In questi mesi, come prima per la Libia, in parte per l’Egitto e la Tunisia, siamo subissati dalle informazioni a senso unico, bande armate descritte come gruppi di pacifisti e idealisti, gente che straparla di lotte per la libertà, un quadro che basta poco a smontare, ma l’Occidente ama cacciare il naso negli affari altrui e partecipare alla partita, o almeno si illude che spalleggiando gruppi sospetti potrà arrivare ad un controllo almeno indiretto, vecchia storia, storia pluridecennale. Cosa succede se un tronfio conduttore radiofonico francese intervista telefonicamente un siriano, convinto di sentire peste e corna di Assad, e si trova davanti a qualcuno che invece gli racconta cosa ha visto e come le bande armate siano bande armate? E cosa succede se davanti alla reazione di sufficienza da “noi vi insegnamo come funziona una democrazia” il giovane siriano gli porta esempi francesi dove la repressione c’è stata? E dico repressione perché se gli eventi sono simili e quell siriana è repressione allora anche quella francese lo è. Che succede? Succede che il giornalista non è più in grado di cavarsela… buon ascolto
19/07/2012
METTI CHE UN GIORNO ALLA RADIO… SIRIA E BALLE
23/04/2012
ARRIVA LA PRIMAVERA, TEMPO DI PULIZIA ETNICA
Libia, scontri esercito-tribù- Violenti scontri tra la tribù dei Tibu e l’esercito libico si sono verificati a Kufra, nel Sud-est del Paese. Le vittime sono almeno 12, mentre decine sono le persone ferite. Uno dei capi Tibu ha accusato apertamente i militari di pulizia etnica. Una dozzina di case sono state incendiate. Gli attacchi, secondo fonti locali, sono continuati per diverse ore.
Cari Volenterosi (raffigurati in una immagine che porta più a pensare alla parabola dei ciechi) dove siete? Non eravateil baluardo a difesa dei popoli? La pulizia etnica è una cosa da poco, vero? O meglio, vale in alcuni casi come delitto, in altri è un corollario del processo “democratico”.
08/04/2012
GLI INUTILI IDIOTI ovvero ALLA FINE L’UNICA CROCE CHE CONTA QUALCOSA LA TROVI NEL CIMITERO
Al mago Sabino sinceramente non interessa il periodo pasquale, ama più sottolineare come la previsione di mesi or sono si sia rivelata esatta. Mi auguro che abbiate scommesso e portato a casa un bel gruzzoletto. Nel caso mandatemi almeno qualche genere di conforto. Mentre la Goldman si affretta a specificare chi dovrà vincere in Francia, altrimenti son guai (leggi vi facciamo lo scherzo greco/italico) oltre l’Oceano, dove la finzione democratica è stata perfezionata al di là di ogni paragone, il pargolo Romney (l’unico finanziato dalla Goldman tra i candidati repubblicani) è approdato alla sua vittoria e adesso lo scontro sarà tra il Goldman della Casa Bianca e l’aspirante Goldman. Il mago Sabino vi ha già anticipato pure il risultato finale dunque non penso ci sia bisogno di ribadire. Spero che lo spettacolino di questi mesi vi sia piaciuto, insomma, le elezioni americane sono davvero un telefilm interessante, colpi di scena, scandali, gaffes, errori, rimonte, risultati “a sorpresa”, dialoghi serratissimi, scenografie preconfezionate con arte (tutti quei cartelli spontanei distribuiti agli ingressi) e poi il numero delle comparse, ah, era dall’epoca del Waterloo di Bondarčuk che mancava un dispiegamento tanto imponente di comparse dietro ai protagonisti. All’epoca solo l’impero sovietico poteva vantare questa capacità di mobilitazione, adesso ammiriamo come il super impero statunitense ha superato l’esempio.
Ci ha aggiunto la molta ipocrisia del “il tuo voto conta”, autentica balla made in USA dove il Presidente manco è eletto direttamente (ipotizzando che si votasse effettivamente qualcosa), dove le campagne elettorali hanno oramai raggiunto costi impossibili, dove ufficialmente sono i singoli che versano, salvo poi vedere in cima i soliti noti finanziatori. Da decenni e decenni il sistema americano ha limato la sceneggiatura elettorale, con pazienza, con la consapevolezza di avere tempo, e i figli della Goldman Sachs, ora repubblicani, ora democratici, hanno preso di volta in volta il potere. Alle passate elezioni, forti della sventagliata di “reality” e della sempre più assuefazione al “vivere straordinario –e artefatto” del sogno americano hanno pensato di confezionare il pacco dono più sostanzioso. La rivalsa degli schiavi. Per cui hanno preso un tizio che non discendeva dagli schiavi (forse manco americano, ma anche questo ha dato salsa al racconto) già membro di quella elite che vede tutto di un colore solo –verde grana- e l’hanno imposto a forza di finanziamenti, tappezzamento cittadino con pubblicità, spettacoli e perfino un tour europeo pre-presidenziale, ma già da presidente in pectore. In fondo gli Stati Uniti amano raccontarla come gli pare. Ci hanno raccontato che il nord buono e generoso fece una guerra per liberare gli schiavi, dimenticando vari particolari, ad esempio che il sud volle bloccare l’afflusso di “nuovi” schiavi ma se ne risentirono le navi del nord che erano le principali importatrici, dimenticando del tentativo di embargo economico per obbligare il sud ad acquistare i prodotti dal nord in sviluppo e non dall’europa, dimenticando che gli schiavi liberati rimasero in condizioni di semischiavitù almeno fino agli anni ’60 e oltre, ma ci hanno dipinto il martire (interno, pare) Lincoln, il buono dei buoni, il Gesù Cristo del popolo eletto statunitense crocifisso a teatro, come è bene per un popolo che ama gli spettacoli. Insomma una Nazione che ha dato da bere per decenni queste balle della loro bontà e superiorità morale come può sorprenderci quando ricorre a queste scene ridicole, il Messia che libera i popoli e promette paradisi mai visti, dalle tassazioni al rovescio, alla diminuzione dei gruppi economici, fino alla sanità per tutti, un cumulo fumante di bugie che ora il Presidente si prepara a ritirare fuori ad usum stultorum. E da questa parte, coccolati dalla stampa che ha ignorato alcune minuzie (guerre, droni, eliminazioni di persone, bombardamenti, attacchi più che preventivi, massacri, promesse non mantenute), ci berremo di nuovo tutto, come prima e ancor più di prima e così farà il sano, alto, biondo, idiota popolo americano, anche perché non ha comunque possibilità di fare diversamente. Trangugiatevi il vostro Messia. Da noi, vecchia Europa, l’arte del telefilm non è ancora abbastanza evoluta, sotto sotto, nonostante tutti i grandi imbrogli, ancora riuscivamo a fare delle elezioni quasi corrispondenti al vero e il voto, pur marginalmente, ancora valeva, ma stiamo studiando, già ci danno i nostri piccoli Messia locali, piccini, certo, da mettere sul cruscotto dell’automobile perché ballonzolino beoti e noi, ipnotizzati, si ignori fino all’ultimo di andare contromano. Ave.
18/03/2012
ELEZIONI AMERICANE: QUEL CHE IO SONO VOI SARETE
Trangugiatela la vostra democrazia americana, trangugiatevi fino all’ultima goccia questa acqua di cloaca che definite evoluta, progressista,avanzata, questo baraccone dove il vostro voto non conta un cazzo e tanto meno conta quanto più vi bombardano i timpani esaltando il valore di un singolo voto (vizio del bombardare connaturato dal secolo scorso in poi). Godetevi questo spettacolo divertentissimo dove vi trascinano per mesi con falsissime lotte, primarie inesistenti, dove i candidati bisticciano come marionette, si menano fendenti, estraggono conigli, foto, intercettazioni, dove gareggiano, naso a naso, e poi alla fine la spunta guarda caso quello che già la doveva spuntare perché, cari elettori democratici che vi riunite alle riunioni con i vostri cartelli preconfezionati, con le frasi incelebri del celebroso leader, chi conta è il principale finanziatore, il super banco che vince sempre perché non ha più neppure bisogno di truccare i dadi: possiede tutto, pure voi e le vostre frattaglie e quando andate al cesso quello che cagate è ancora suo e ve lo serve la mattina dopo sotto forma di colazione.
Voi vi illudete, cari i miei democratici, e vi siete oramai abituati a tutto questo, gli europei un po’ meno, ma state procedendo ad indottrinarci pure riguardo a questo. Guardate le vostre televisioni, così perfette e lucide nel presentarvi una realtà che non esiste, fatta di programmi “in presa (per il culo) diretta”, fatta della “vita di tutti i giorni, straordinaria come è straordinaria la vita”, sapete bene, cari, che la maggior parte delle vite è l’eterno ripetersi del solito disco incrinato, che è il quotidiano affastellarsi dei soliti rifiuti, il ripetersi noiosamente uguale di sofferenze e piaceri, eppure voi ci illudete e vi illudete che quello che di straordinario (ci si capisca, straordinariamente mediocre, è sempre frutto di menti basse) sia specchio della realtà, mentre neppure è rovesciato, solo falso falsissimo. E così il vostro sistema elettorale, dove l’universalità del voto è il grosso spettacolo per le masse. Che si incazzino litigando sopra gente che ricopre il suo ruolo. Il gran cattivo, il bigotto, il giovane venuto dal nulla, il ricco, il saggio, il solerte, il furbastro, il maniaco sessuale, la moglie infedele, il marito cornificatore, i figli drogati, i figli usciti freschi e puliti dalla scuola, questa massa di retorica puzzolente che è studiata a tavolino. Che i nostri elettori palpitino mentre alle primarie X e Y si scannano, piangano, soffrano, odino, provino emozioni straordinarie “come è straordinaria la vita” e vadano per le strade, ora orgogliosi ora tristi, perché ci hanno provato o hanno vinto. Non avete vinto nulla. Il banco si è fregato tutto. Vi ha dato i soldi da scommettere. Nel telefilm serve il super eroe che ammazza il super cattivo, pop, spunta Bin Laden, arriva il buono, pop, spunta il Nobel e ammazza il grande cattivo. Prove che fosse il grande cattivo? Zero. Prove che sia stato ucciso? Zero. Prove che il suo corpo sia stato gettato in mare? Zero. Ma non ne avete bisogno, è un telefilm signori, non è Proust, cazzo, sapete benissimo che i salti illogici o la logica mediocre del dalla A alla B è il sugo del telefilm americano. Intanto accapigliatevi per vedere chi è più bigotto o ricco tra Santorum o Romney (salvo poi vincere Romney come stabilito dall’inizio). Poi vedrete la super lotta tra Obama (che vince) e Romney (che perde, ma magari per un pelo). Intanto abbiamo il diario segreto di Bin Laden, quale scarsa fantasia signori miei, insomma, e poi la gente non c’ha voglia di leggere, ha le mani appiccicaticcie di zucchero filato e big mac, per fortuna che gli eroi di noi tutti, il giornalismo, ci farà il riassunto e così Bin Laden voleva ammazzare Obama, vedi, ecco la prova finale, il super cattivo voleva uccidere il super buono, ma il bene trionfa e la vaselina piove dal cielo come la manna. Amen fratelli, ora tutti a culo scoperto che il sovrano deve passare in rassegna le truppe.
03/01/2012
PREVISIONI 2012, IL MAGO SABINO VI DICE IL NOME DEL CANDIDATO REPUBBLICANO ALLE PRIMARIE
Sul blog Gericononcade
30/08/2010
IL SENSO DEL RIDICOLO
Sarà un accordo vantaggioso o meno, ma il senso di vomito e schifo non mi passa. Questi bei patti Gheddafiani, risalenti in parte già al governo Prodi, mi sembrano l’ennesimo esempio del livello di prostituzione politica del parlamento italiano. Ridicoli quelli che da sinistra gridano allo scandalo perché se non c’era B. c’erano loro –tanto per fare un esempio ricordo ancora i pianti dei Radicali contro la Cina all’epoca del governo B. e poi la Bonino faceva parte della mega delegazione del governo Prodi in Cina con tanto di elogi alla democratica dittatura cinese-, ridicoli quelli interni al governo (leggi Lega) che sbandierano ai quattro venti la loro ferrea opposizione a colpi di parole, poi quando si tratta di farsi vedere si affidano giusto a Borghezio che ha la funzione delle opposizione interna, nominata dal centro, per proseguire con quella che, da anni, è la reale funzione della Lega secondo me: valvola di sfogo per impedire che certi malesseri potessero sfociare in un vero assalto al palazzo con cacciata dei parlamentari, malessere che poteva saldarsi con altri malesseri sparsi per la Penisola, invece così c’è la valvola di sfogo – a parole- e tutti sono tranquilli; ridicoli e vomitevoli tutti quelli che si sono buttati a pesce sul falso beduino con tenda extralusso e lo compiacciono a spese mie. Insomma non sono fatto per la politica perché questa cosa mi fa schifo, mi fanno schifo gli accordi con le dittature seguite dai proclami di libertà e democrazia contro le altre dittature, preferirei di gran lunga una schietta e salutare sincerità, dire che le guerre si fanno per un motivo preciso, dire che gli accordi si fanno per motivi concreti e non tentare di fare distinzioni tra regimi e regimi. Gheddafi raduna 500 hostess e impartisce loro una lezione sul Corano (figurati che lezione!) e questo a me ricorda il B. che raduna, a pagamento, le ospiti e impartisce loro le sue canzoni con Apicella oppure spiega come funziona il mondo e quante volte ha salvato la galassia dal tracollo. Anche tentando di mettermi dalla parte del “vantaggio economico dell’accordo” arrivo a concludere che, se proprio dobbiamo dirla, non siamo davanti all’indiano con le piume che per tre perline ti vende Manhattan, l’apparato, il casino, il baccano e tutte le manifestazioni di sottomissione danno più l’impressione del desposta che visita una provincia (o una futura provincia). Gheddafi e figli hanno le mani in molti affari italiani, banche in primis, e fanno girare soldi su soldi (oltre a tutti quelli che hanno usato in questi e negli anni passati per finanziare partiti nostrani) e questo si vede bene perché in questa nazione sfasciata può fare tutte le buffonate che vuole, le parate, le scenette con folle prezzolate e isteriche (come a casa sua insomma) e manco ha bisogno di piantare il mitra nella schiena.
25/08/2010
SECONDO CAPITOLO ISTITUTO LUCE, FINI E IL PAKISTANO (MA DI QUELLO BUONO) SU REPUBBLICA

Credevo che il recente articolo dell’Unità su Fini e il poeta pakistano fosse imbarazzante, ma adesso ho letto quello di Repubblica…
alcuni frammenti particolarmente significativi
Gianfranco Fini come un villeggiante qualsiasi, senza scorta, senza filtri
Pronta e ironica la risposta di Fini: «Fratello proprio no, al massimo cugino». Umeed significa speranza. E il desiderio del quarantonovenne pakistano di raccontare la sua storia al presidente si realizza sotto l’ ombrellone del bagno «La strega sul mare» ad Ansedonia. La terza carica dello Stato e il migrante poeta e vucumprà per necessità
la popolarità di Fini non sembra però intaccata
Poi, davanti all’ ombrellone in prima fila, si formano capannelli intornoa lui. Da lontano arriva un anziano: «Mio nipote non ci credeva, inveceè proprio lei. Mi fa un autografo?». Passano due signore e salutano. «Buongiorno e buona passeggiata» risponde Fini. Si avvicina una giovane coppia con bambino: «Non vogliamo disturbare, ma esprimerle solidarietà e augurarle in bocca al lupo». Non gradita da Fini è solo la visita di due cronisti:
Spiega che gli mancano i soldi, 600 euro su 1.700, per ritirare dallo stampatore altre copie del volumetto. «Passa in spiaggia uno dei prossimi giorni e portami un po’ di volumetti» gli avrebbe promesso Fini. Poi il presidente della Camera lascia una lunga e intensa dedica su una copia del volumetto di Alì: «Non sono in grado di giudicare la qualità delle poesie di Umeed. Certo, da quello che mi ha raccontato è un uomo vero, forte, combattivo e tenace e come i cavalieri antichi sotto la armatura c’ è la poesia, la sofferenza e la forza del suo cuore». Umeed è raggiante. «Mi avevano detto che è un uomo rigido. Falso. E’ umile, disponibile. E questo incontro fa svanire la fatica di due mesi a vendere collanine in spiaggia».
17/07/2010
NOTERELLE OBAMIANE SPARSE

AFGHANISTAN
L’onestà intellettuale vorrebbe che tutti quelli che si strappavano le vesti e pubblicavano peana e inni per la nomina di Obama, esaltavano le promesse (promesse appunto) del nuovo presidente, festeggiavano il suo nobel per la pace, dicessero pure qualcosa quando il loro eroe si mette a fare esattamente il contrario e ricalca, molto da vicino, la politica dell’odiato Bush. Invece zitti. Questa, cari miei obamiani, è coda di paglia con un pizzico di ipocrisia. E non sia mai che un domani sbuchiate dal vostro bunker dicendo che l’avevate previsto o che a voi Obama non era mai piaciuto. Capisco che non sia piacevole ammettere di esserselo fatti mettere in quel posto e che “il sogno americano” sia stata la vaselina del nuovo millennio, ma un minimo di onestà e coerenza pretenderebbe o una difesa dell’operato di obamino (e la vorrei proprio leggere) o il riconoscere che ci si era fatti incantare. Non è una colpa quest’ultima, né un’onta, il cammino verso la disillusione totale non è uguale per tutti, c’è chi ci arriva prima e chi dopo. Certo stupisce che molti di quelli che sono cascati mani e piedi nella trappola della retorica obamiana, siano spesso gli stessi che condannano la retorica del “volemose bene” o mettono in guardia dai politici che parlano di buoni sentimenti e gioia e allegria e disinteresse per i loro affari, ma il mondo è vario, con un balzo salti l’oceano e il fuso orario ti crea problemi.
Ora, cari obamiani (o ex obamiani?), tra le puttanate che il vostro ha promesso c’era il progressivo (e rapido) ritiro delle truppe. Ora risulta che Obamino farà costruire una nuova base USA in Afghanistan. Si conciliano le due cose? Capisco che avete fatto finta di ignorare i finanziamenti dalle banche, la scelta di incaricati provenienti direttamente dalle multinazionali, i bombardamenti con morti civili (ma chi se ne fotte di quegli stronzi, no?), il nulla sul nulla, e vi siete fatti vedere giusto quando c’è stata la riforma sanitaria, ma volete mettere la testa fuori ed esprimere uno straccio di opinione ogni tanto? I giornali manco li chiamo in causa, una causa persa in partenza, tutti ipnotizzati dal faccione di Obama sulla copertina del Times (valeva pure quando c’era Hitler in copertina).
Non vi sentite un po’ menomati dal fatto di astenervi dal pubblicare barzellette, vignette, canzonature, foto ridicole su Obama? Non avete la sensazione di limitarvi nella vostra libertà di espressione? D’altro canto è noto che più subdola della censura di un dittatore, censura che non riesce mai ad essere totale, c’è la autocensura psicologica, questa sì totale e insuperabile. Alcuni di voi hanno perfino il coraggio di riprendere in giro Bush invece di OBAMA.
BP and BIG BROTHER
Immaginiamo Bush Presidente durante la faccenda BP. Immaginiamo le manifestazioni americane e europee. Quelli che urlavano contro il rischio di cadere sotto l’occhio di un Grande Fratello e ora sono silenti sappiano che, a conti fatti, ci sono già sotto quest’occhio. Il manifestare o esprimere dissenso non sulla base dei fatti (un Presidente che non è in grado di porre rimedio ad un problema, che tentenna e che nega il diritto di cronaca per fare piacere ai poteri forti) ma solo sulla base della persona e del “suggerimento” di rappresentati della politica e della intellighentia nostrana è, papale papale, la dimostrazione che si vive sotto un Grande Fratello che ci guarda e ci dice: odialo/ amalo perché è così, punto.
MEDIUM DI MASSA
Capita che quanti giustamente gridano che Berlusconi è potente grazie al controllo dei mezzi di massa, giornali, televisioni, e che lo mette nel cacapranzi agli elettori grazie alla sua propaganda, abbiano dimenticato (e dimenticano) di applicare lo stesso schema -schema che contiene molta verità: l’instupidimento provocato dai mezzi di massa e il crollo verticale serve a Berlusca come è servito, più in generale, ai Partiti fino ad oggi- ad altri. Dimenticano, in particolare, di applicarlo al presidente più Massmediatico dell’era USA. Quello bello, buono, intelligente, GGGIOVANE, con la famigliola perfetta, moderno, forte, atletico, simpatico, spiritiso, sexy e avanti di questo passo, quello che ha imperversato su giornali, televisioni e radio per mesi e mesi prima delle elezioni americane, quello che ha speso cifre astronomiche (mai viste prima) per la sua campagna elettorale, letteralmente il doppio dell’avversario, a dimostrazione dello strapotere del quattrino e della forza ipnotica dei mezzi di comunicazione. E’ pure lo stesso che ora non lascia fotografare le manifestazioni contro di lui, non lascia fotografare i disastri della BP, e che pensa di dare una stretta alla libertà di internet. Ma i Soloni nostrani di quel potere dei Mezzi di Massa se ne strafottono e, in fondo, hanno contribuito pure loro propagandando e tessendo le lodi dell’eterna promessa, il Presidente del fare (pure lui) che non ha fatto una cippa. Da oggi non potreste, accanto alle giuste e sane grida contro il Presidente con in mano dei giornali e delle televisioni, ricordare che Obama ha dato una dimostrazione ancora più vasta di cosa possano fare i finanziatori (lobby, banche) quando desiderano strumentalizzare “il sogno americano” e fornire agli elettori il principe azzurro, la favoletta dell’uomo venuto dal nulla, anzi, dell’uomo venuto dal discrimine, la rivalsa di tutti, quello che si è presentato quasi fosse un afroamericano, e non lo era, e ancora un po’ ci avrebbe pure detto di essere indiano? Sapete gli indiani? Quelli ridotti a casinò o a fare pantomime nei parchi di divertimento esteri perché “fanno colore”. Pensateci. Anche se sono sicuro che ve ne fregherete e continuerete a fare quelli che vedono il brutto solo dove gli pare e ad affondaare, beati e sornioni, nel mare dei vostri pregiudizi ideologici, il lider maximo (l’opinione, il partito, il giornale chic di riferimento) vi dice che quello è buono perché è buono pure se ha combinato cose che non avreste mai perdonato al precedente? E allora tutti con il lider maximo a gridare: viva Obamino e grazie ai mezzi di comunicazione di massa che l’hanno imposto, mezzi di comunicazione ovviamente buoni in questo caso.
23/01/2010
DHIMMI CON CHI VAI E TI DIRO’ CHI SEI OVVERO L’OSCURANTISMO HA UN SOLO COLORE: NERO CENERE
In seguito ai ben noti fatti di Rosarno il ministero degli esteri egiziano, guidato da Aboul Gheit, ha accusato l’Italia di essere un paese razzista che discrimina in base alla razza e alla religione. L’accusa è stata ignorata dalla maggior parte degli Italiani, qualcuno invece ha pensato bene di appoggiarla strumentalizzando la cosa: evidentemente chi appoggia l’Egitto in questa sua accusa condividerà l’amore per la logica e il senso della storia mostrato da quegli italiani che hanno pensato di aggirarsi inneggiando al black power, italiani che, detto tra di noi, sembrano tanto quel tizio che arriva ben armato il giorno dell’armistizio, cammina un po’ sul fronte, nel silenzio totale, e torna a casa dicendo “sai, mamma, ho fatto la guerra” e che per gli immigrati, sotto sotto, ha un atteggiamento alla Casarin. Le reazioni in ambito politico sono state di tre tipi, silenziose, ovvero l’assoluta mancanza di qualsiasi intervento da parte di quasi tutti i politici italiani, semplicistiche, ovvero il “loro fanno fuori i cristiani” di Bossi, improntate ad una estrema genericità, ovvero il “L’Italia non è un Paese razzista e nessuno ci può accusare di questo” di Frattini. La questione sarebbe da approfondire maggiormente. Prima di tutto chiedersi perché la maggior parte delle forze politiche, in particolar modo un certo partito che passa la giornata ad urlare contro l’oscurantismo vaticano –mi riferisco a voi compagni Radicali e sapete che ho pieno diritto di rivolgermi a voi compagni Radicali-, siano poco propense a segnalare a viva forza il rischio di un secondo oscurantismo, a meno che non si voglia sostenere che le ingerenze papaline e delle gerarchie ecclesiastiche –ingerenze, si badi bene, frequenti e gravi- siano le uniche da temere rispetto ad un’altra religione, guarda caso monoteistica (per natura dunque non certo votata alla libertà di pensiero), che viene utilizzata nella costruzione di regimi teocratici, dove legge e religione si sovrappongono. Si vuole trascurare la questione? Personalmente ritengo folle trascurare tutto questo, dato che l’Italia non è mai riuscita a diventare uno stato laico e dunque ha dimostrato, negli anni, di avere una classe politica soggetta ad accordarsi su tutto, basta restare dove è: diciamo una cosa, secondo voi molti dei nostri politici non firmerebbero carte false pur di instaurare un regime teocratico o comunque di carattere pseudo-religioso che li santifichi e renda eterno il loro potere oligarchico, lo garantisca vita natural durante escludendo forme di contestazione, e li ammanti anche di una sorta di mandato divino? Abbiamo già avuto un unto dal Signore e sappiamo come è finita. Eppure non vedo molto interesse sulla cosa. La questione viene liquidata come “tentativo di discriminare” (il famoso bue che dice all’asino cornuto) oppure buttata in vacca dal solito partito populista, ma non si analizza seriamente. Un appello ogni tanto contro l’Iran e una campagna contro l’infibulazione non bastano: l’infibulazione è una cosa orripilante, è emblema di società arretrate e che considerano la vita della donna come un oggetto trascurabile, che sottomettono l’essere umano a orribili pene per ribadire un modello maschilista folle, ma l’infibulazione, si deve ricordare, non è derivata dal Corano, anche se ricorre in paesi islamici, si tratta di una di quelle aberrazioni presenti in “tradizioni tribali” locali assunte poi all’interno delle pratiche di alcune delle comunità islamiche che le hanno considerate “consone” o “adatte” ad una certa, mortificante visione del corpo femminile. Insomma combattere l’infibulazione è combattere una pratica barbara, diffusa anche nel nostro paese, legata al mondo islamico (ma non a tutto), ma non è nei fatti porre l’accento sulla gravità del totalitarismo religioso. (more…)
14/01/2010
L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO
Sul Corriere della Sera continua il dibattito sul degrado della lingua italiana. Nell’articolo di oggi vengono riportate le opinioni di vari “addetti ai lavori”, docenti universitari e scrittori, in risposta ad un intervento di Cesare Segre in merito alla evoluzione disastrosa della lingua italiana, alla scomparsa dei registri linguistici e alla perdita del lessico. Ritengo che Segre abbia perfettamente ragione nel vedere un deperimento delle capacità linguistiche della popolazione, deperimento che inizia nella prima età scolare per poi ingigantirsi con il passare degli anni, di classe in classe, a cascata. Tra gli imputati alla sbarra Segre chiama la televisione –come dargli torto?!- strumento che genera in Italia un appiattimento linguistico disastroso, in secondo luogo la politica che, scrive Segre, “tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso”, affermazione che penso sia dettata da una errata valutazione della cultura dei singoli uomini politici: l’abbassamento linguistico dei politici non è generato da un intento “populista”, ma da una ignoranza di fondo, non dimentichiamoci che la maggior parte dei parlamentari non mostra mai alcun interesse, rimanendo sempre all’interno del frasario tipico, delle frasi prive di particolare significato, salvo distinguersi al massimo per tic lingustici, vizi di contenuto e forma, intemperanze. Insomma Segre è troppo buono e fiducioso. L’intervento di Piero Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata, non mi convince nel suo tentativo di mostrare il lato positivo: “ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile”. Questa idea della scomparsa del dialetto (spesso lingua vera e propria dato che ha prodotto letteratura) a favore della piatta lingua italiana che ascoltiamo ovunque come puo’ essere positiva? Parlano tutti un pessimo italiano, un italiano comune all’intera Penisola, una lingua assolutamente lontana dalle caratteristiche del vissuto locale, priva di carattere: poco male se fosse una lingua utilizzata al meglio, in tutta la sua ricchezza, ma non è così. Si parla una lingua omogenea perché si è diventati omogenei cittadini di una nazione omogenea, distrutta nei suoi caratteri veri, quelli che sono gli esiti della naturale evoluzione dei singoli popoli. Si è perso ogni senso di appartenenza senza acquisirne uno nuovo convincente (cosa serve propagandare il nostro essere italiani quando si viene dominati e governati da persone indegne, in grado di mostrare solo il peggio di questa Nazione?). Il discorso di Trifone sembra voler alludere alla identificazione tra dialetto e ignoranza, cosa completamente errata, dimenticando come fosse lingua parlata dei moltissimi che hanno fatto la letteratura italiana. Fate caso ai vecchi –rifiuto il patetismo connesso al politicamente corretto anziani- molti di loro parleranno in dialetto, magari avranno fatto giusto le elementari (o meno), eppure, salvo il naturale rimbambimento dovuto alla età o ad una non spiccata intelligenza dalla nascita, troverete persone dalla intelligenza molto più viva della maggior parte dei loro figli con curriculum di studi portato fin alle medie, e ancora più intelligenti della media dei loro nipoti con diplomi e lauree, perché? Perché il parlare un dialetto e il non aver potuto studiare non preclude il fatto di avere una viva intelligenza e di possedere, nel proprio mondo, una cultura. Oggi abbiamo fior di laureati che non mostrano alcun acume, nonostante tutti i pacchi di libri che hanno leggiucchiato, pagina più pagina meno, durante i loro studi. Sono proprio questi fior di laureati e diplomati che parlano quell’italiano piatto e noioso, privo di caratteristiche. E tutto questo è figlio di tante cose, è figlio di una televisione che ha diffuso la lingua e poi l’ha omologata per andare incontro al più vasto consenso, per preparare il terreno a chi deve vendere i prodotti a tutti e convincere facilmente all’acquisto, è figlio dei giornali dove si legge sempre più un pastiche di frasi fatte, di discorsetti telegrafici, di temini ricopiati, basti pensare che la distinzione d’ambito e tono tra un giornale sportivo ed un quotidiano è andata da tempo dispersa. Tutto questo è figlio delle scuole, sempre più schiacciate da miriadi di necessità varie, incarichi di tutela, assistenza, le scuole dove ora si deve fare il saggio breve, l’articolo da giornale (come se fosse una cosa buona), salvo poi lasciar uscire degli analfabeti che non sono in grado di costruire un discorso (gli analfabeti del primo periodo unitario erano in grado di costruirlo, uno dei nostri vecchi che parla solo dialetto è in grado di fare discorsi perfetti, con premesse e conclusioni incluse) di esporre una loro tesi, di formulare un pensiero che sia autonomo e allora, dico io, a cosa serve dare loro i mezzi per approfondire se non li si è educati al ragionare? Non voglio negare le colpe degli insegnanti, ovvio, ce ne sono di terribili, impreparati, ignoranti, più interessati a scaldare la sedia o a sfogare le loro fissazioni politiche inascoltate, ma la situazione della scuola oggi rende impossibile il lavoro di quanti si impegnano e lo fanno per scelta e passione: il peso burocratico, le pretese delle famiglie –educate oramai a contestare dalla mattina alla sera l’insegnante-, le pretese dei presidi che vogliono tenere alti i voti, le pretese dello Stato che obbliga l’alunno a restare a scuola anche se non è quello che vuole fare, tutto per non abbassare i tassi di disoccupazione annui, ogni cosa concorre a rendere la scuola un pandemonio, una bolgia infernale ingovernabile e il paradiso dei furbi, degli scansafatiche, degli ignoranti e impreparati. Abbiamo ucciso i dialetti, relegandoli a quel finto folclore delle nuove sagre paesane, quelle organizzate dalla Pro Loco con finti e orripilanti costumi che dovrebbero ricordare un qualche inesistente episodio storico. Abbiamo relegato il dialetto a canzonette da dementi (mi rivolgo a quanti abitano al nord, vi è mai capitato di sentire questa specie di versione lombardo-veneta del liscio emiliano?) o a poesie dove il dialetto è usato traducendo dall’italiano per raccontare buoni sentimenti e storielline improponibili. Abbiamo relegato il dialetto facendolo diventare un feticcio adorato per motivi politici e di propaganda, senza alcun convincimento né alcuna coscienza di cosa fosse davvero. Le tradizioni le abbiamo sacrificate, assieme al dialetto, alla teoria del mercato unico, del mondo globale, della fratellanza e uguaglianza declinata fino a concludere che andassero abbattute tutte le forme di differenza tra città e città, tra regione e regione, tra nazione e nazione. Oramai seguiamo un modello unico, buono per la vendita, e viviamo tutti in periferie di città –avete notato la spaventosa continuità tra centri abitati? Ad un comune segue un altro comune- o in centri che assomigliano sempre più a quegli orrendi villaggi che prendono il nome di outlet, con le loro piazze con la fontana di plastica, le panchine dove si aspetta che il compagno o la compagna escano dal negozio, le vie contornate da negozi che mostrano le stesse cose, le stesse firme. Ci dobbiamo stupire del fatto che oramai si parla una lingua unica? Del fatto che molti sono inebetiti dagli schermi, del fatto che non si analizza gli eventi, non si tirano linee per unire A a B e scoprire il disegno che c’è sotto? Ci dobbiamo sorprendere quando scopriamo che un laureato non ha idea di eventi semplicissimi, ignora parole molto comuni, non riesce a costruire un discorso o ad esporre un pensiero? Le idee non nascono dal nulla, se non si ha una mente allenata al pensare, se si manca degli strumenti necessari, è impossibile formulare un pensiero che sia anche solo minimamente autentico. Invece, nei migliori dei casi, si ripete a pappagallo l’altrui, si cita la frasetta e si dice “ecco, la penso così”, senza contestualizzare, senza mettere in luce le differenze, senza mettere in discussione tutti gli aspetti di quel pensiero. Si prende e si applica. Un ipse dixit cieco e sordo.
Il dialetto, perfino il più povero, quando era utilizzato come era naturale utilizzarlo, era lingua viva ricca di sfumature, l’italiano come si usa oggi è lettera morta, una sorta di corpo in coma lasciato attaccato ai macchinari, sappiamo già che probabilmente non si risveglierà –salvo miracoli- e ci chiediamo se si debba congelare in attesa di una futura cura o lasciar andare verso il suo destino finale.
PS: In uno dei prossimi post voglio affrontare il paradosso di una società piena di filtri, concorsi e giudizi sul merito che sforna incapaci e affida incarichi a imbecilli, rispetto ad una vecchia società senza tutte queste garanzie di qualità che produceva degli autentici geni.
02/01/2010
10, 100, 1000 MA TANTO SONO SEMPRE LA STESSA COSA
Quando 10 anni or sono gli operatori televisivi –chiamo con tale termine quelli che mettono la faccia davanti e dietro la telecamera, ben sapendo che, a differenza dell’operatore ecologico, loro non raccolgono spazzatura ma la producono e ne fanno parte- si misero sulle barricate contro l’ingresso della “gente comune” nella televisione, mi venne da ridere. Era come se il padre disconoscesse dei figli identici a lui e si ostinasse a dire che non erano il frutto del suo seme. Quello che allora gli operatori televisivi non avevano capito, oggi l’hanno accettato stolidamente non avendo di fatto compreso: quelli che entravano nel gioco televisivo erano identici in tutto e per tutto a loro, né più smaliziati, né vergini. Il frutto della omologazione fascista e totalitaria televisiva, dove per fascismo non intendo uno schieramento politico ma un modo d’agire, era proprio quel mucchio di fantocci messi davanti alle telecamere, osservati come cavie quando, in realtà, erano l’esito di un esperimento gia’ testato da decenni. Mi risultava così folle e grottesco quel piccolo segnale di guerra civile tra gente che non sapeva fare niente contro gente che niente sapeva fare, gente della televisione che, d’altro canto, nel loro intimo, sentiva il richiamo del sangue, ma, è noto, le piccole beghe, come nelle classiche famigliole, nascono sulla spartizione della eredità, il calcolo delle fette. Molti perdettero tempo con discussioni di sociologia spicciola, pochi si resero conto che l’orrore sullo schermo era la naturale conseguenza degli orrori visti in passato, questo manipolo di falsi parvenues, falsi perché non si trattava, da parte loro, né di accedere a qualche nuova classe o di millantare titoli che non avevano par nature, dava ulteriore dimostrazione di come oramai ci si esprima quasi tutti nel medesimo modo, una sorta di linguaggio unico, poco più variegato di quello burocratico: questo linguaggio, con la sua piatta monotonia, freddo e privo di qualsiasi carattere, costituisce davvero il filo che tiene assieme l’unità della Nazione. La televisione è orribile, si pone come portatrice di verità e chiarezza quando si comporta come un imbonitore di piazza, con la differenza che quello rischiava di essere preso a sberle e sbattuto fuori a calci dal paese. Offre un modello di vita che oramai ha assunto lo stato di pura realtà: non si tratta più di propagandare il modello del perfetto cittadino, ma di dare una visione della vita fatta di ogni tipo di frivolezza inutile e momentanea, buona da essere presa e consumata, giusto il tempo necessario perché la fabbrica sforni un altro prodotto. Quello che vedete in televisione è quello che vedete attorno –salvo l’indottrinamento propagandistico degli spazi di informazione, dove di informazione non trovate nulla o certe punte estreme di una programmazione televisiva con la quale si tenta di mostrare un grottesco ancor più grottesco di quanto ci sia attorno a noi, tanto per creare fintamente scandalo-, non fatevi ingannare dall’aspetto ricercatamente insolito del loro modo di agghindarsi, si tratta della naturale conseguenza del palcoscenico nel quale ci si esibisce: in un circo, se si vuole stare all’interno del cerchio, si devono indossare abiti atti a renderti individuabile e a far capire subito quale specialità presenterai; guardate molti degli incravattati, degli eleganti, dei sportivi, dei tradizionali che vi capita di incontrare durante la giornata. La gente un tempo tendeva a comportarsi come le ombre che vedeva sullo schermo, ora è lo schermo che riproduce come si comporta la gente, ma tra i due è quest’ultima ad aver omologato il proprio linguaggio al primo. Se fate caso la maggior parte delle persone che conoscete nel corso della vostra vita, in particolar modo tra le nuove generazioni, assume i tratti tipici del perfetto personaggio televisivo, quel personaggio che, dovendo piacere un po’ a tutti perché il prodotto deve essere venduto a tutti, non ha una vera identità, non ha un accenno di spiritualità –e per spiritualità non intendo pratiche di genuflessione e preghiere da religioni del Libro, intendo un senso antico di spiritualità- ha delle idee politiche ma vaghe, intercambiabili, spesso inespresse o espresse ambiguamente, discute superficialmente delle cose, le accenna, spesso vuole dare ad intendere di aver fatto o detto, o di non ignorare quello che ignora –come se ignorare fosse una colpa, lascito di certe formule fascistissime e massificanti della legge “la legge non ammette ignoranza”-, nei migliore dei casi il suo approfondimento si riduce al livello di un documentario: il documentario è quel qualcosa che vuol dare l’illusione di risolvere e esaurire un argomento, mentre spesso si tratta di una congerie di cose, nel migliore dei casi un compost, di fili interrotti che non portano mai a nulla. Il documentario mi ha sempre fatto l’effetto delle enciclopedie che girano oggi sui nostri scaffali. Perfino la tanto decantata Britannica è una delusione se paragonata ad edizioni di inizio secolo scorso, oppure pensiamo al Oxford Classical Dictionary, dove tra seconda e terza edizione c’è un abisso, si passa da studi mirati e profondi, con spunti geniali, alla elencazione scolastica di dati triti e ritriti. Trovate in giro gente così, fatta di cartone, senza spessore, non spinta dal doloroso stimolo di apprendere qualcosa, di seguire un interesse, e spesso non hanno alcun interesse perché il personaggio televisivo, loro modello di generazione in generazione, non è incline a qualcosa, non approfondisce nulla, ha giusto la pretesa di stare davanti alla telecamera, questa sorta di moderna cattedra che imprime sul volto di chi parla (o cerca di imprimerlo) come un segno di infallibilità e di verità. Credo che il mondo politico sia stato a sua volta vittima della televisione, pur rivestendo contemporaneamente il ruolo di carnefice della popolazione, ma questa è una storia che merita di essere raccontata in altre occasioni.









