Robert Spaemann, Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità (dal blog di Sandro Magister)


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Il professor Robert Spaemann, 89 anni, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, è professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. È uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi. Vive a Stoccarda. Il suo ultimo libro uscito in Italia è: “Dio e il mondo. Un’autobiografia in forma di dialogo”, edito da Cantagalli nel 2014. (dal Blog di Sandro Magister)

 

ANCHE NELLA CHIESA C’È UN LIMITE DI SOPPORTABILITÀ”

di Robert Spaemann

Le mie osservazioni critiche nel colloquio con la Catholic News Agency sull’esortazione apostolica “Amoris laetitia” hanno suscitato delle vivaci reazioni, in parte di assenso entusiastico, in parte di rifiuto.

Il rifiuto riguarda in primo luogo la frase secondo cui la nota 351 rappresenta una “rottura nella tradizione del magistero della Chiesa cattolica”. Quel che volevo dire era che alcune affermazioni del Santo Padre si trovano in una chiara contraddizione con le parole di Gesù, con le parole degli apostoli e con la dottrina tradizionale della Chiesa.

Di rottura, in realtà, si deve parlare solo quando un papa, richiamandosi in maniera univoca ed esplicita alla sua potestà apostolica – dunque non incidentalmente  in una nota a piè di pagina –, insegni qualcosa che è in contraddizione con la citata tradizione magisteriale.

Il caso qui non si verifica, anche solo per il fatto che papa Francesco non ama la chiarezza univoca. Quando, poco tempo or sono, ha dichiarato che il cristianesimo non conosce alcun “aut aut”, evidentemente non lo disturba affatto che Cristo dica: “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Le lettere dell’apostolo Paolo sono piene di “aut aut”. E, infine: “Chi non è per me, è contro di me! (Mt 12, 30).

Papa Francesco, però, vuole solo “fare proposte”. Contraddire delle proposte non è vietato. E, a mio parere, lo si deve contraddire con energia, quando in “Amoris laetitia” ritiene che anche Gesù avrebbe “proposto un ideale esigente”. No, Gesù ha comandato “come uno che ha autorità, e non come gli scribi e i farisei” (Mt 7, 29). Lui stesso, ad esempio quando parla con il giovane ricco, rinvia all’intima unità della sequela con l’osservanza dei dieci comandamenti (Lc 18, 18-23). Gesù non predica un ideale, ma fonda una nuova realtà, il regno di Dio sulla terra. Gesù non propone, ma invita e comanda: “Vi do un comandamento nuovo”. Questa nuova realtà e questo comandamento si trovano in stretta relazione con la natura della persona umana, conoscibile attraverso la ragione.

Se ciò che asserisce il Santo Padre si adatta così poco a quello che io leggo nella Scrittura e mi arriva dai Vangeli, questo non è ancora un motivo sufficiente per parlare di una “rottura” e non è neppure un motivo per fare del papa oggetto di polemica e di ironia, come purtroppo ha fatto Alexander Kissler [1]. Quando san Paolo si trovò davanti al sinedrio per difendersi e il sommo sacerdote ordinò di percuoterlo sul viso, Paolo reagì con le parole: “Dio percuoterà te, muro imbiancato!”. Quando i presenti gli dissero che quello era il sommo sacerdote, Paolo disse: “Fratelli, non sapevo che fosse il sommo sacerdote. Infatti sta scritto: ‘Tu non insulterai il capo del tuo popolo'” (At 23, 3-5). Kissler, quando ha scritto del papa, avrebbe dovuto moderare il tono, anche se il contenuto della sua critica in gran parte è giustificato. A causa della polemica sarcastica, il suo intervento ne è uscito limitato quanto ad efficacia.

Il papa si è lamentato del fatto che, incitati dai media, si finisca più o meno per non cogliere le sue numerose esortazioni sull’allarmante situazione della famiglia, per fissarsi su una nota a piè di pagina sul tema dell’ammissione alla comunione. Ma il dibattito pubblico presinodale girava tutto attorno a questo tema, perché su questo punto, di fatto, va detto un sì o un no.

Il dibattito continuerà ancora, e non meno controverso di prima, poiché il papa si rifiuta di citare su questo argomento le dichiarazioni chiarissime dei suoi predecessori e poiché il suo responso è manifestamente così ambiguo che ciascuno può interpretarlo, e lo interpreta, a favore della propria opinione. “Se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento?” (1 Cor 14, 8). Se nel frattempo il prefetto della congregazione per la dottrina della fede si è visto costretto ad accusare apertamente di eresia il più stretto consigliere e ghostwriter del papa, vuol dire che la situazione è davvero andata sin troppo oltre. Anche nella Chiesa cattolica romana c’è un limite di sopportabilità.

A papa Francesco piace paragonare chi è critico con la sua politica con coloro che “si sono seduti sulla cattedra di Mosè”. Ma anche in questo caso il colpo ritorna su chi l’ha tirato. Erano proprio gli scribi quelli che difendevano il divorzio e tramandavano delle regole su di esso. I discepoli di Gesù erano, invece, sconcertati per il severo divieto del divorzio da parte del Maestro: “Chi vorrà ancora sposarsi?” (Mt 19, 10). Come la gente che se ne andò via quando il Signore annunciò che Lui diveniva il loro cibo: “Questo linguaggio è duro. Chi può intenderlo?” (Gv 6, 60).

Il Signore “aveva pietà del popolo” ma non era un populista. “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6, 67). Questa domanda rivolta agli apostoli era la sua unica reazione al fatto che chi lo ascoltava se ne andava via.

Il negretto è mio perché ritengo che vi siano indicati i passi più interessati e forti. Non condivido il concetto di rispetto per chi è a capo, perché non ritengo che Bergoglio sia legittimamente a capo, come ho già scritto in precedenza, personalmente sono convinto che Pio XII fu l’ultimo Papa legittimo e pieno, Giovanni XXIII fu Papa ma fece l’errore terribile del Vaticano II, il resto è una successione di persone che si arrabattano, chi meglio, chi peggio, chi malissimo (vd. Montini). Fossi anche convinto della legittimità dei successori di Pio XII comunque Bergoglio è illegittimo, di anno in anno, di testimonianza in testimonianza, di simbolo in simbolo emerge evidente che Ratzinger non si è dimesso di sua volontà ed il diritto canonico prevede che le dimissioni siano legittime solo se volontarie. Dunque il pontefice, mettendomi a ragionare come chi ritiene la successione degli ultimi decenni legittima, è ancora Benedetto XVI. Alla sua morte se vi sarà ancora Bergoglio il soglio sarà completamente vacante (anche per i non sedevacantisti).

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