TERRE IMPERVIE

31/03/2012

CINAI, DUBINA ovvero SE FACCIO LO SFORZO DI MENOMARTI SENZA AMMAZZARTI ALMENO DIMMI GRAZIE (o del Fascismo Economico)


La Cina, noi amiamo la Cina, noi amiamo a tal punto la Cina che vogliamo esportare l’antica usanza del suicida che si immola dandosi fuoco.  Certo non rinunciamo alle nostre specificità (bel termine, quasi come governance) se in Cina si immola la minoranza, da noi tanto vale che si immoli la maggioranza, i disoccupati, gli imprenditori disintegrati dal fisco, i fessi che hanno creduto alle storielle dello “stato sociale” tra i primi al mondo, insomma a noi piace che gli investitori cinesi trovino un clima caloroso e che ricordi loro casa, ed in mancanza di bonzi possiamo sempre ricorrere a qualche italiano. La Cina ci piace, la sua produttività ci affascina, l’idea che con una manciata di riso si possa sottomettere una persona obbligandola a compiere un lavoro di merda, ci colpisce e ci solletica. Insomma, non siamo quasi mai arrivati ad un effetto tanto perfetto, che tecnica, che classe, che stile. Meccanizzazione? Sì, si potrebbe fare, ma vuoi mettere l’impiego di carne da catena di montaggio? In fondo basta pagarli una miseria e, oplà, la meccanizzazione diventa una minaccia da sventagliargli davanti “lavora, non parlare, silenzio, guarda che meccanizzo, guarda che delocalizzo, e ringrazia che ti voglio ancora dare lavoro. Ah proposito, avrei bisogno di un polmone”. Il Sindacato? Appelliamoci al sindacato ha detto qualche ingenuo. Ma il Sindacato è uno dei Padroni, gratta gratta e tante fabbriche le ha proprio in mano (in parte o totalmente) proprio quel sindacato che dovrebbe secondo teoria aiutare i lavoratori. Il padrone e il sindacato si accorgono che costi troppo? Nessun problema, introduciamo lavoratori extracomunitari sottopagati, o ti adegui o quella è la porta. Il sindacato non dice nulla, chiude gli occhi e se non hai la tessera accellera pure il calcio in culo.

Ma noi si ama la Cina, dicevamo, questo straordinario miscuglio di tradizione secolare e di innovazione, ma amiamo anche Dubai, sì, Dubai ci affascina ancora più della Cina perché Dubai si è dimenticata quelle menate di tradizione secolare e pure a noi, in fondo, cosa vuoi che ce ne impippi di Tizio o Caio? Dubai è la dimostrazione che i sogni si fanno realtà, islam, cattolicesimo, zoroastresimo, animismo, quello che vi pare, potete pure girare mezzi nudi, tirate sopra i multigrattacieli, guarda che fontana, spruzzi come neppure alla serata non-stop in onore di Cicciolina e Rocco, il più alto del mondo, il più largo del mondo, il più lungo del mondo, il più del mondo, una bella cementificazione a destra e a sinistra. Tradizioni? Religione? Calma, calma, dove serve per dare due pedate, ma poi non stiamo tanto a rompere i cojoni, da noi si riprende a destra e a manca, si fanno foto, films, produzioni nazionali e internazionali, sopra ci spruzziamo il dibattito democratico (roba che ci hanno insegnato all’estero, non vuol dire nulla ma lascia l’illusione della libertà) e mischiamo. Ti piace la mia città? I lavoratori? Tutti sottopagati e con zero diritti. Si lamentano? Un calcio in culo. Ecco da noi trionferà il modello Cinese con una spruzzatina di Dubai, qualche bel palazzone enorme costruito dagli schiavi della penisola con un po’ di elementi importati, volete i diritti? Ma quali diritti? Avete impiccato un primo ministro? Avete ghigliottinato un re? Sparato ad un capo di stato a Dallas (come se bastasse poi)? Avete dato fuoco a qualche palazzo? Fatto nulla? Avete appeso uno per i piedi, ah beh, ma era ancora al potere o non contava proprio più un cazzo? Ah non contava più un cazzo… state in silenzio, non rovinate la splendida occasione di declinare e svanire senza emettere un suono, sarete un caso straordinario, vi citeremo nel manuale, anzi no, non comparirete nel manuale e da nessuna altra parte, al massimo in un manuale delle illusioni che è a sua volta una illusione. Godetevela.

18/03/2012

ELEZIONI AMERICANE: QUEL CHE IO SONO VOI SARETE


Trangugiatela la vostra democrazia americana, trangugiatevi fino all’ultima goccia questa acqua di cloaca che definite evoluta, progressista,avanzata, questo baraccone dove il vostro voto non conta un cazzo e tanto meno conta quanto più vi bombardano i timpani esaltando il valore di un singolo voto (vizio del bombardare connaturato dal secolo scorso in poi). Godetevi questo spettacolo divertentissimo dove vi trascinano per mesi con falsissime lotte, primarie inesistenti, dove i candidati bisticciano come marionette, si menano fendenti, estraggono conigli, foto, intercettazioni, dove gareggiano, naso a naso, e poi alla fine la spunta guarda caso quello che già la doveva spuntare perché, cari elettori democratici che vi riunite alle riunioni con i vostri cartelli preconfezionati, con le frasi incelebri del celebroso leader, chi conta è il principale finanziatore, il super banco che vince sempre perché non ha più neppure bisogno di truccare i dadi: possiede tutto, pure voi e le vostre frattaglie e quando andate al cesso quello che cagate è ancora suo e ve lo serve la mattina dopo sotto forma di colazione.

Voi vi illudete, cari i miei democratici, e vi siete oramai abituati a tutto questo, gli europei un po’ meno, ma state procedendo ad indottrinarci pure riguardo a questo. Guardate le vostre televisioni, così perfette e lucide nel presentarvi una realtà che non esiste, fatta di programmi “in presa (per il culo) diretta”, fatta della “vita di tutti i giorni, straordinaria come è straordinaria la vita”, sapete bene, cari, che la maggior parte delle vite è l’eterno ripetersi del solito disco incrinato, che è il quotidiano affastellarsi dei soliti rifiuti, il ripetersi noiosamente uguale di sofferenze e piaceri, eppure voi ci illudete e vi illudete che quello che di straordinario (ci si capisca, straordinariamente mediocre, è sempre frutto di menti basse) sia specchio della realtà, mentre neppure è rovesciato, solo falso falsissimo. E così il vostro sistema elettorale, dove l’universalità del voto è il grosso spettacolo per le masse. Che si incazzino litigando sopra gente che ricopre il suo ruolo. Il gran cattivo, il bigotto, il giovane venuto dal nulla, il ricco, il saggio, il solerte, il furbastro, il maniaco sessuale, la moglie infedele, il marito cornificatore, i figli drogati, i figli usciti freschi e puliti dalla scuola, questa massa di retorica puzzolente che è studiata a tavolino. Che i nostri elettori palpitino mentre alle primarie X e Y si scannano, piangano, soffrano, odino, provino emozioni straordinarie “come è straordinaria la vita” e vadano per le strade, ora orgogliosi ora tristi, perché ci hanno provato o hanno vinto. Non avete vinto nulla. Il banco si è fregato tutto. Vi ha dato i soldi da scommettere. Nel telefilm serve il super eroe che ammazza il super cattivo, pop, spunta Bin Laden, arriva il buono, pop, spunta il Nobel e ammazza il grande cattivo. Prove che fosse il grande cattivo? Zero. Prove che sia stato ucciso? Zero. Prove che il suo corpo sia stato gettato in mare? Zero. Ma non ne avete bisogno, è un telefilm signori, non è Proust, cazzo, sapete benissimo che i salti illogici o la logica mediocre del dalla A alla B è il sugo del telefilm americano. Intanto accapigliatevi per vedere chi è più bigotto o ricco tra Santorum o Romney (salvo poi vincere Romney come stabilito dall’inizio). Poi vedrete la super lotta tra Obama (che vince) e Romney (che perde, ma magari per un pelo). Intanto abbiamo il diario segreto di Bin Laden, quale scarsa fantasia signori miei, insomma, e poi la gente non c’ha voglia di leggere, ha le mani appiccicaticcie di zucchero filato e big mac, per fortuna che gli eroi di noi tutti, il giornalismo, ci farà il riassunto e così Bin Laden voleva ammazzare Obama, vedi, ecco la prova finale, il super cattivo voleva uccidere il super buono, ma il bene trionfa e la vaselina piove dal cielo come la manna. Amen fratelli, ora tutti a culo scoperto che il sovrano deve passare in rassegna le truppe.

06/02/2010

HENRY MORGAN E’ SOMMERSO DALL’ACQUA MA ALMENO NON GLI ROMPONO LE PALLE


Come ho pure detto dall’altra parte a me di Morgan poco cale, i suoi giochi di parole son roba che non mi incanta, i riferimenti pseudoculturali lasciano il tempo che trovano e impressionano giusto i giornalisti (e già questo dice tutto), musicalmente non ho idea di cosa sia, nel senso che non frequento, ma, a quanto mi dicono, non è neppure un gran prodigio e la sua musica pare sia sul banale andante, ma questo non ho modo di dirlo personalmente perchè, già ho detto, non mi interessa non essendo il genere che mi garba, ammetto anzi che la mia unica conoscenza di un pezzo musicale del signor Castoldi deriva da questo comico video creato dal blog Le Malvestite, dove alla fine si sente un pezzo che, effettivamente, è musicalmente molto povero, per quello che ne capisco. Questo post pero’ non riguarda Morgan, ma chi ha puntanto il dito, i vari tizi che stanno riempiendo i salottini televisivi parlando di buoni e cattivi esempi. Li conoscete no? Basta guardare un telegiornale per vedersi gettare addosso tutta questa marea commentante. Vorrei dire ai vari Sposini, Don Mazzi, Carlucci, (oddio la Carlucci), Boralevi, d’Urso, Meluzzi e tanti tanti altri questo.

Per i GGGGIOVANI è esempio peggiore un tizio che dice quello che ha detto Morgan (ed io sospetto che sia una cazzata sparata a caso per epater le bourgeois) oppure

un deputato o deputata assenteista

un deputato o una deputata che sfrutta la sua posizione per parcheggiare dove non puo’ parcheggiare, andare dove non puo’ andare

un telegiornale fatto di marchette spudorate

un prete mondano che passa la giornata tra feste e prediche catodiche

tizie che si fanno le settime di seno e vengono intervistate felici e dimostrano che basta questo per beccarsi un posto stipendiato in televisione

trasmissioni che, alla faccia di anni di prediche di educatori e comitati di genitori, schiaffano i minori sul palco, li fanno esibire, li illudono, li votano e li tengono belli svegli fino a tarda notte e si sprecano subito con paroloni come artista, interprete, talento

giornalisti televisivi analfabeti che confondono autoritratto con ritratto, raccontano che l’orso è un pachiderma e in quattro frasi ti tempestano di trendy, location, glamour, soft

trasmissioni che fanno azzuffare ottuagenari attorno ad una settantenne o che sfruttano persone affette da malattie per fare ascolto

gente armata di microfono che pretende dichiarazioni a cadavere caldo

politici che prima ti rifilano gli incentivi per spedire le fabbriche in Cina, poi assistono in silenzio alle maree di licenziamenti e, intervistati, hanno una sola parola d’ordine “innovare”

gente che lavora in una televisione pubblica, pagata con soldi pubblici, che si permette di beccarsi stipendi milionari e magari condurre specialità richiestissime come reality, merce rarissima che si trova solo da loro.

la dimostrazione quotidiana e costante del fatto che lo studio non serve ad un tubo -intendo dal punto di vista economico- quando ci si puo’ fare una posizione ruttando un paio di volte o leggendo tre notizie o facendosi fotografare con qualcuno o qualcuna.

La dimostrazione quotidiana che la legge è a due corsie e che c’è gente che puo’ pure passare il tempo ad attuare decreti legge per evitare processi

Il politico in pensione prima dei 50 con zero lavoro -ufficialmente di solito è giornalista- e pensione faraonica, mentre a quei deficienti che lo votano tocca molto più tardi, magari quando sono mezzi decrepiti, e quando la beccano c’è pure il rischio che debbano fare dei lavoretti per arrivare a fine mese.

Ho elencato le prime cose che mi sono venute in mente, cose conosciute da tutti, anche da tutti quei commentatori da salotto che si scandalizzano per un tizio che dichiara di farsi di crack tutte le mattine come antidepressivo e che lo additano come “l’impuro”, l’esempio che travia l’intera società. Riflettessero un poco su queste schifezze -in gran parte commesse da loro- prima di puntare il dito.

25/01/2010

MAI PASSARE DAVANTI AL TELEVISORE ACCESO

Filed under: Ecumenico Rincoglionimento — antoniosabino @ 10:35
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Cosa succede se si passa, a metà pomeriggio domenicale, davanti ad un televisore acceso e sintonizzato su Canale 5? Succede che si vede questo: due donne sedute su due poltrone, come se fossero in un salottino, circondate da un semicerchio di gente in sacro silenzio. Una, la conduttrice, Barbara D’Urso, l’altra, l’ospite, Stefania Craxi. L’immagine dovrebbe già rendere quanto di grottesco c’è in quella situazione. Ma ho pure colto una frase, una singola frase mentre passavo per la stanza, bene o male suonava così “pensa che quando sono arrivata a Roma non mi volevano affittare casa, tutto perchè ero figlia di mio padre e a lui non dicevo nulla perchè ci stava male”. In pratica la figlia di Craxi si descriveva come una perseguitata, una ebrea costretta a nascondersi sotto il regime nazista, una clandestina, una martire della libertà, e l’intervistatrice le sorrideva con comprensione, il pubblico taceva -poi sarà scoppiato in un applauso ma non ho atteso-. Per un attimo ho pensato che fosse una diretta dal padiglione psichiatrico di qualche noto ospedale, l’intervistata vaneggiava, l’intervistatrice non osava dirle nulla, il popolo era ammutolito, invece no, erano tutti colpiti dalla testimonianza e commossi al pensiero di quel povero vecchio, quel perseguitato dal mondo, quel bistrattato…..ma siamo tutti matti?

14/01/2010

L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO


Sul Corriere della Sera continua il dibattito sul degrado della lingua italiana. Nell’articolo di oggi vengono riportate le opinioni di vari “addetti ai lavori”, docenti universitari e scrittori, in risposta ad un intervento di Cesare Segre in merito alla evoluzione disastrosa della lingua italiana, alla scomparsa dei registri linguistici e alla perdita del lessico. Ritengo che Segre abbia perfettamente ragione nel vedere un deperimento delle capacità linguistiche della popolazione, deperimento che inizia nella prima età scolare per poi ingigantirsi con il passare degli anni, di classe in classe, a cascata. Tra gli imputati alla sbarra Segre chiama la televisione –come dargli torto?!- strumento che genera in Italia un appiattimento linguistico disastroso, in secondo luogo la politica che, scrive Segre, “tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso”, affermazione che penso sia dettata da una errata valutazione della cultura dei singoli uomini politici: l’abbassamento linguistico dei politici non è generato da un intento “populista”, ma da una ignoranza di fondo, non dimentichiamoci che la maggior parte dei parlamentari non mostra mai alcun interesse, rimanendo sempre all’interno del frasario tipico, delle frasi prive di particolare significato, salvo distinguersi al massimo per tic lingustici, vizi di contenuto e forma, intemperanze. Insomma Segre è troppo buono e fiducioso. L’intervento di Piero Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata,  non mi convince nel suo tentativo di mostrare il lato positivo: “ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile”. Questa idea della scomparsa del dialetto (spesso lingua vera e propria dato che ha prodotto letteratura) a favore della piatta lingua italiana che ascoltiamo ovunque come puo’ essere positiva? Parlano tutti un pessimo italiano, un italiano comune all’intera Penisola, una lingua assolutamente lontana dalle caratteristiche del vissuto locale, priva di carattere: poco male se fosse una lingua utilizzata al meglio, in tutta la sua ricchezza, ma non è così. Si parla una lingua omogenea perché si è diventati omogenei cittadini di una nazione omogenea, distrutta nei suoi caratteri veri, quelli che sono gli esiti della naturale evoluzione dei singoli popoli. Si è perso ogni senso di appartenenza senza acquisirne uno nuovo convincente (cosa serve propagandare il nostro essere italiani quando si viene dominati e governati da persone indegne, in grado di mostrare solo il peggio di questa Nazione?). Il discorso di Trifone sembra voler alludere alla identificazione tra dialetto e ignoranza, cosa completamente errata, dimenticando come fosse lingua parlata dei moltissimi che hanno fatto la letteratura italiana. Fate caso ai vecchi –rifiuto il patetismo connesso al politicamente corretto anziani- molti di loro parleranno in dialetto, magari avranno fatto giusto le elementari (o meno), eppure, salvo il naturale rimbambimento dovuto alla età o ad una non spiccata intelligenza dalla nascita, troverete persone dalla intelligenza molto più viva della maggior parte dei loro figli con curriculum di studi portato fin alle medie, e ancora più intelligenti della media dei loro nipoti con diplomi e lauree, perché? Perché il parlare un dialetto e il non aver potuto studiare non preclude il fatto di avere una viva intelligenza e di possedere, nel proprio mondo, una cultura. Oggi abbiamo fior di laureati che non mostrano alcun acume, nonostante tutti i pacchi di libri che hanno leggiucchiato, pagina più pagina meno, durante i loro studi. Sono proprio questi fior di laureati e diplomati che parlano quell’italiano piatto e noioso, privo di caratteristiche. E tutto questo è figlio di tante cose, è figlio di una televisione che ha diffuso la lingua e poi l’ha omologata per andare incontro al più vasto consenso, per preparare il terreno a chi deve vendere i prodotti a tutti e convincere facilmente all’acquisto, è figlio dei giornali dove si legge sempre più un pastiche di frasi fatte, di discorsetti telegrafici, di temini ricopiati, basti pensare che la distinzione d’ambito e tono tra un giornale sportivo ed un quotidiano è andata da tempo dispersa. Tutto questo è figlio delle scuole, sempre più schiacciate da miriadi di necessità varie, incarichi di tutela, assistenza, le scuole dove ora si deve fare il saggio breve, l’articolo da giornale (come se fosse una cosa buona), salvo poi lasciar uscire degli analfabeti che non sono in grado di costruire un discorso (gli analfabeti del primo periodo unitario erano in grado di costruirlo, uno dei nostri vecchi che parla solo dialetto è in grado di fare discorsi perfetti, con premesse e conclusioni incluse) di esporre una loro tesi, di formulare un pensiero che sia autonomo e allora, dico io, a cosa serve dare loro i mezzi per approfondire se non li si è educati al ragionare?  Non voglio negare le colpe degli insegnanti, ovvio, ce ne sono di terribili, impreparati, ignoranti, più interessati a scaldare la sedia o a sfogare le loro fissazioni politiche inascoltate, ma la situazione della scuola oggi rende impossibile il lavoro di quanti si impegnano e lo fanno per scelta e passione: il peso burocratico, le pretese delle famiglie –educate oramai a contestare dalla mattina alla sera l’insegnante-, le pretese dei presidi che vogliono tenere alti i voti, le pretese dello Stato che obbliga l’alunno a restare a scuola anche se non è quello che vuole fare, tutto per non abbassare i tassi di disoccupazione annui, ogni cosa concorre a rendere la scuola un pandemonio, una bolgia infernale ingovernabile e il paradiso dei furbi, degli scansafatiche, degli ignoranti e impreparati. Abbiamo ucciso i dialetti, relegandoli a quel finto folclore delle nuove sagre paesane, quelle organizzate dalla Pro Loco con finti e orripilanti costumi che dovrebbero ricordare un qualche inesistente episodio storico. Abbiamo relegato il dialetto a canzonette da dementi (mi rivolgo a quanti abitano al nord, vi è mai capitato di sentire questa specie di versione lombardo-veneta del liscio emiliano?) o a poesie dove il dialetto è usato traducendo dall’italiano per raccontare buoni sentimenti e storielline improponibili. Abbiamo relegato il dialetto facendolo diventare un feticcio adorato per motivi politici e di propaganda, senza alcun convincimento né alcuna coscienza di cosa fosse davvero. Le tradizioni le abbiamo sacrificate, assieme al dialetto, alla teoria del mercato unico, del mondo globale, della fratellanza e uguaglianza declinata fino a concludere che andassero abbattute tutte le forme di differenza tra città e città, tra regione e regione, tra nazione e nazione. Oramai seguiamo un modello unico, buono per la vendita, e viviamo tutti in periferie di città –avete notato la spaventosa continuità tra centri abitati? Ad un comune segue un altro comune- o in centri che assomigliano sempre più a quegli orrendi villaggi che prendono il nome di outlet, con le loro piazze con la fontana di plastica, le panchine dove si aspetta che il compagno o la compagna escano dal negozio, le vie contornate da negozi che mostrano le stesse cose, le stesse firme. Ci dobbiamo stupire del fatto che oramai si parla una lingua unica? Del fatto che molti sono inebetiti dagli schermi, del fatto che non si analizza gli eventi, non si tirano linee per unire A a B e scoprire il disegno che c’è sotto? Ci dobbiamo sorprendere quando scopriamo che un laureato non ha idea di eventi semplicissimi, ignora parole molto comuni, non riesce a costruire un discorso o ad esporre un pensiero? Le idee non nascono dal nulla, se non si ha una mente allenata al pensare, se si manca degli strumenti necessari, è impossibile formulare un pensiero che sia anche solo minimamente autentico. Invece, nei migliori dei casi, si ripete a pappagallo l’altrui, si cita la frasetta e si dice “ecco, la penso così”, senza contestualizzare, senza mettere in luce le differenze, senza mettere in discussione tutti gli aspetti di quel pensiero. Si prende e si applica. Un ipse dixit cieco e sordo.

Il dialetto, perfino il più povero, quando era utilizzato come era naturale utilizzarlo, era lingua viva ricca di sfumature, l’italiano come si usa oggi è lettera morta, una sorta di corpo in coma lasciato attaccato ai macchinari,  sappiamo già che probabilmente non si risveglierà –salvo miracoli- e ci chiediamo se si debba congelare in attesa di una futura cura o lasciar andare verso il suo destino finale.

PS: In uno dei prossimi post voglio affrontare il paradosso di una società piena di filtri, concorsi e giudizi sul merito che sforna incapaci e affida incarichi a imbecilli, rispetto ad una vecchia società senza tutte queste garanzie di qualità che produceva degli autentici geni.

02/01/2010

10, 100, 1000 MA TANTO SONO SEMPRE LA STESSA COSA

Filed under: Ecumenico Rincoglionimento — antoniosabino @ 08:41
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Quando 10 anni or sono gli operatori televisivi –chiamo con tale termine quelli che mettono la faccia davanti e dietro la telecamera, ben sapendo che, a differenza dell’operatore ecologico, loro non raccolgono spazzatura ma la producono e ne fanno parte- si misero sulle barricate contro l’ingresso della “gente comune” nella televisione, mi venne da ridere. Era come se il padre disconoscesse dei figli identici a lui e si ostinasse a dire che non erano il frutto del suo seme. Quello che allora gli operatori televisivi non avevano capito, oggi l’hanno accettato stolidamente non avendo di fatto compreso: quelli che entravano nel gioco televisivo erano identici in tutto e per tutto a loro, né più smaliziati, né vergini. Il frutto della omologazione fascista e totalitaria televisiva, dove per fascismo non intendo uno schieramento politico ma un modo d’agire, era proprio quel mucchio di fantocci messi davanti alle telecamere, osservati come cavie quando, in realtà, erano l’esito di un esperimento gia’ testato da decenni. Mi risultava così folle e grottesco quel piccolo segnale di guerra civile tra gente che non sapeva fare niente contro gente che niente sapeva fare, gente della televisione che, d’altro canto, nel loro intimo, sentiva il richiamo del sangue, ma, è noto, le piccole beghe, come nelle classiche famigliole, nascono sulla spartizione della eredità, il calcolo delle fette. Molti perdettero tempo con discussioni di sociologia spicciola, pochi si resero conto che l’orrore sullo schermo era la naturale conseguenza degli orrori visti in passato, questo manipolo di falsi parvenues, falsi perché non si trattava, da parte loro, né di accedere a qualche nuova classe o di millantare titoli che non avevano par nature, dava ulteriore dimostrazione di come oramai ci si esprima quasi tutti nel medesimo modo, una sorta di linguaggio unico, poco più variegato di quello burocratico: questo linguaggio, con la sua piatta monotonia, freddo e privo di qualsiasi carattere, costituisce davvero il filo che tiene assieme l’unità della Nazione. La televisione è orribile, si pone come portatrice di verità e chiarezza quando si comporta come un imbonitore di piazza, con la differenza che quello rischiava di essere preso a sberle e sbattuto fuori a calci dal paese. Offre un modello di vita che oramai ha assunto lo stato di pura realtà: non si tratta più di propagandare il modello del perfetto cittadino, ma di dare una visione della vita fatta di ogni tipo di frivolezza inutile e momentanea, buona da essere presa e consumata, giusto il tempo necessario perché la fabbrica sforni un altro prodotto. Quello che vedete in televisione è quello che vedete attorno –salvo l’indottrinamento propagandistico degli spazi di informazione, dove di informazione non trovate nulla o certe punte estreme di una programmazione televisiva con la quale si tenta di mostrare un grottesco ancor più grottesco di quanto ci sia attorno a noi, tanto per creare fintamente scandalo-, non fatevi ingannare dall’aspetto ricercatamente insolito del loro modo di agghindarsi, si tratta della naturale conseguenza del palcoscenico nel quale ci si esibisce: in un circo, se si vuole stare all’interno del cerchio, si devono indossare abiti atti a renderti individuabile e a far capire subito quale specialità presenterai; guardate molti degli incravattati, degli eleganti, dei sportivi, dei tradizionali che vi capita di incontrare durante la giornata. La gente un tempo tendeva a comportarsi come le ombre che vedeva sullo schermo, ora è lo schermo che riproduce come si comporta la gente, ma tra i due è quest’ultima ad aver omologato il proprio linguaggio al primo. Se fate caso la maggior parte delle persone che conoscete nel corso della vostra vita, in particolar modo tra le nuove generazioni, assume i tratti tipici del perfetto personaggio televisivo, quel personaggio che, dovendo piacere un po’ a tutti perché il prodotto deve essere venduto a tutti, non ha una vera identità, non ha un accenno di spiritualità –e per spiritualità non intendo pratiche di genuflessione  e preghiere da religioni del Libro, intendo un senso antico di spiritualità- ha delle idee politiche ma vaghe, intercambiabili, spesso inespresse o espresse ambiguamente, discute superficialmente delle cose, le accenna, spesso vuole dare ad intendere di aver fatto  o detto, o di non ignorare quello che ignora –come se ignorare fosse una colpa, lascito di certe formule fascistissime e massificanti della legge “la legge non ammette ignoranza”-, nei migliore dei casi il suo approfondimento si riduce al livello di un documentario: il documentario è quel qualcosa che vuol dare l’illusione di risolvere e esaurire un argomento, mentre spesso si tratta di una congerie di cose, nel migliore dei casi un compost, di fili interrotti che non portano mai a nulla. Il documentario mi ha sempre fatto l’effetto delle enciclopedie che girano oggi sui nostri scaffali. Perfino la tanto decantata Britannica è una delusione se paragonata ad edizioni di inizio secolo scorso, oppure pensiamo al Oxford Classical Dictionary, dove tra seconda e terza edizione c’è un abisso, si passa da studi mirati e profondi, con spunti geniali, alla elencazione scolastica di dati triti e ritriti. Trovate in giro gente così, fatta di cartone, senza spessore, non spinta dal doloroso stimolo di apprendere qualcosa, di seguire un interesse, e spesso non hanno alcun interesse perché il personaggio televisivo, loro modello di generazione in generazione, non è incline a qualcosa, non approfondisce nulla, ha giusto la pretesa di stare davanti alla telecamera, questa sorta di moderna cattedra che imprime sul volto di chi parla (o cerca di imprimerlo) come un segno di infallibilità e di verità. Credo che il mondo politico sia stato a sua volta vittima della televisione, pur rivestendo contemporaneamente il ruolo di carnefice della popolazione, ma questa è una storia che merita di essere raccontata in altre occasioni.

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