CINAI, DUBINA ovvero SE FACCIO LO SFORZO DI MENOMARTI SENZA AMMAZZARTI ALMENO DIMMI GRAZIE (o del Fascismo Economico)


La Cina, noi amiamo la Cina, noi amiamo a tal punto la Cina che vogliamo esportare l’antica usanza del suicida che si immola dandosi fuoco.  Certo non rinunciamo alle nostre specificità (bel termine, quasi come governance) se in Cina si immola la minoranza, da noi tanto vale che si immoli la maggioranza, i disoccupati, gli imprenditori disintegrati dal fisco, i fessi che hanno creduto alle storielle dello “stato sociale” tra i primi al mondo, insomma a noi piace che gli investitori cinesi trovino un clima caloroso e che ricordi loro casa, ed in mancanza di bonzi possiamo sempre ricorrere a qualche italiano. La Cina ci piace, la sua produttività ci affascina, l’idea che con una manciata di riso si possa sottomettere una persona obbligandola a compiere un lavoro di merda, ci colpisce e ci solletica. Insomma, non siamo quasi mai arrivati ad un effetto tanto perfetto, che tecnica, che classe, che stile. Meccanizzazione? Sì, si potrebbe fare, ma vuoi mettere l’impiego di carne da catena di montaggio? In fondo basta pagarli una miseria e, oplà, la meccanizzazione diventa una minaccia da sventagliargli davanti “lavora, non parlare, silenzio, guarda che meccanizzo, guarda che delocalizzo, e ringrazia che ti voglio ancora dare lavoro. Ah proposito, avrei bisogno di un polmone”. Il Sindacato? Appelliamoci al sindacato ha detto qualche ingenuo. Ma il Sindacato è uno dei Padroni, gratta gratta e tante fabbriche le ha proprio in mano (in parte o totalmente) proprio quel sindacato che dovrebbe secondo teoria aiutare i lavoratori. Il padrone e il sindacato si accorgono che costi troppo? Nessun problema, introduciamo lavoratori extracomunitari sottopagati, o ti adegui o quella è la porta. Il sindacato non dice nulla, chiude gli occhi e se non hai la tessera accellera pure il calcio in culo.

Ma noi si ama la Cina, dicevamo, questo straordinario miscuglio di tradizione secolare e di innovazione, ma amiamo anche Dubai, sì, Dubai ci affascina ancora più della Cina perché Dubai si è dimenticata quelle menate di tradizione secolare e pure a noi, in fondo, cosa vuoi che ce ne impippi di Tizio o Caio? Dubai è la dimostrazione che i sogni si fanno realtà, islam, cattolicesimo, zoroastresimo, animismo, quello che vi pare, potete pure girare mezzi nudi, tirate sopra i multigrattacieli, guarda che fontana, spruzzi come neppure alla serata non-stop in onore di Cicciolina e Rocco, il più alto del mondo, il più largo del mondo, il più lungo del mondo, il più del mondo, una bella cementificazione a destra e a sinistra. Tradizioni? Religione? Calma, calma, dove serve per dare due pedate, ma poi non stiamo tanto a rompere i cojoni, da noi si riprende a destra e a manca, si fanno foto, films, produzioni nazionali e internazionali, sopra ci spruzziamo il dibattito democratico (roba che ci hanno insegnato all’estero, non vuol dire nulla ma lascia l’illusione della libertà) e mischiamo. Ti piace la mia città? I lavoratori? Tutti sottopagati e con zero diritti. Si lamentano? Un calcio in culo. Ecco da noi trionferà il modello Cinese con una spruzzatina di Dubai, qualche bel palazzone enorme costruito dagli schiavi della penisola con un po’ di elementi importati, volete i diritti? Ma quali diritti? Avete impiccato un primo ministro? Avete ghigliottinato un re? Sparato ad un capo di stato a Dallas (come se bastasse poi)? Avete dato fuoco a qualche palazzo? Fatto nulla? Avete appeso uno per i piedi, ah beh, ma era ancora al potere o non contava proprio più un cazzo? Ah non contava più un cazzo… state in silenzio, non rovinate la splendida occasione di declinare e svanire senza emettere un suono, sarete un caso straordinario, vi citeremo nel manuale, anzi no, non comparirete nel manuale e da nessuna altra parte, al massimo in un manuale delle illusioni che è a sua volta una illusione. Godetevela.

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