TERRE IMPERVIE

14/05/2012

BOCCA – SAVIANO, LA CLONAZIONE ANDATA A MALE


Conosci te stesso, venissero giù i santi e trovassero spazio ecco che cosa ripeterebbero, seduti sopra scomodi sedili in plastica, durante le riprese dello spettacolino dei cincillà ammaestrati che La7 diffonderà, a fogne unificate, per l’aere italico. Due veri combattenti del nemico invisibile. Uno, notoriamente pretino spretato, da azione cattolica e socialismo (anti)militante, notorio il suo craxianesimo da naia, l’altro il capoccia a uovo della mafia da cinepanettone, quello che descrive di mafiose da Kill Bill, immerse in liquami con bollicine e che si ricorda della Mafia e dello Stato con la S maiuscola solo per uno dei partiti più recenti (ma certo non incolpevoli) del disastrato panorama politico, cementificato a destra e a manca dal dopoguerra, come non mai. Il secondo, partendo dalle fattezze assimilabili per l’ampio pelame a scudo dell’occhio al Cristo Pasoliniano, ha tentato negli anni di ritagliarsi la fama del redivivo poeta di Casarsa, un coro di beoti e di intellettuali da basso cabotaggio ha rilanciato l’assimilazione, ma, dobbiamo dirlo, non c’è stata una grande risonanza alla fine. Perché?

Semplice. La maggior parte della popolazione non capiva neppure di cosa si stesse parlando, anche se negli anni si è dato ampio spazio a quel tracimare di inchiostro che ha fatto di Pasolini una sorta di San Francesco laico, il santino non è stato ben assimiliato, nisba, la nicchia di chi comprendeva il riferimento era suddivisa tra i beoti che lo sostenevano e quelli che lo rinnegavano. L’operazione Saviolini è naufragata. Oggi parte una operazione che riceve invece il nostro plauso: operazione Boccalini. Saviano è il nuovo Giorgio Bocca e così eredita pure la rubrica l’Antitaliano sull’Espresso. Perfetta sintonia. Boccalini rende già l’idea di come si debba essere boccaloni per esaltarsi. Sul fatto che Bocca fosse l’Arcitaliano, piuttosto che l’Antitaliano, abbiamo già dato vari contributi, e Saviano nel suo retoricume zoppicante è un degno erede di Bocca, anche come banderuola. Ad essere sinceri pare più il pomello che sovrasta l’asta della bandiera e abbiamo sempre pensato che l’unica lucidità nelle sue argomentazioni e nelle sue esposizioni fosse da rintracciare in un accurato sfregamento mattutino alla calotta. A differenza di Bocca che girava come una trottola, Saviano, come il pomello appunto, non ha una vera direzione, al massimo è più o meno avvitato e cigola un poco, ma non ha tanto da fare la banderuola. Bocca era più aspro, parimenti narcisista come Saviano (io, io, io ama ripetere), aveva quella ruvidità che Saviano non riesce bene a dimostrare. L’essere ruvidi e cattivi era in fondo una delle poche qualità di Bocca, lo strappava dalla sua mediocrità, altrimenti totale, Saviano non ci riesce, i suoi interventi, anche di ripicca o del “te lo avevo detto”, come un bambinello al parco, sono sempre deboli e così non gli si può neppure, ad onore del vero, dare il titolo di grande stronzo che spettava al cuneense, in fondo le esperienze di vita segnano, Bocca era nato nel pieno della retorica fascista ed ha assorbito a pieni polmoni, riversandola negli anni più recenti sopra Napoli o i Socialisti (post eventum) e avanti di questo passo, Saviano è figlio di miti defunti, è nato molto dopo il ’68, unici punti di riferimento stabili sono stati un papa polacco, bim bum bam alla televisione, un cavaliere politico, il romanticume sfatto del muro di Berlino, insomma poca roba, gli manca il mordente. Sotto sotto è un giovane precario, ha vinto la lotteria e non ha ancora capito come spenderli questi soldi, li lancia un po’ da una parte e un po’ dall’altra, gli sfugge il suo vero ruolo nell’esistenza. Vorrebbe fare il Vate Nazionale, ma c’è concorrenza, Benigni gli porta via spazio, Fo fofeggia, Umberto Eco si veste da Guglielmo da Baskerville, Grillo, dico Grillo, lo sovrasta e non oso immaginare quanto fegato si starà mangiando il nostro cicalone. Lui ha tentato il gioco del contrasto per risultare vincente: venendo in trasmissione con una carta velina, Fazio, dello spessore e della resistenza di un’ostia (consacrata o meno) in bocca, ma perfino accanto a Fazio la sua retorica non viene fuori con forza, il trucco della spalla debole è vecchio e molto teatrale (Gassman si aggirava con molto gusto con Villaggio) ma se non hai il fisico non c’è nulla da fare. In definitiva ci pare che il Saviano come erede di Bocca sia certo più accettabile rispetto alle pretese pasoliniane, ma ci viene sempre il dubbio che sia una manovra per costringerci, cosa impensabile, a rimpiangere perfino Giorgio Bocca.

31/12/2011

IL PESCE ROSSO: ACQUA IN BOCCA E POCA MEMORIA ovvero LA MORTE, QUESTA SERIA FREGATURA

Filed under: Ecumenico Rincoglionimento — antoniosabino @ 10:50
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Sul blog Gericononcade

30/01/2010

EGO NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM, HABEMUS PAPAM ovvero OSTENSIONE DELLA SACRA MUMMIA DI GIORGIO BOCCA L’ARCITALIANO


Lo straItaliano Giorgio Bocca nello studio di Fabio Fazio

Ho appena guardato un pezzo della prona intervista di Fabio Fazio a quello che, con un gusto spiccato per l’iperbole, è stato introdotto come il mito del giornalismo italiano: Giorgio Bocca. Sulla capacità da trasformista dell’arcitaliano Bocca, un vero Proteo multiforme, ho già detto pochi giorni or sono. Visto che la Rai ha pensato bene di far intervistare Bocca giusto tre giorni dopo il Giorno della Memoria vediamo un po’ cosa pensasse deglli ebrei il MITO del giornalismo italiano. Dobbiamo vederlo su questo blog perchè il piegatissimo Fazio si è dimenticato di chiedere della fase prepartigiana del nostro mito, come ogni mito che si rispetti Bocca infatti esce dalla testa di uno Zeus partigiano tutto bello che armato di penna e moschetto..pardon fucile, non ha passato. Eppure un passato lo ha e non mi riferisco al solo aver firmato il Manifesto fascista sulla Razza, mi riferisco a questa articolo messo in prima pagina su«La Provincia granda – Sentinella d’Italia», Foglio d’ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo, in data 14 agosto 1942

Documenti dell’odio giudaico.
«I ‘Protocolli’ dei Savi di Sion»

Sono i «Protocolli dei Savi di Sion» un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo ebreo intende giungere al dominio del mondo.
La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana.
Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione.
Il povero «gojm» o «gentile» così il testo chiama i non ebrei, leggendo quei «Protocolli» rimane al tempo stesso stupito ed atterrito.
Anche se è in grado di sceverare da ciò che ha effettivo valore tutto quello che può essere enfasi ieratica o presunzione propria di chi si crede prediletto da Dio, il lettore ariano rimane impressionato dinanzi ad un opera così macchinosa e gigantesca, così ammalata di criminalità con tanta tenacia e spaventosa perseveranza condotta attraverso ai secoli da esseri che si sono sempre tenuti nell’ombra ed al riparo di propizi paraventi.
Il testo, dopo aver enunciato il principio che diritto è uguale a forza, descrive i mezzi ed indica i risultati a cui il popolo ebreo è già arrivato e quali mete dovrà ancora raggiungere per possedere il monopolio della forza, cioè del diritto, cioè del dominio del mondo.
In questo intento il popolo eletto, sparsosi per volontà di Dio in tutte le parti del mondo, ha lottato e lavorato per allontanare i «gentili» sempre più da una visione realistica della vita, per gettarli in braccia all’utopia, per indebolire la forza dei loro governi e per carpire nel frattempo le loro sostanze per mezzo della speculazione.
Lungo tempo è durata la preparazione consistente nella formazione di un reticolo capillare, unito negli intenti e potente nella finanza; quindi ha avuto inizio l’opera di dissolvimento.
I primi ostacoli da abbattere erano le due forze dell’aristocrazia e del clero.
Gli ebrei preparano la rivoluzione francese; l’aristocrazia cade nelle loro mani per mezzo del denaro, il clero viene combattuto e discreditato per mezzo della critica e della stampa.
Il malgoverno da essi prodotto stanca e disgusta il popolo.

Gli ebrei lanciano allora il grido: «Libertà, eguaglianza,  fratellanza».
La massa illusa e piena di speranza abbatte le solide istituzioni e prepara il campo a quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’oro, divengono i dominatori.
Dice il testo: «Abbiamo trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito» e più oltre «l’abuso di potere da parte dei singoli farà crollare tutte le istituzioni».
Un gran passo è già stato fatto, ma altre forze sono ancora da abbattere: la famiglia e la religione. Menti ebraiche preparano allora e confezionano per i veramente ingenui «gentili» un’altra più affascinante utopia: il collettivismo.
Cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano.
Dice il testo: «Lasceremo che cavalchino il corsiero delle vane speranze di poter distruggere l’individualità umana».
Quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, quando i popoli saranno esasperati dal fallimento di queste teorie e delle forme di governo che ne sono la conseguenza, allora, con la forza del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa, unita nella persona del monarca del sangue di Davide, imperniata sulla divisione gerarchica delle caste.
Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati però degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli.
Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia
immutabile, della realtà.
Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia.
Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei).

L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo.
Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale.
La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei.
A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei?
E’ certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo.
Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù.

Nel caso ci fossero dubbi ecco la foto del giornale originale

Ecco da dove sbuca Giorgio Bocca, in fondo potete trovare in nuce molti dei giochetti retorici usati dal nostro “mito” nella sua lunga e cangiante -di colore appunto- carriera.  Ora continuerà il coro angelico, da giornali a televisioni, che innalzerà il Giorgio nazionale alle celesti sfere, in vista della consacrazione che giungerà infallibile una volta morto: se sono riusciti a recuperare e semisantificare Craxi volete che non santifichino Bocca -tra parentesi, tra le mille forme è stato pure Craxiano e antiCraxiano (dopo che Craxi era caduto ovviamente)-.

22/01/2010

L’APOTEOSI DEL DIVO GIORGIO BOCCA: L’ETERNO VENTIDUENNE


Torna Giorgio Bocca, uno dei grandi vecchi (solo per età) della Repubblica Italiana, ritorna il fascista Bocca, 18enne firmatario del manifesto sulla razza di quel Mussolini che ora gli provoca schifo da amante tradita, torna Bocca l’uomo dalla morale dell’italietta, l’uomo che si riscopre dopo, un’eterno immemore memore, cade il fascismo e si scopre partigiano, muore Pasolini e si scopre pasoliniano, un grande vecchio (solo per età) che ripete le trite baggianate che ripeteva un tempo, cambia un paio di nomi, e i colleghi acclamano, torna Bocca membro nel ’45 di tribunali del popolo e firmatario di condanna a morte, l’uomo buono per ogni stagione, non sente freddo perchè trova sempre modo di infilarsi in qualche bella casa, accanto al camino, accucciato e brontolone come un botolo spelacchiato a caccia di biscotti, e i colleghi acclamano il grande vegliardo -sempre e solo per età- che distribuisce le sue pillole di banalità quotidiane e che si prepara ad essere consacrato, da morto, a simbolo del giornalismo italiano (per certi versi lo è), arriva Bocca che firma appelli contro Calabresi come firmava manifesti contro l’ebreo, il Bocca che ventiduenne sulla La Provincia Granda scriveva

Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, puo’ sorridere l’idea, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?

Già ci trovo tutto il retoricume del Bocca “partigiano” o del Bocca che guarda con orrore la rinascita del fascimo che lui vede incarnato da Berlusconi, dimostrando come sempre di non capire un fico secco, dato che il fascismo in Italia non è mai morto (è morto il partito, ma i metodi vivono da sempre) e dunque Berlusconi è una ulteriore metamorfosi del mostro. Ma Bocca non ha mai visto bene, è stato un giornalista dall’acume postumo (un acume piatto), ha detto agli Italiani che le Brigate Rosse non esistevano, sì, si è inventato pure questo. Certo Bocca non è l’unico dei nostri giornalisti e “intellettuali” che negli anni ’40 si destreggiavano con le loro farneticazioni antisemite -la lista è lunga-, aderendo a manifesti e partiti, e immagino che diranno tutti “eravamo ragazzi e da ragazzi si possono commettere errori”, vero, per questo non voglio biasimare in toto i membri della lunga lista -ma è lunga davvero-, pero’ Bocca è un recidivo, non è mai mutato e sotto sotto deve pensare ancora molte delle cose che scriveva 22enne -non certo un minore, probabilmente un minorato della ragione-. Bocca non è mai approdato alla ragione, ha sempre fatto quei discorsetti tanto simili ai conti fatti con bilance truccate, dove chi ti imbroglia è consapevole di imbrogliarti ma l’ha preso ad abitudine tanto da credere di non ingannare. Ora Bocca è approdato al tono da Apocalisse, il suo nuovo libro Annus Horribils (sarebbe stato meglio Asinus Horribilis et Sempiternus) è dedicato alla constatazione di aver vissuto invano, del trovarsi ora nel peggiore dei mondi possibili, peccato che ci sia arrivato dopo tutti, abbia intuito quello che già si sapeva e scommetto che nel libro userà il suo solito tono da maestrino, ammannendo una intera tavolata di banalità e di cose già dette da altri e meglio, ma sempre rimanendo confinato alla sua visione piccola piccola, quella che vede adesso e oggi l’orrore, solo oggi oppure si richiama al fascismo intendendo il fascismo come partito -ah, l’amante tradita-. Bocca farà il solito giro, andrà da Fazio dove un giorno ha mirabilmente esaltato Pasolini che disprezzava e con il quale litigava furiosamente (un litigio che non definirei uno scambio di opinioni, almeno dalla parte di Bocca), andrà da Fazio e riverserà i suoi motti brevi, quella sorta di stile per aforismi che butta fuori tra un brontolamento e un incespico, aforismi mediocri ovviamente, qualche frase a suo parere tranchant e Fazio farà il suo lavoro, farà il gran sacerdote del culto del Gran Vecchio del Giornalismo Italiano (lui non lo intenderà solo per età), mostrandolo corpo incarnato d’Iddio ai fedeli e alle dolci pecorelle, lui si mostrerà come un vecchio saggio scorbutico incattivito dal mondo e dalla vecchiaia, ed invece è sempre stato cattivo, quella cattiveria che deriva dall’essere meschini e invidiosi, livorosi, nessuna cattiveria titanica o pungente, la sua è sempre stata quello della fucilata sparata nella schiena, del pugno dato all’incatenato, ma cosa si puo’ fare contro la consacrazione di Stato? Il fascismo lo ha partorito, nel fascismo perenne è vissuto e ora il fascismo lo porterà alla apoteosi. Ave Giorgio.

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