L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO


Sul Corriere della Sera continua il dibattito sul degrado della lingua italiana. Nell’articolo di oggi vengono riportate le opinioni di vari “addetti ai lavori”, docenti universitari e scrittori, in risposta ad un intervento di Cesare Segre in merito alla evoluzione disastrosa della lingua italiana, alla scomparsa dei registri linguistici e alla perdita del lessico. Ritengo che Segre abbia perfettamente ragione nel vedere un deperimento delle capacità linguistiche della popolazione, deperimento che inizia nella prima età scolare per poi ingigantirsi con il passare degli anni, di classe in classe, a cascata. Tra gli imputati alla sbarra Segre chiama la televisione –come dargli torto?!- strumento che genera in Italia un appiattimento linguistico disastroso, in secondo luogo la politica che, scrive Segre, “tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso”, affermazione che penso sia dettata da una errata valutazione della cultura dei singoli uomini politici: l’abbassamento linguistico dei politici non è generato da un intento “populista”, ma da una ignoranza di fondo, non dimentichiamoci che la maggior parte dei parlamentari non mostra mai alcun interesse, rimanendo sempre all’interno del frasario tipico, delle frasi prive di particolare significato, salvo distinguersi al massimo per tic lingustici, vizi di contenuto e forma, intemperanze. Insomma Segre è troppo buono e fiducioso. L’intervento di Piero Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata,  non mi convince nel suo tentativo di mostrare il lato positivo: “ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile”. Questa idea della scomparsa del dialetto (spesso lingua vera e propria dato che ha prodotto letteratura) a favore della piatta lingua italiana che ascoltiamo ovunque come puo’ essere positiva? Parlano tutti un pessimo italiano, un italiano comune all’intera Penisola, una lingua assolutamente lontana dalle caratteristiche del vissuto locale, priva di carattere: poco male se fosse una lingua utilizzata al meglio, in tutta la sua ricchezza, ma non è così. Si parla una lingua omogenea perché si è diventati omogenei cittadini di una nazione omogenea, distrutta nei suoi caratteri veri, quelli che sono gli esiti della naturale evoluzione dei singoli popoli. Si è perso ogni senso di appartenenza senza acquisirne uno nuovo convincente (cosa serve propagandare il nostro essere italiani quando si viene dominati e governati da persone indegne, in grado di mostrare solo il peggio di questa Nazione?). Il discorso di Trifone sembra voler alludere alla identificazione tra dialetto e ignoranza, cosa completamente errata, dimenticando come fosse lingua parlata dei moltissimi che hanno fatto la letteratura italiana. Fate caso ai vecchi –rifiuto il patetismo connesso al politicamente corretto anziani- molti di loro parleranno in dialetto, magari avranno fatto giusto le elementari (o meno), eppure, salvo il naturale rimbambimento dovuto alla età o ad una non spiccata intelligenza dalla nascita, troverete persone dalla intelligenza molto più viva della maggior parte dei loro figli con curriculum di studi portato fin alle medie, e ancora più intelligenti della media dei loro nipoti con diplomi e lauree, perché? Perché il parlare un dialetto e il non aver potuto studiare non preclude il fatto di avere una viva intelligenza e di possedere, nel proprio mondo, una cultura. Oggi abbiamo fior di laureati che non mostrano alcun acume, nonostante tutti i pacchi di libri che hanno leggiucchiato, pagina più pagina meno, durante i loro studi. Sono proprio questi fior di laureati e diplomati che parlano quell’italiano piatto e noioso, privo di caratteristiche. E tutto questo è figlio di tante cose, è figlio di una televisione che ha diffuso la lingua e poi l’ha omologata per andare incontro al più vasto consenso, per preparare il terreno a chi deve vendere i prodotti a tutti e convincere facilmente all’acquisto, è figlio dei giornali dove si legge sempre più un pastiche di frasi fatte, di discorsetti telegrafici, di temini ricopiati, basti pensare che la distinzione d’ambito e tono tra un giornale sportivo ed un quotidiano è andata da tempo dispersa. Tutto questo è figlio delle scuole, sempre più schiacciate da miriadi di necessità varie, incarichi di tutela, assistenza, le scuole dove ora si deve fare il saggio breve, l’articolo da giornale (come se fosse una cosa buona), salvo poi lasciar uscire degli analfabeti che non sono in grado di costruire un discorso (gli analfabeti del primo periodo unitario erano in grado di costruirlo, uno dei nostri vecchi che parla solo dialetto è in grado di fare discorsi perfetti, con premesse e conclusioni incluse) di esporre una loro tesi, di formulare un pensiero che sia autonomo e allora, dico io, a cosa serve dare loro i mezzi per approfondire se non li si è educati al ragionare?  Non voglio negare le colpe degli insegnanti, ovvio, ce ne sono di terribili, impreparati, ignoranti, più interessati a scaldare la sedia o a sfogare le loro fissazioni politiche inascoltate, ma la situazione della scuola oggi rende impossibile il lavoro di quanti si impegnano e lo fanno per scelta e passione: il peso burocratico, le pretese delle famiglie –educate oramai a contestare dalla mattina alla sera l’insegnante-, le pretese dei presidi che vogliono tenere alti i voti, le pretese dello Stato che obbliga l’alunno a restare a scuola anche se non è quello che vuole fare, tutto per non abbassare i tassi di disoccupazione annui, ogni cosa concorre a rendere la scuola un pandemonio, una bolgia infernale ingovernabile e il paradiso dei furbi, degli scansafatiche, degli ignoranti e impreparati. Abbiamo ucciso i dialetti, relegandoli a quel finto folclore delle nuove sagre paesane, quelle organizzate dalla Pro Loco con finti e orripilanti costumi che dovrebbero ricordare un qualche inesistente episodio storico. Abbiamo relegato il dialetto a canzonette da dementi (mi rivolgo a quanti abitano al nord, vi è mai capitato di sentire questa specie di versione lombardo-veneta del liscio emiliano?) o a poesie dove il dialetto è usato traducendo dall’italiano per raccontare buoni sentimenti e storielline improponibili. Abbiamo relegato il dialetto facendolo diventare un feticcio adorato per motivi politici e di propaganda, senza alcun convincimento né alcuna coscienza di cosa fosse davvero. Le tradizioni le abbiamo sacrificate, assieme al dialetto, alla teoria del mercato unico, del mondo globale, della fratellanza e uguaglianza declinata fino a concludere che andassero abbattute tutte le forme di differenza tra città e città, tra regione e regione, tra nazione e nazione. Oramai seguiamo un modello unico, buono per la vendita, e viviamo tutti in periferie di città –avete notato la spaventosa continuità tra centri abitati? Ad un comune segue un altro comune- o in centri che assomigliano sempre più a quegli orrendi villaggi che prendono il nome di outlet, con le loro piazze con la fontana di plastica, le panchine dove si aspetta che il compagno o la compagna escano dal negozio, le vie contornate da negozi che mostrano le stesse cose, le stesse firme. Ci dobbiamo stupire del fatto che oramai si parla una lingua unica? Del fatto che molti sono inebetiti dagli schermi, del fatto che non si analizza gli eventi, non si tirano linee per unire A a B e scoprire il disegno che c’è sotto? Ci dobbiamo sorprendere quando scopriamo che un laureato non ha idea di eventi semplicissimi, ignora parole molto comuni, non riesce a costruire un discorso o ad esporre un pensiero? Le idee non nascono dal nulla, se non si ha una mente allenata al pensare, se si manca degli strumenti necessari, è impossibile formulare un pensiero che sia anche solo minimamente autentico. Invece, nei migliori dei casi, si ripete a pappagallo l’altrui, si cita la frasetta e si dice “ecco, la penso così”, senza contestualizzare, senza mettere in luce le differenze, senza mettere in discussione tutti gli aspetti di quel pensiero. Si prende e si applica. Un ipse dixit cieco e sordo.

Il dialetto, perfino il più povero, quando era utilizzato come era naturale utilizzarlo, era lingua viva ricca di sfumature, l’italiano come si usa oggi è lettera morta, una sorta di corpo in coma lasciato attaccato ai macchinari,  sappiamo già che probabilmente non si risveglierà –salvo miracoli- e ci chiediamo se si debba congelare in attesa di una futura cura o lasciar andare verso il suo destino finale.

PS: In uno dei prossimi post voglio affrontare il paradosso di una società piena di filtri, concorsi e giudizi sul merito che sforna incapaci e affida incarichi a imbecilli, rispetto ad una vecchia società senza tutte queste garanzie di qualità che produceva degli autentici geni.

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2 thoughts on “L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO

  1. Da insegnante non posso che condividere l’analisi di Segre e queste ottime tue considerazioni su quello che è un disastro davvero inarrestabile e da insegnante ti dico che è difficile contrastare questa deriva, anche per i limiti che tu giustamente individui nell’azione della scuola. Ma ritengo che il vero assassino della lingua italiana e prima ancora dei dialetti sia stata la televisione. Al suo apparire ha probabilmente svolto una benefica e unificante azione di diffusione della lingua nazionale, ma al suo apparire la televisione si avvaleva di ottimi autori, spesso erano scrittori di talento, come Mario Soldati che firmò splendidi programmi a cavallo tra anni ’50 e ’60 proprio sull’Italia dei mille dialetti come “Viaggio nella Valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini” e “Chi legge? Viaggio lungo il Tirreno”, in collaborazione con l’ottimo Cesare Zavattini. La televisione degli sceneggiati tratti da grandi opere letterarie, la televisione che consentiva ai migliori attori teatrali di recitare in presa diretta come sulla scena probabilmente spinse molti a leggere di più e a migliorare il proprio italiano. Allora non era nemmeno ipotizzabile il successivo imbarbarimento, il cui inizio va fatto risalire, a mio giudizio, all’avvento della tv commerciale. Da questo nefasto momento la televisione diventa un unico, ripetitivo spot. Il linguaggio non unifica, si unifica appiattendosi su modelli banali e ossessivi, è la televisione del format, lo stesso identico programma preconfezionato venduto e trasmesso in decine di paesi, con buona pace della creatività linguistica che prima era necessaria per inventarsi una qualunque trasmissione, è la televisione della coscialunga dal cervello corto. E poi, come giustamente notavi tu, ci si è messa anche la politica che ha definitivamente divorziato dall’arte retorica per infognarsi nelle retoriche d’accatto della nostra incolta clesse dirigente. Questo l’aveva ben descritto proprio Pier Paolo Pasolini: « L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra »

  2. Condivido pienamente, il colpevole non è il maggiordomo ma la televisione -se ci pensiamo la sua costante presenza a pranzo e cena puo’ assimilarlo ad un maggiordomo- e ritengo che sia altrettanto vero individuare nell’avvento della televisione commerciale l’inizio della fine, o meglio, più che l’avvento della televisione commerciale il problema è stata la pretesa della Rai di competere in stile, costi e funzioni con la televisione commerciale. Questa pretesa di copiare le nuove televisioni per raccogliere più ascolti hanno portato le televisioni ad una corsa al ribasso, eliminando quasi del tutto i programmi che non fossero di basso profilo, oppure confinando la produzione decente in orari folli o in singoli momenti particolari. Al tempo stesso scarsa professionalità dei conduttori, generale deperimento della preparazione, assenza della gavetta (un paio di anni a fare cabaret o il dj non sono gavetta) oltre all’immortale spinta politica, spinta che esisteva pure in epoche del bianco e nero ma si trattava di spingere persone che dovevano comunque saper fare, ballare, cantare, far ridere, recitare, ora si spinge e basta, tanto si riesce ad imporre qualsiasi imbecille come un grande conduttore, attore o quel che si vuole. Comformismo e omologazione, due pilastri della Italia attuale.

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