l’uomo nell’opera della carità. Che resta a Noi se non levare il Nostro sguardo umile e implorante al cielo, donde scende la sapienza pura, pacifica, modesta, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti? donde scende il frutto della giustizia che si semina nella pace da coloro che praticano la pace? . Fra i dati buoni e i doni perfetti che discelidono dal Padre dei lumi Noi non potremmo impetrare e ricevere grazia più segnalata che di sapere e vedere presso di Noi uomini, quali San Bernardo descriveva e raccomandava al suo diletto discepolo e venerato Pontefice Eugenio III: « In talibus — così scriveva il santo abate di Chiaravalle — ut opinor, requiescat spiritus tuus…: qui praeter Deum tantum timeant nihil, nihil sperent nisi a Deo… Qui stent viriliter pro aflictis et iudicent in aequitate pro mansuetis terrae. Qui sint compositi ad mores, probati ad sanctimoniam, parati ad oboedientiam, mansueti ad patientiam, subiecti ad disciplinam, rigidi ad censuram, catholici ad fidem, fideles ad dispensationem, concordes ad pacem, conformes ad unitatem. Qui sint in iudicio recti, ín consilio providi, in iubendo discreti, in disponendo industrii, in agendo strenui, in loquendo modesti, in adversitate securi, in prosperitate devoti, in zelo sobrii… Qui legatione pro Christo fungi, quotiens opus erit, nec iussi renuant, nec non iussi affectent… Qui orandi studium gerant et usum habeant, ac de omni re orationi plus fidant, quam suae industriae vel labori»

Robert Spaemann, Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità (dal blog di Sandro Magister)


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Il professor Robert Spaemann, 89 anni, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, è professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. È uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi. Vive a Stoccarda. Il suo ultimo libro uscito in Italia è: “Dio e il mondo. Un’autobiografia in forma di dialogo”, edito da Cantagalli nel 2014. (dal Blog di Sandro Magister)

 

ANCHE NELLA CHIESA C’È UN LIMITE DI SOPPORTABILITÀ”

di Robert Spaemann

Le mie osservazioni critiche nel colloquio con la Catholic News Agency sull’esortazione apostolica “Amoris laetitia” hanno suscitato delle vivaci reazioni, in parte di assenso entusiastico, in parte di rifiuto.

Il rifiuto riguarda in primo luogo la frase secondo cui la nota 351 rappresenta una “rottura nella tradizione del magistero della Chiesa cattolica”. Quel che volevo dire era che alcune affermazioni del Santo Padre si trovano in una chiara contraddizione con le parole di Gesù, con le parole degli apostoli e con la dottrina tradizionale della Chiesa.

Di rottura, in realtà, si deve parlare solo quando un papa, richiamandosi in maniera univoca ed esplicita alla sua potestà apostolica – dunque non incidentalmente  in una nota a piè di pagina –, insegni qualcosa che è in contraddizione con la citata tradizione magisteriale.

Il caso qui non si verifica, anche solo per il fatto che papa Francesco non ama la chiarezza univoca. Quando, poco tempo or sono, ha dichiarato che il cristianesimo non conosce alcun “aut aut”, evidentemente non lo disturba affatto che Cristo dica: “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Le lettere dell’apostolo Paolo sono piene di “aut aut”. E, infine: “Chi non è per me, è contro di me! (Mt 12, 30).

Papa Francesco, però, vuole solo “fare proposte”. Contraddire delle proposte non è vietato. E, a mio parere, lo si deve contraddire con energia, quando in “Amoris laetitia” ritiene che anche Gesù avrebbe “proposto un ideale esigente”. No, Gesù ha comandato “come uno che ha autorità, e non come gli scribi e i farisei” (Mt 7, 29). Lui stesso, ad esempio quando parla con il giovane ricco, rinvia all’intima unità della sequela con l’osservanza dei dieci comandamenti (Lc 18, 18-23). Gesù non predica un ideale, ma fonda una nuova realtà, il regno di Dio sulla terra. Gesù non propone, ma invita e comanda: “Vi do un comandamento nuovo”. Questa nuova realtà e questo comandamento si trovano in stretta relazione con la natura della persona umana, conoscibile attraverso la ragione.

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Alice nel paese di “Amoris laetitia” (Sandro Magister)


Ripubblico un interessante articolo di Sandro Magister apparso su http://www.chiesa.espresso.repubblica.it

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ROMA, 7 giugno 2016 – Occhio all’autrice del volume qui sopra, prima edizione critica di un capolavoro di san Basilio il Grande andato perduto nell’originale greco ma giunto a noi grazie a un’antica versione in siriaco attestata in cinque manoscritti, pubblicato due anni fa dalla storica editrice Brill attiva in Olanda dal XVII secolo.

L’autrice è Anna M. Silvas ed è studiosa tra le più rinomate al mondo dei Padri della Chiesa, soprattutto orientali. Appartiene alla Chiesa grecocattolica di Romania e vive in Australia, ad Armidale, nel Nuovo Galles del Sud.

Insegna nella University of New England e nella Australian Catholic University. I suoi principali soggetti di studio sono i Padri Cappadoci, Basilio, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, lo sviluppo del monachesimo, l’ascetismo femminile nella prima cristianità e nel Medioevo.

Tiene inoltre corsi sul matrimonio, la famiglia e la sessualità nella tradizione cattolica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia di Melbourne.

Quello che segue è il suo commento all’esortazione apostolica postsinodale “Amoris laetitia”, pronunciato davanti a un folto pubblico con vescovi e sacerdoti e poi pubblicato sul sito web della parrocchia del beato John Henry Newman a Caulfield North, nei pressi di Melbourne:

Il testo originale del commento è arricchito con alcune note a piè di pagina e un epilogo con un brano di san Basilio, qui omessi.

Ma non una parola di più. Il commento di Anna M. Sllvas è tutto da leggere. Brillante, acuto, competente, schietto. Un esempio luminoso di quella “parresìa” che è dovere di ogni battezzato.

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