Il Pitone Argentino ritorna. Lutero, Calvino e la Fraternità Pio X. Giri e raggiri di un miscredente.


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Nel Martirologio di Oggi leggiamo

Brilæ, in Hollándia, pássio novémdecim Mártyrum, Gorcomiénsium nuncupatórum; quorum ex número novem Sacerdótes ac duo Láici erant Fratres Minóres, quátuor Presbýteri sæculáres, duo Præmonstraténses, unus Reguláris Canónicus sancti Augustíni, et unus Dominicánus. Hi omnes, ob tuéndam Ecclésiæ Románæ auctoritátem et reálem Christi in Eucharístia præséntiam, a Calviniánis hæréticis vária ludíbria et torménta perpéssi, tandem, in trabem acti, agónem suum, adstríctis láqueo fáucibus, consummárunt; et a Pio Nono, Pontífice Máximo, inter sanctos Mártyres reláti sunt.

Si tratta della vicenda dei Martiri Gorcomiensi, torturati e uccisi dai Calvinisti perché non vollero rinnegare la loro fede e la fedeltà al Papa. La voce Wikipedia offre una buona sintesi della vicenda.

l nipote del priore Pieck, Rutger Estius, fratello di Guillaume che poi ne scriverà la storia, lo scongiurò di scappare e mettersi in salvo assieme agli altri frati. Ma Pieck, per non dare un cattivo esempio di viltà a tutti i cattolici della città e per non abbandonarli , preferì restare e rifugiarsi nella cittadella assieme ai confratelli, presto raggiunto da tutti gli altri religiosi e sacerdoti della città e da molti cattolici. I Gheusi sbarrarono il fiume a monte e a valle della città, il 26 giugno entrarono in città, capeggiati da Marin Brant, che convocò in piazza tutti gli abitanti facendo loro giurare fedeltà alla causa calvinista e a Guglielmo d’Orange, poi si recò davanti la cittadella chiedendo al governatore spagnolo Gaspard Turk la resa della guarnigione spagnola composta da appena una ventina d’uomini. Avuta risposta negativa, alla sera iniziò a cannoneggiarli, costringendoli ad abbandonare due cinte difensive per ridursi nell’ultimo ridotto, la torre blu. Il governatore, in condizioni di netta inferiorità, chiese di poter trattare la resa, Marin accettò e promise la libertà a tutti coloro che si fossero arresi, in cambio del diritto di saccheggiare tutto ciò che si trovava nella torre. Ma appena i Gheusi entrarono nella torre presero prigionieri tutti i religiosi e iniziarono a insultarli, chiedendo loro dove avessero nascosto i loro tesori, e di fronte ai loro dinieghi li malmenarono violentemente, dando anche fuoco a padre Pieck che era svenuto.

Per dieci giorni i religiosi rimasero prigionieri nella torre e furono sottoposti a sevizie continue, poi il capo dei Gheusi, il barone di Lumey Guillaume de la Marck chiese che venissero trasferiti nella vicina città di Brielle dove lui si trovava. La sera del 5 luglio furono fatti salire su una grande barca, che fece diverse soste per esporre i prigionieri alla curiosità ed agli insulti della folla dei vari paesi. Giunsero a Brielle al mattino del 7 luglio. Li accolse il Lumey che li fece camminare fino alla città disposti su due file simulando una processione religiosa, costringendoli a cantare inni e litanie ed esponendoli al ludibrio della folla che li bersagliava con pietre, sabbia e secchi di acqua sporca. Infine li condusse in prigione, dove già si trovavano i curati di Maesdam e di Heinort e due monaci premostratensi, provenienti dall’abbazia di Middelbourg in Zelanda.

I 19 martiri di Gorcum nella piazza di Brielle
Per tutta la serata il barone di Lumey li interrogò, tentando di far loro rinnegare i dogmi della fede cattolica e l’obbedienza al Papa, riprese l’interrogatorio il giorno dopo, senza alcun risultato, infine li condannò a essere impiccati. Intanto era giunto un messaggero che gli recapitava tre messaggi. Uno era di Marin Brant, il secondo del Consiglio della città di Gorcum, il terzo del principe Guglielmo d’Orange. Quello di Marin Brant era un lasciapassare per i religiosi, in cui però Brant firmandosi come “signore” indisponeva il Lumey. Quello del Consiglio ricordava le circostanze della capitolazione, attestava la buona reputazione di tutti i religiosi prigionieri e chiedeva la loro liberazione, inoltre la sorella del curato Wichel prometteva una cospicua somma di denaro per la sua liberazione. La lettera di Guglielmo d’Orange, che chiedeva la loro liberazione, fece invece indispettire il Lumey, perché dopo essersi affrancato dal giogo del re di Spagna, non intendeva sottomettersi agli ordini di un principe suo pari. Inoltre doveva mantenere la promessa di vendicare la morte dei conti di Horn e di Egmont, giustiziati dagli spagnoli, giustiziando tutti i preti e i religiosi papisti che fosse riuscito a catturare.

Giunsero a Brielle anche due fratelli di Padre Pieck, che scongiurarono il Lumey di salvargli la vita, senza che abiurasse al cattolicesimo, alla fine Lumey accettò di liberarlo, ma da solo. Quando a Pieck giunse questa proposta, egli, ancora una volta, non volle accettare per non abbandonare i suoi compagni. I fratelli di Pieck insistettero ancora con il Lumey e con gli altri capi dei Gheusi, ottenendo una definitiva concessione e cioè che sarebbero stati liberati tutti se, pur non rinunciando ai dogmi della fede cattolica, avessero rinunciato a riconoscere l’autorità del Papa. Per consentire ai fratelli di Pieck di parlare più liberamente con lui, fu messa loro a disposizione una casa e così essi poterono invitare il fratello a cenare con loro. Per tutta il tempo della cena lo scongiurarono in tutti i modi di accettare le condizioni dei Gheusi e di salvare la sua vita e quella di tutti gli altri, ma padre Pieck fu irremovibile nella sua determinazione a non tradire il Papa, i fratelli allora compresero che non intendeva rinunciare a rendere testimonianza della propria fede cattolica, anche a costo della vita.

A mezzanotte il Lumey, svegliandosi dopo le abbondanti libagioni serali, preso da una violenta collera dopo aver riletto i messaggi di Guglielmo d’Orange e di Martin, ordinò che tutti i preti e i religiosi papisti venissero impiccati subito. Mandò quindi alla prigione per prelevarli un suo luogotenente e un prete apostata di Liegi, tale Jean Omal, di fronte alle loro rimostranze che non si poteva eseguire una sentenza di morte in piena notte, si infuriò ancora di più, urlando che lui era il padrone assoluto e poteva decidere tutto ciò che voleva, senza dover obbedire a Guglielmo d’Orange o a chicchessia. All’una di notte i martiri furono condotti fuori dalla città, nel monastero agostinano di santa Elisabetta, che i monaci avevano abbandonato e che i Gheusi avevano saccheggiato e semidistrutto, là nel granaio dove si trovavano due grandi travi iniziarono ad impiccarli uno dopo l’altro iniziando da padre Pieck, che fino all’ultimo respiro incoraggiò i confratelli. Dopo la sua morte i più anziani andavano incoraggiando i più giovani, in quest’opera si distinse particolarmente il vicario Girolamo da Weert che fu zittito a colpi di picca in faccia, quando poi i soldati scoprirono che aveva sul petto e sul braccio destro il tatuaggio di una croce che si era fatto fare durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, iniziarono a scorticarlo per cancellare le croci. Goffredo da Melveren, uno dei più anziani dei martiri, morì pregando il Signore di perdonare i suoi carnefici, ripetendo le parole di Cristo sulla croce Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno. Fra gli ultimi rimase Goffredo Van Duynen, che i soldati volevano risparmiare conoscendolo personalmente e sapendo che era un sant’uomo, ma lui li esortò a procedere.

All’ultimo momento solo due dei ventuno accettarono di abiurare: un cappuccino di nome Guglielmo che poi si arruolò con i Gheusi e due anni dopo fu impiccato per furto, e il novizio francescano Enrico, che come testimone diretto poi stenderà un preciso resoconto di tutti i fatti accaduti.

Molti martiri ebbero una lunghissima agonia, perché erano stati impiccati malamente, l’ultimo a morire, verso l’alba, fu il domenicano Nicasio. Dalle due alle quattro del mattino i soldati si accanirono sui corpi dei condannati, mutilandoli e insultandoli. Arrivarono persino a vendere il loro grasso a dei mercanti di unguenti, e parti dei loro organi furono vendute al mercato di Gorcum. Infine un cattolico di Gorcum, supplicando i magistrati di Brielle e sborsando una cospicua somma di denaro, ottenne di poter seppellire le spoglie dei martiri in due fosse scavate nelle vicinanze del luogo del loro martirio[1].

I 19 martiri

Les_19_Martyrs_de_Gorkumsono custoditi ora in un reliquiario presso la Chiesa di San Nicola a Bruxelles

1024px-Chasse_des_reliques_des_martyrs_de_GorcumBergoglio ha recentemente espresso il suo favorevole giudizio sopra Lutero, definita “medicina” di una Chiesa malata. Non ci risulta che abbia riferito in merito a Calvino, ma se dobbiamo seguire l’andazzo immaginiamo che pure per questo sarà riservata una lode profonda.

Da Gesuita Bergoglio a quanto pare è abituato a contorcersi sopra se stesso, come un serpente, purtroppo non si tratta del precetto evangelico di essere cauti come serpenti e semplici come colombe (Mat. 10: Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum; estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae) perché di prudenza non ne vediamo in Bergoglio, quanto piuttosto la tendenza a rigirare, a seconda della situazione, attorno a se stesso, dando ad intendere di cambiare, ma giusto perché alla fine vuole avvolgerci e stringere. Dico questo perché curiosamente il Bergoglio Arcivescovo in Argentina ebbe modo di dire che Calvino era molto peggio di Lutero, perché Lutero era una eresia “una idea buona impazzita” (ci sarebbe da discutere, ma oggi ha lasciato completamente cadere il concetto di Eresia ed è diventato Medicina) ma Calvino è stato pure scismatico (e Lutero?) che ha provocato lo scisma nella società, infatti, diceva all’epoca Bergoglio, con Calvino «la comunità ecclesiale viene ridotta a una classe sociale» e «Calvino decapita il popolo di Dio dell’unità con il Padre. Decapita tutte le confraternite dei mestieri privandole dei santi. E, sopprimendo la messa, priva il popolo della mediazione in Cristo realmente presente» (torneremo poi sopra il ricorrere in Bergoglio del concetto del taglio della testa). Ma non è finita, infatti diceva Bergoglio all’epoca

«a partire dalla posizione luterana, se siamo coerenti, restano solo due possibilità fra cui scegliere nel corso della storia: o l’uomo si dissolve nella sua angoscia e non è niente (ed è la conseguenza dell’esistenzialismo ateo),o l’uomo, basandosi su quella medesima angoscia e corruzione, fa un salto nel vuoto e si auto decreta superuomo (è l’opzione di Nietzsche) … Un simile potere [quello vagheggiato da Nietzsche], come ultima ratio, implica la morte di Dio. Si tratta di un paganesimo che, nei casi del nazismo e del marxismo, acquisterà forme organizzate»

Insomma, ci venga consentito, diceva Peste e Corna di Lutero e della Riforma (giustamente, a mio parere) e ora? Ora è una Medicina? Evidentemente non è possibile che in pochi anni uno salti da una cosa all’altra, e allora? Pazzia? Possessione? No, penso semplicemente che allora il serpente era girato da un lato e adesso sente di doversi girare dall’altro, magari dopo una muta completa della pelle e lo dico pensando ad una recente intervista del nostro concessa nei giorni scorsi al giornale argentino La Nacion

-¿Cómo se lleva con los ultraconservadores de la Iglesia?

-Ellos hacen su trabajo y yo hago el mío. Yo quiero una Iglesia abierta, comprensiva, que acompañe a las familias heridas. Ellos le dicen que no a todo. Yo sigo mi camino sin mirar al costado. No corto cabezas. Nunca me gustó hacerlo. Se lo repito: rechazo el conflicto. Y concluye con una sonrisa amplia: “Los clavos se sacan haciendo presión hacia arriba. O se los coloca a descansar, al lado, cuando llega la edad de la jubilación”.

– Come si trova con gli ultraconservatori nella Chiesa?

Loro fanno il loro lavoro ed io il mio. Io voglio una Chiesa aberta, comprensiva, che accompagni le famiglie ferite. Loro dicono di no a tutto. Io continuo nel mio cammino senza guardare ai lati. Non taglio teste. Non mi è mai piaciuto farlo. Lo ripeto: respingo il conflitto. E conclude con un semplice sorriso I chiodi si tolgono facendo pressione verso l’alto. O si mettono a riposo, al lato, quando arriva l’età della pensione.

Capito? Lui non si interessa, lascia che questi matti si sfoghino e prosegue, tanto comanda lui. Non taglia teste (rieccolo) ma alla fine il concetto è che non ci bada perché poi decide lui. Insomma ritorna il concetto del Pitone Argentino Bergoglio, quello che spera di attirare tra le sue spire la Fraternità Pio X, così come ha tentato con Socci con una letterina cortese, Bergoglio vuole attrarre e schiacciare, non taglia teste, evita conflitti, però “continua nel suo cammino senza guardare ai lati”. A questo punto è evidente che non crede a nulla tranne che a Bergoglio stesso, altrimenti come dovremmo spiegarci questo voltafaccia in tema di Lutero e, ne siamo certi, pure Calvino se necessario?


per l’intervista di Bergoglio a La Nacion

http://www.lanacion.com.ar/1914940-francisco-no-tengo-ningun-problema-con-macri-es-una-persona-noble

per i passi tratti dal Bergoglio Argentino e Lutero e Calvino si veda:

Una brutta sorpresa: per Bergoglio Calvino è un «boia spirituale»

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