METTI CHE UN GIORNO ALLA RADIO… SIRIA E BALLE


In questi mesi, come prima per la Libia, in parte per l’Egitto e la Tunisia, siamo subissati dalle informazioni a senso unico, bande armate descritte come gruppi di pacifisti e idealisti, gente che straparla di lotte per la libertà, un quadro che basta poco a smontare, ma l’Occidente ama cacciare il naso negli affari altrui e partecipare alla partita, o almeno si illude che spalleggiando gruppi sospetti potrà arrivare ad un controllo almeno indiretto, vecchia storia, storia pluridecennale. Cosa succede se un tronfio conduttore radiofonico francese intervista telefonicamente un siriano, convinto di sentire peste e corna di Assad, e si trova davanti a qualcuno che invece gli racconta cosa ha visto e come le bande armate siano bande armate? E cosa succede se davanti alla reazione di sufficienza da “noi vi insegnamo come funziona una democrazia” il giovane siriano gli porta esempi francesi dove la repressione c’è stata? E dico repressione perché se gli eventi sono simili e quell siriana è repressione allora anche quella francese lo è. Che succede? Succede che il giornalista non è più in grado di cavarsela… buon ascolto

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