31/03/2012
18/03/2012
ELEZIONI AMERICANE: QUEL CHE IO SONO VOI SARETE
Trangugiatela la vostra democrazia americana, trangugiatevi fino all’ultima goccia questa acqua di cloaca che definite evoluta, progressista,avanzata, questo baraccone dove il vostro voto non conta un cazzo e tanto meno conta quanto più vi bombardano i timpani esaltando il valore di un singolo voto (vizio del bombardare connaturato dal secolo scorso in poi). Godetevi questo spettacolo divertentissimo dove vi trascinano per mesi con falsissime lotte, primarie inesistenti, dove i candidati bisticciano come marionette, si menano fendenti, estraggono conigli, foto, intercettazioni, dove gareggiano, naso a naso, e poi alla fine la spunta guarda caso quello che già la doveva spuntare perché, cari elettori democratici che vi riunite alle riunioni con i vostri cartelli preconfezionati, con le frasi incelebri del celebroso leader, chi conta è il principale finanziatore, il super banco che vince sempre perché non ha più neppure bisogno di truccare i dadi: possiede tutto, pure voi e le vostre frattaglie e quando andate al cesso quello che cagate è ancora suo e ve lo serve la mattina dopo sotto forma di colazione.
Voi vi illudete, cari i miei democratici, e vi siete oramai abituati a tutto questo, gli europei un po’ meno, ma state procedendo ad indottrinarci pure riguardo a questo. Guardate le vostre televisioni, così perfette e lucide nel presentarvi una realtà che non esiste, fatta di programmi “in presa (per il culo) diretta”, fatta della “vita di tutti i giorni, straordinaria come è straordinaria la vita”, sapete bene, cari, che la maggior parte delle vite è l’eterno ripetersi del solito disco incrinato, che è il quotidiano affastellarsi dei soliti rifiuti, il ripetersi noiosamente uguale di sofferenze e piaceri, eppure voi ci illudete e vi illudete che quello che di straordinario (ci si capisca, straordinariamente mediocre, è sempre frutto di menti basse) sia specchio della realtà, mentre neppure è rovesciato, solo falso falsissimo. E così il vostro sistema elettorale, dove l’universalità del voto è il grosso spettacolo per le masse. Che si incazzino litigando sopra gente che ricopre il suo ruolo. Il gran cattivo, il bigotto, il giovane venuto dal nulla, il ricco, il saggio, il solerte, il furbastro, il maniaco sessuale, la moglie infedele, il marito cornificatore, i figli drogati, i figli usciti freschi e puliti dalla scuola, questa massa di retorica puzzolente che è studiata a tavolino. Che i nostri elettori palpitino mentre alle primarie X e Y si scannano, piangano, soffrano, odino, provino emozioni straordinarie “come è straordinaria la vita” e vadano per le strade, ora orgogliosi ora tristi, perché ci hanno provato o hanno vinto. Non avete vinto nulla. Il banco si è fregato tutto. Vi ha dato i soldi da scommettere. Nel telefilm serve il super eroe che ammazza il super cattivo, pop, spunta Bin Laden, arriva il buono, pop, spunta il Nobel e ammazza il grande cattivo. Prove che fosse il grande cattivo? Zero. Prove che sia stato ucciso? Zero. Prove che il suo corpo sia stato gettato in mare? Zero. Ma non ne avete bisogno, è un telefilm signori, non è Proust, cazzo, sapete benissimo che i salti illogici o la logica mediocre del dalla A alla B è il sugo del telefilm americano. Intanto accapigliatevi per vedere chi è più bigotto o ricco tra Santorum o Romney (salvo poi vincere Romney come stabilito dall’inizio). Poi vedrete la super lotta tra Obama (che vince) e Romney (che perde, ma magari per un pelo). Intanto abbiamo il diario segreto di Bin Laden, quale scarsa fantasia signori miei, insomma, e poi la gente non c’ha voglia di leggere, ha le mani appiccicaticcie di zucchero filato e big mac, per fortuna che gli eroi di noi tutti, il giornalismo, ci farà il riassunto e così Bin Laden voleva ammazzare Obama, vedi, ecco la prova finale, il super cattivo voleva uccidere il super buono, ma il bene trionfa e la vaselina piove dal cielo come la manna. Amen fratelli, ora tutti a culo scoperto che il sovrano deve passare in rassegna le truppe.
26/03/2010
(IN)SANITA’ GIORNALISTICA ITALIANA
A quanto pare hanno tutti letto, pagina per pagina, il contenuto della riforma sanitaria di Obama, tutti tranne chi vi scrive in questo momento, io non l’ho letta, neppure ho trovato il testo integrale, dunque non vi posso dire se è contro il sistema delle lobby (come ho letto da più parti), se è la più grande riforma sanitaria dell’universo, se è efficace o meno, tra le poche cose che mi sono note è che il suo inizio è previsto tra quattro anni menetre tagli e tasse maggiorate partono subito per coprire la spesa (magari ho capito male), ma è bello vivere in un mondo di esperti di questioni legali e raffinati esegeti dei testi legislativi fantasmi, d’altro canto la festicciola è stata un poco raffreddata dal fatto che Obama è arrivato a patti con gli antiabortisti (cosa che in tempi diversi e con presidenti diversi gli avrebbe valso il linciaggio al grido di “oscurantista cattolico”). Io aspetto, voglio vedere la cosa quando è messa in atto, altrimenti si devono creare dibattiti su promesse e sappiamo come vanno a finire…. in Italia è curioso che si tratti con tanta sicurezza di una cosa che non si è vista in azione e che, ho il dubbio, nessuno conosce in dettaglio, sorvolando invece dei fatti un po’ più concreti, tipo 76 bombardamenti obamiani in quei territori che interessavano tanto agli europei fino a quando bombardava bush, oggi è un generale “chissenefrega!”, altro tema sul quale i giornali italiani pontificano parecchio è il grande consenso del quale gode Obama in USA, consenso che non sembra poi così diffuso.
23/01/2010
MORFACCI VOSTRI: BONINO I KILLERS E FACCI
Incredibile, mi trovo per una volta a dire che un articolo di Facci è decente -doppio incredibile-, si tratta dell’articolo comparso su Libero in merito alla porcata (c’è altra definizione?) scritta su Libero in funzione anti-Bonino. Io non credo alla Bonino, i compagni Radicali non mi fregano più con la loro retorica fuori dentro il Palazzo (con milioni di contributi e balle varie), nè con le loro giacche di due taglie e tre taglie più grandi o il loro strumentalizzare i morti, i loro peana al laicismo finto, la Realpolitik a quattro mani e gli oscurantismi parziali, la Bonino è esattamente come loro, disprezza profondamente gli Italiani, è pronta alla battutina da radical chic e la manteniamo da tanto, ma tanto, ma tanto tempo, resta il fatto che l’articolo di Libero sulla Bonino usava quegli stessi metodi di disprezzo e denigrazione dell’avversario che sono stati imputati dalla destra alla sinistra, lo scavare nel torbido, gli editoriali killer. La mia opinione sulla Bonino e sui compagni Radicali -accidenti a voi…- non cambia, non me li rende più simpatici nè mi porta a ritenerli indipendenti come dicono loro, fuori dal Palazzo, cosa ridicola per un partito che è nel sistema partitocratico dei finanziamenti e dei rimborsi da una vita, ma la mio opinione su Bonino and Friends neppure peggiora per l’articolo killer da beghini e profeti papali dell’altro giorno. Facci? Ah beh, apprezzare una volta non significa apprezzarlo domani.
PS: Anche se non ci sarebbe bisogno visti alcuni miei post precedenti voglio precisare che la parte dedicata da Facci a Craxi come evergete e modernizzatore non la condivido.
18/01/2010
IO RICORDO E SONO CONSAPEVOLE

Io ricordo e sono consapevole
che Bettino Craxi non era l’unico corrotto.
Io ricordo e sono consapevole
che Bettino Craxi non era l’unico corruttore.
E sono consapevole, non sono un bambino,
che la magistratura ha operato parzialmente
e che l’indagine è venuta dopo il muro di berlino
non per il fato, né certo casualmente.
Io ricordo e sono consapevole
di quelli che dal PSI hanno avuto rendita annua,
sì, ricordo ed è cosa disdicevole
questi mantenuti che venivano anche da lotta continua,
che al lancio di monetine hanno taciuto
continuando nella loro bella carriera
e hanno finto di non averlo conosciuto,
oppure, con maggiore ipocrisia, hanno mostrato
il disprezzo più sommo e dalle pagine dei giornali
hanno pensato bene che andasse subito insultato
e che fosse da chiudere tra lo stabbio dei maiali.
Io ricordo e sono consapevole
che uno di questi, candido, dice lui, come giglio,
magari non vuole fare l’ennesimo voltafaccia
e allora manda avanti il suo caruccio figlio
che davanti ai nostri cervelli un po’ perplessi
si picca di fare il lavoro infame e più sporco,
lui, indefinibile, dare a tutti gli altri dei fessi.
Io ricordo e sono consapevole
che tutti quelli che celebrano, onorano e distinguono
farebbero meglio a tacere e a dimettersi.
Io ricordo e sono consapevole
che ci sono corruttori e patentati delinquenti
tutti presi a rilasciare delle belle interviste
e a mostrarsi magnanimi, “onore ai perdenti”
e che mostrano che hanno cambiato opinione
perché dicono, con lo sguardo sbarrato,
che solo un cretino crede d’avere sempre ragione,
ed è vero, ma lasciate spendere il mio obolo
per dire mestamente che non l’accetto,
non l’accetto perché solo a tutto un popolo
non si puo’ chiedere coerenza
ma ad un politico, ad un giornalista,
a questi membri della teppaglia con mani in pasta
la coerenza è obbligatoria e non basta
dire “mi sono sbagliato” oppure dire “l’avevo detto”,
dovete dimettervi tutti
ritirarvi a vita privata, sì, ogni singolo cane maledetto
che siede in parlamento o in posti di comando e prestigio,
ogni singolo finto buonista, ogni singolo moralista
che solo alla morale del suo interesse è sempre stato ligio
dico che deve sparire subito dalla mi vista,
cercarsi una attività, un lavoro che non sia la raccomandazione,
la sedia di potere, la presidenza dell’ente,
la finta, eternamente finta e propagandata professione,
dico che deve levarsi subito da dove si trova ora,
che sia giornale, parlamento o senato,
non farsi più sentire, disperdersi dove vuole,
l’importante è che paia mai nato.
Io ricordo e sono consapevole
che la destra e la sinistra e tutto l’arco costituzionale
progettano di riabilitare Bettino Craxi alla fine
perché lo sentono cosa loro, come loro un criminale
e dunque per forza di cose a loro tutti affine,
come loro artefice dei tanti disastri di questa Nazione,
come loro, del passato e d’ora, strateghi della morte,
della vita infame, della schiavitù, della tensione,
loro che pilotano come sempre dall’interno del Palazzo.
Io ricordo e sono consapevole
e provo schifo e vomito della cancrena
che sopra ogni volto si è diffusa
di questi artefici di fastidi e di ogni pena,
di questi che in una luce circonfusa
pretendono di essere necessari,
pretendono che il votarli valga la pena.
Io ricordo e sono consapevole
che Bettino Craxi non era l’unico in Italia
che non poteva non sapere
ma ce ne sono a centinaia e migliaia
che si addormentano tutte le sere
con il sorriso di chi l’ha scampata
alla faccia di chi si affatica e lavora,
di chi vive una esistenza disgraziata,
di chi si illude e si lascia condurre
in qualche manifestazione di piazza
che non puo’ niente altro produrre
che la solita, indigeribile mortazza.
Questo Stato è deplorevole e le beghe
di Palazzo, le baruffe di comari,
sono le commedie delle quali più ci si stanca,
gente che non vale, gente che è tutta amica,
gente che dice al telefono “abbiamo una banca”
e poi si permette di dire che è un delinquente
questo o quello,
il popolo puo’ dirlo, il popolo,
perché alla gente non si deve chiedere coerenza
se non coerenza nella tradizione
d’abbattere il tiranno, prenderlo a sassate,
monetine, sputi, fucilate,
prenderlo a calci in culo fino a fargli sputare i denti
e fargli ingoiare tutto d’un fiato, fino a soffocarlo,
questa sua facile retorica menzognera d’onore ai perdenti.
Io ricordo e sono consapevole
di tutte queste cose e di altre ancora
anche prima della mia nascita, del diluvio
che è la mente per il tempo che non s’è nati,
dato che dove non arrivo con la vita c’è l’archivio
e tutti i fatti, almeno per adesso, restano segnati.
Io ricordo e sono consapevole
non mi potete prendere in giro,
non credo ad una parte buona e onesta
non credo alla purezza di questo Stato
e se mai c’avessi creduto (e mai l’ho fatto)
che sia credenza vana l’avete dimostrato.
Se uno era a capo o era l’ultimo ladrone
che fregava sui conticini della spesa
a me non importa
restate un unico e grasso predone
che andrebbe costretto subito alla resa,
altro che darvi la scorta,
la scorta di gente che vi piglia a cinghiate
e vi sbatte fuori dai confini a forza
senza un soldo, senza i bottini, e a pedate
darvi quanto merita la vostra brutta scorza.
chi onora e chi condanna
Tra voi gente mostruosa al potere
è ributtante in parte uguale
perché tutti avete la coscienza sporca,
tutti avete avuto vantaggi,
avete fatto la morale,
tutti ci avete fatti finire come siamo
a volere ogni male
per voi e per tutti i vostri parenti
-non sia mai che ci tocchi pure loro in futuro-.
Ho uno schifo che non andrà più via
fino a che resterete (e resterete, chi vi caccia?)
Sulle vostre sedie, con le vostre facce,
ho uno schifo che non andrà più via
ve lo giuro!
14/01/2010
L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO
Sul Corriere della Sera continua il dibattito sul degrado della lingua italiana. Nell’articolo di oggi vengono riportate le opinioni di vari “addetti ai lavori”, docenti universitari e scrittori, in risposta ad un intervento di Cesare Segre in merito alla evoluzione disastrosa della lingua italiana, alla scomparsa dei registri linguistici e alla perdita del lessico. Ritengo che Segre abbia perfettamente ragione nel vedere un deperimento delle capacità linguistiche della popolazione, deperimento che inizia nella prima età scolare per poi ingigantirsi con il passare degli anni, di classe in classe, a cascata. Tra gli imputati alla sbarra Segre chiama la televisione –come dargli torto?!- strumento che genera in Italia un appiattimento linguistico disastroso, in secondo luogo la politica che, scrive Segre, “tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso”, affermazione che penso sia dettata da una errata valutazione della cultura dei singoli uomini politici: l’abbassamento linguistico dei politici non è generato da un intento “populista”, ma da una ignoranza di fondo, non dimentichiamoci che la maggior parte dei parlamentari non mostra mai alcun interesse, rimanendo sempre all’interno del frasario tipico, delle frasi prive di particolare significato, salvo distinguersi al massimo per tic lingustici, vizi di contenuto e forma, intemperanze. Insomma Segre è troppo buono e fiducioso. L’intervento di Piero Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata, non mi convince nel suo tentativo di mostrare il lato positivo: “ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile”. Questa idea della scomparsa del dialetto (spesso lingua vera e propria dato che ha prodotto letteratura) a favore della piatta lingua italiana che ascoltiamo ovunque come puo’ essere positiva? Parlano tutti un pessimo italiano, un italiano comune all’intera Penisola, una lingua assolutamente lontana dalle caratteristiche del vissuto locale, priva di carattere: poco male se fosse una lingua utilizzata al meglio, in tutta la sua ricchezza, ma non è così. Si parla una lingua omogenea perché si è diventati omogenei cittadini di una nazione omogenea, distrutta nei suoi caratteri veri, quelli che sono gli esiti della naturale evoluzione dei singoli popoli. Si è perso ogni senso di appartenenza senza acquisirne uno nuovo convincente (cosa serve propagandare il nostro essere italiani quando si viene dominati e governati da persone indegne, in grado di mostrare solo il peggio di questa Nazione?). Il discorso di Trifone sembra voler alludere alla identificazione tra dialetto e ignoranza, cosa completamente errata, dimenticando come fosse lingua parlata dei moltissimi che hanno fatto la letteratura italiana. Fate caso ai vecchi –rifiuto il patetismo connesso al politicamente corretto anziani- molti di loro parleranno in dialetto, magari avranno fatto giusto le elementari (o meno), eppure, salvo il naturale rimbambimento dovuto alla età o ad una non spiccata intelligenza dalla nascita, troverete persone dalla intelligenza molto più viva della maggior parte dei loro figli con curriculum di studi portato fin alle medie, e ancora più intelligenti della media dei loro nipoti con diplomi e lauree, perché? Perché il parlare un dialetto e il non aver potuto studiare non preclude il fatto di avere una viva intelligenza e di possedere, nel proprio mondo, una cultura. Oggi abbiamo fior di laureati che non mostrano alcun acume, nonostante tutti i pacchi di libri che hanno leggiucchiato, pagina più pagina meno, durante i loro studi. Sono proprio questi fior di laureati e diplomati che parlano quell’italiano piatto e noioso, privo di caratteristiche. E tutto questo è figlio di tante cose, è figlio di una televisione che ha diffuso la lingua e poi l’ha omologata per andare incontro al più vasto consenso, per preparare il terreno a chi deve vendere i prodotti a tutti e convincere facilmente all’acquisto, è figlio dei giornali dove si legge sempre più un pastiche di frasi fatte, di discorsetti telegrafici, di temini ricopiati, basti pensare che la distinzione d’ambito e tono tra un giornale sportivo ed un quotidiano è andata da tempo dispersa. Tutto questo è figlio delle scuole, sempre più schiacciate da miriadi di necessità varie, incarichi di tutela, assistenza, le scuole dove ora si deve fare il saggio breve, l’articolo da giornale (come se fosse una cosa buona), salvo poi lasciar uscire degli analfabeti che non sono in grado di costruire un discorso (gli analfabeti del primo periodo unitario erano in grado di costruirlo, uno dei nostri vecchi che parla solo dialetto è in grado di fare discorsi perfetti, con premesse e conclusioni incluse) di esporre una loro tesi, di formulare un pensiero che sia autonomo e allora, dico io, a cosa serve dare loro i mezzi per approfondire se non li si è educati al ragionare? Non voglio negare le colpe degli insegnanti, ovvio, ce ne sono di terribili, impreparati, ignoranti, più interessati a scaldare la sedia o a sfogare le loro fissazioni politiche inascoltate, ma la situazione della scuola oggi rende impossibile il lavoro di quanti si impegnano e lo fanno per scelta e passione: il peso burocratico, le pretese delle famiglie –educate oramai a contestare dalla mattina alla sera l’insegnante-, le pretese dei presidi che vogliono tenere alti i voti, le pretese dello Stato che obbliga l’alunno a restare a scuola anche se non è quello che vuole fare, tutto per non abbassare i tassi di disoccupazione annui, ogni cosa concorre a rendere la scuola un pandemonio, una bolgia infernale ingovernabile e il paradiso dei furbi, degli scansafatiche, degli ignoranti e impreparati. Abbiamo ucciso i dialetti, relegandoli a quel finto folclore delle nuove sagre paesane, quelle organizzate dalla Pro Loco con finti e orripilanti costumi che dovrebbero ricordare un qualche inesistente episodio storico. Abbiamo relegato il dialetto a canzonette da dementi (mi rivolgo a quanti abitano al nord, vi è mai capitato di sentire questa specie di versione lombardo-veneta del liscio emiliano?) o a poesie dove il dialetto è usato traducendo dall’italiano per raccontare buoni sentimenti e storielline improponibili. Abbiamo relegato il dialetto facendolo diventare un feticcio adorato per motivi politici e di propaganda, senza alcun convincimento né alcuna coscienza di cosa fosse davvero. Le tradizioni le abbiamo sacrificate, assieme al dialetto, alla teoria del mercato unico, del mondo globale, della fratellanza e uguaglianza declinata fino a concludere che andassero abbattute tutte le forme di differenza tra città e città, tra regione e regione, tra nazione e nazione. Oramai seguiamo un modello unico, buono per la vendita, e viviamo tutti in periferie di città –avete notato la spaventosa continuità tra centri abitati? Ad un comune segue un altro comune- o in centri che assomigliano sempre più a quegli orrendi villaggi che prendono il nome di outlet, con le loro piazze con la fontana di plastica, le panchine dove si aspetta che il compagno o la compagna escano dal negozio, le vie contornate da negozi che mostrano le stesse cose, le stesse firme. Ci dobbiamo stupire del fatto che oramai si parla una lingua unica? Del fatto che molti sono inebetiti dagli schermi, del fatto che non si analizza gli eventi, non si tirano linee per unire A a B e scoprire il disegno che c’è sotto? Ci dobbiamo sorprendere quando scopriamo che un laureato non ha idea di eventi semplicissimi, ignora parole molto comuni, non riesce a costruire un discorso o ad esporre un pensiero? Le idee non nascono dal nulla, se non si ha una mente allenata al pensare, se si manca degli strumenti necessari, è impossibile formulare un pensiero che sia anche solo minimamente autentico. Invece, nei migliori dei casi, si ripete a pappagallo l’altrui, si cita la frasetta e si dice “ecco, la penso così”, senza contestualizzare, senza mettere in luce le differenze, senza mettere in discussione tutti gli aspetti di quel pensiero. Si prende e si applica. Un ipse dixit cieco e sordo.
Il dialetto, perfino il più povero, quando era utilizzato come era naturale utilizzarlo, era lingua viva ricca di sfumature, l’italiano come si usa oggi è lettera morta, una sorta di corpo in coma lasciato attaccato ai macchinari, sappiamo già che probabilmente non si risveglierà –salvo miracoli- e ci chiediamo se si debba congelare in attesa di una futura cura o lasciar andare verso il suo destino finale.
PS: In uno dei prossimi post voglio affrontare il paradosso di una società piena di filtri, concorsi e giudizi sul merito che sforna incapaci e affida incarichi a imbecilli, rispetto ad una vecchia società senza tutte queste garanzie di qualità che produceva degli autentici geni.







