TERRE IMPERVIE

22/01/2010

L’APOTEOSI DEL DIVO GIORGIO BOCCA: L’ETERNO VENTIDUENNE


Torna Giorgio Bocca, uno dei grandi vecchi (solo per età) della Repubblica Italiana, ritorna il fascista Bocca, 18enne firmatario del manifesto sulla razza di quel Mussolini che ora gli provoca schifo da amante tradita, torna Bocca l’uomo dalla morale dell’italietta, l’uomo che si riscopre dopo, un’eterno immemore memore, cade il fascismo e si scopre partigiano, muore Pasolini e si scopre pasoliniano, un grande vecchio (solo per età) che ripete le trite baggianate che ripeteva un tempo, cambia un paio di nomi, e i colleghi acclamano, torna Bocca membro nel ’45 di tribunali del popolo e firmatario di condanna a morte, l’uomo buono per ogni stagione, non sente freddo perchè trova sempre modo di infilarsi in qualche bella casa, accanto al camino, accucciato e brontolone come un botolo spelacchiato a caccia di biscotti, e i colleghi acclamano il grande vegliardo -sempre e solo per età- che distribuisce le sue pillole di banalità quotidiane e che si prepara ad essere consacrato, da morto, a simbolo del giornalismo italiano (per certi versi lo è), arriva Bocca che firma appelli contro Calabresi come firmava manifesti contro l’ebreo, il Bocca che ventiduenne sulla La Provincia Granda scriveva

Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, puo’ sorridere l’idea, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?

Già ci trovo tutto il retoricume del Bocca “partigiano” o del Bocca che guarda con orrore la rinascita del fascimo che lui vede incarnato da Berlusconi, dimostrando come sempre di non capire un fico secco, dato che il fascismo in Italia non è mai morto (è morto il partito, ma i metodi vivono da sempre) e dunque Berlusconi è una ulteriore metamorfosi del mostro. Ma Bocca non ha mai visto bene, è stato un giornalista dall’acume postumo (un acume piatto), ha detto agli Italiani che le Brigate Rosse non esistevano, sì, si è inventato pure questo. Certo Bocca non è l’unico dei nostri giornalisti e “intellettuali” che negli anni ’40 si destreggiavano con le loro farneticazioni antisemite -la lista è lunga-, aderendo a manifesti e partiti, e immagino che diranno tutti “eravamo ragazzi e da ragazzi si possono commettere errori”, vero, per questo non voglio biasimare in toto i membri della lunga lista -ma è lunga davvero-, pero’ Bocca è un recidivo, non è mai mutato e sotto sotto deve pensare ancora molte delle cose che scriveva 22enne -non certo un minore, probabilmente un minorato della ragione-. Bocca non è mai approdato alla ragione, ha sempre fatto quei discorsetti tanto simili ai conti fatti con bilance truccate, dove chi ti imbroglia è consapevole di imbrogliarti ma l’ha preso ad abitudine tanto da credere di non ingannare. Ora Bocca è approdato al tono da Apocalisse, il suo nuovo libro Annus Horribils (sarebbe stato meglio Asinus Horribilis et Sempiternus) è dedicato alla constatazione di aver vissuto invano, del trovarsi ora nel peggiore dei mondi possibili, peccato che ci sia arrivato dopo tutti, abbia intuito quello che già si sapeva e scommetto che nel libro userà il suo solito tono da maestrino, ammannendo una intera tavolata di banalità e di cose già dette da altri e meglio, ma sempre rimanendo confinato alla sua visione piccola piccola, quella che vede adesso e oggi l’orrore, solo oggi oppure si richiama al fascismo intendendo il fascismo come partito -ah, l’amante tradita-. Bocca farà il solito giro, andrà da Fazio dove un giorno ha mirabilmente esaltato Pasolini che disprezzava e con il quale litigava furiosamente (un litigio che non definirei uno scambio di opinioni, almeno dalla parte di Bocca), andrà da Fazio e riverserà i suoi motti brevi, quella sorta di stile per aforismi che butta fuori tra un brontolamento e un incespico, aforismi mediocri ovviamente, qualche frase a suo parere tranchant e Fazio farà il suo lavoro, farà il gran sacerdote del culto del Gran Vecchio del Giornalismo Italiano (lui non lo intenderà solo per età), mostrandolo corpo incarnato d’Iddio ai fedeli e alle dolci pecorelle, lui si mostrerà come un vecchio saggio scorbutico incattivito dal mondo e dalla vecchiaia, ed invece è sempre stato cattivo, quella cattiveria che deriva dall’essere meschini e invidiosi, livorosi, nessuna cattiveria titanica o pungente, la sua è sempre stata quello della fucilata sparata nella schiena, del pugno dato all’incatenato, ma cosa si puo’ fare contro la consacrazione di Stato? Il fascismo lo ha partorito, nel fascismo perenne è vissuto e ora il fascismo lo porterà alla apoteosi. Ave Giorgio.

14/01/2010

L’INDIFFERENTE OVVERO IL TOTALITARISMO LINGUISTICO


Sul Corriere della Sera continua il dibattito sul degrado della lingua italiana. Nell’articolo di oggi vengono riportate le opinioni di vari “addetti ai lavori”, docenti universitari e scrittori, in risposta ad un intervento di Cesare Segre in merito alla evoluzione disastrosa della lingua italiana, alla scomparsa dei registri linguistici e alla perdita del lessico. Ritengo che Segre abbia perfettamente ragione nel vedere un deperimento delle capacità linguistiche della popolazione, deperimento che inizia nella prima età scolare per poi ingigantirsi con il passare degli anni, di classe in classe, a cascata. Tra gli imputati alla sbarra Segre chiama la televisione –come dargli torto?!- strumento che genera in Italia un appiattimento linguistico disastroso, in secondo luogo la politica che, scrive Segre, “tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso”, affermazione che penso sia dettata da una errata valutazione della cultura dei singoli uomini politici: l’abbassamento linguistico dei politici non è generato da un intento “populista”, ma da una ignoranza di fondo, non dimentichiamoci che la maggior parte dei parlamentari non mostra mai alcun interesse, rimanendo sempre all’interno del frasario tipico, delle frasi prive di particolare significato, salvo distinguersi al massimo per tic lingustici, vizi di contenuto e forma, intemperanze. Insomma Segre è troppo buono e fiducioso. L’intervento di Piero Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata,  non mi convince nel suo tentativo di mostrare il lato positivo: “ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile”. Questa idea della scomparsa del dialetto (spesso lingua vera e propria dato che ha prodotto letteratura) a favore della piatta lingua italiana che ascoltiamo ovunque come puo’ essere positiva? Parlano tutti un pessimo italiano, un italiano comune all’intera Penisola, una lingua assolutamente lontana dalle caratteristiche del vissuto locale, priva di carattere: poco male se fosse una lingua utilizzata al meglio, in tutta la sua ricchezza, ma non è così. Si parla una lingua omogenea perché si è diventati omogenei cittadini di una nazione omogenea, distrutta nei suoi caratteri veri, quelli che sono gli esiti della naturale evoluzione dei singoli popoli. Si è perso ogni senso di appartenenza senza acquisirne uno nuovo convincente (cosa serve propagandare il nostro essere italiani quando si viene dominati e governati da persone indegne, in grado di mostrare solo il peggio di questa Nazione?). Il discorso di Trifone sembra voler alludere alla identificazione tra dialetto e ignoranza, cosa completamente errata, dimenticando come fosse lingua parlata dei moltissimi che hanno fatto la letteratura italiana. Fate caso ai vecchi –rifiuto il patetismo connesso al politicamente corretto anziani- molti di loro parleranno in dialetto, magari avranno fatto giusto le elementari (o meno), eppure, salvo il naturale rimbambimento dovuto alla età o ad una non spiccata intelligenza dalla nascita, troverete persone dalla intelligenza molto più viva della maggior parte dei loro figli con curriculum di studi portato fin alle medie, e ancora più intelligenti della media dei loro nipoti con diplomi e lauree, perché? Perché il parlare un dialetto e il non aver potuto studiare non preclude il fatto di avere una viva intelligenza e di possedere, nel proprio mondo, una cultura. Oggi abbiamo fior di laureati che non mostrano alcun acume, nonostante tutti i pacchi di libri che hanno leggiucchiato, pagina più pagina meno, durante i loro studi. Sono proprio questi fior di laureati e diplomati che parlano quell’italiano piatto e noioso, privo di caratteristiche. E tutto questo è figlio di tante cose, è figlio di una televisione che ha diffuso la lingua e poi l’ha omologata per andare incontro al più vasto consenso, per preparare il terreno a chi deve vendere i prodotti a tutti e convincere facilmente all’acquisto, è figlio dei giornali dove si legge sempre più un pastiche di frasi fatte, di discorsetti telegrafici, di temini ricopiati, basti pensare che la distinzione d’ambito e tono tra un giornale sportivo ed un quotidiano è andata da tempo dispersa. Tutto questo è figlio delle scuole, sempre più schiacciate da miriadi di necessità varie, incarichi di tutela, assistenza, le scuole dove ora si deve fare il saggio breve, l’articolo da giornale (come se fosse una cosa buona), salvo poi lasciar uscire degli analfabeti che non sono in grado di costruire un discorso (gli analfabeti del primo periodo unitario erano in grado di costruirlo, uno dei nostri vecchi che parla solo dialetto è in grado di fare discorsi perfetti, con premesse e conclusioni incluse) di esporre una loro tesi, di formulare un pensiero che sia autonomo e allora, dico io, a cosa serve dare loro i mezzi per approfondire se non li si è educati al ragionare?  Non voglio negare le colpe degli insegnanti, ovvio, ce ne sono di terribili, impreparati, ignoranti, più interessati a scaldare la sedia o a sfogare le loro fissazioni politiche inascoltate, ma la situazione della scuola oggi rende impossibile il lavoro di quanti si impegnano e lo fanno per scelta e passione: il peso burocratico, le pretese delle famiglie –educate oramai a contestare dalla mattina alla sera l’insegnante-, le pretese dei presidi che vogliono tenere alti i voti, le pretese dello Stato che obbliga l’alunno a restare a scuola anche se non è quello che vuole fare, tutto per non abbassare i tassi di disoccupazione annui, ogni cosa concorre a rendere la scuola un pandemonio, una bolgia infernale ingovernabile e il paradiso dei furbi, degli scansafatiche, degli ignoranti e impreparati. Abbiamo ucciso i dialetti, relegandoli a quel finto folclore delle nuove sagre paesane, quelle organizzate dalla Pro Loco con finti e orripilanti costumi che dovrebbero ricordare un qualche inesistente episodio storico. Abbiamo relegato il dialetto a canzonette da dementi (mi rivolgo a quanti abitano al nord, vi è mai capitato di sentire questa specie di versione lombardo-veneta del liscio emiliano?) o a poesie dove il dialetto è usato traducendo dall’italiano per raccontare buoni sentimenti e storielline improponibili. Abbiamo relegato il dialetto facendolo diventare un feticcio adorato per motivi politici e di propaganda, senza alcun convincimento né alcuna coscienza di cosa fosse davvero. Le tradizioni le abbiamo sacrificate, assieme al dialetto, alla teoria del mercato unico, del mondo globale, della fratellanza e uguaglianza declinata fino a concludere che andassero abbattute tutte le forme di differenza tra città e città, tra regione e regione, tra nazione e nazione. Oramai seguiamo un modello unico, buono per la vendita, e viviamo tutti in periferie di città –avete notato la spaventosa continuità tra centri abitati? Ad un comune segue un altro comune- o in centri che assomigliano sempre più a quegli orrendi villaggi che prendono il nome di outlet, con le loro piazze con la fontana di plastica, le panchine dove si aspetta che il compagno o la compagna escano dal negozio, le vie contornate da negozi che mostrano le stesse cose, le stesse firme. Ci dobbiamo stupire del fatto che oramai si parla una lingua unica? Del fatto che molti sono inebetiti dagli schermi, del fatto che non si analizza gli eventi, non si tirano linee per unire A a B e scoprire il disegno che c’è sotto? Ci dobbiamo sorprendere quando scopriamo che un laureato non ha idea di eventi semplicissimi, ignora parole molto comuni, non riesce a costruire un discorso o ad esporre un pensiero? Le idee non nascono dal nulla, se non si ha una mente allenata al pensare, se si manca degli strumenti necessari, è impossibile formulare un pensiero che sia anche solo minimamente autentico. Invece, nei migliori dei casi, si ripete a pappagallo l’altrui, si cita la frasetta e si dice “ecco, la penso così”, senza contestualizzare, senza mettere in luce le differenze, senza mettere in discussione tutti gli aspetti di quel pensiero. Si prende e si applica. Un ipse dixit cieco e sordo.

Il dialetto, perfino il più povero, quando era utilizzato come era naturale utilizzarlo, era lingua viva ricca di sfumature, l’italiano come si usa oggi è lettera morta, una sorta di corpo in coma lasciato attaccato ai macchinari,  sappiamo già che probabilmente non si risveglierà –salvo miracoli- e ci chiediamo se si debba congelare in attesa di una futura cura o lasciar andare verso il suo destino finale.

PS: In uno dei prossimi post voglio affrontare il paradosso di una società piena di filtri, concorsi e giudizi sul merito che sforna incapaci e affida incarichi a imbecilli, rispetto ad una vecchia società senza tutte queste garanzie di qualità che produceva degli autentici geni.

09/01/2010

THEOLOGIA ANCILLA POLITICAE (O L’APPELLARSI AI CIMITERI)

Filed under: Opinioni — antoniosabino @ 11:36
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Recentemente Rosy Bindi, in occasione della presentazione del suo libro “Quel che è di Cesare”, ha affermato una cosa che è passato generalmente sotto silenzio o che comunque non ha suscitato particolare dibattito. Secondo Rosy Bindi il cattolicesimo non ha senso se è privo di una visione politica. Inoltre, dice, la celebre massima evangelica “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” istituisce un grande esempio di stato laico. Orbene, partendo da questa seconda cosa, la frase pronunciata puo’ essere, a ragione, vista non come una frase conciliante, l’idea di una Chiesa e uno Stato in una sorta di pace perenne e concordata (non uso a caso il verbo), quanto una disgiunzione tra le due anime, una radicale separazione se non opposizione. Il mondo di Dio e il mondo di Cesare, non una convivenza, nè una accettazione del modello. Un rifiuto netto prevede un rifiuto delle forme e del linguaggio stesso, non ci si sottopone al suo nominare perchè sarebbe come diventare un suo possesso -il parallelo tra nominare e possedere è noto-. La Chiesa è venuta ai Patti, dopo il non expedit ha deciso di scendere ad accordi per la sua sopravvivenza, ma soprattutto per i suoi vantaggi che riceveva anche sulla base di un peso sulla gente (dobbiamo ricordare che la Chiesa fino al fascismo e oltre poteva godere della fede del contado, ad esempio). Il dopoguerra ha segnato il trionfo di questo venire ad accordi, addirittura con la totale costruzione di un rapporto profondo con la democrazia cristiana che, in molti aspetti, proseguiva con mezzi e apparati, molto del codice fascista e dei metodi. Rapidamente pero’ la Chiesa ha visto sempre più assottigliarsi il consenso tra le masse, il diffondersi di un modello di vita che relegava l’aspetto religioso all’ambito della superstizione beghina premeva sempre più sulla Chiesa e il suo stesso adattarsi agli strumenti radio-televisivi segnava paradossalmente un indebolimento della catechesi e della diffusione della predicazione, perchè sempre più emergeva uno stridente contrasto tra le immagini d’un residuo del mondo antico e il modello di vita moderno. La Chiesa non ha comunque smesso di entrare nel mondo politico, anzi, ha sempre più sviluppato tentativi di tenere stretti rapporti con la politica italiana, seguendo il principio per cui la politica non poteva non contemplare la religione che, anzi, era fondamentale. Politica ancilla theologiae. La politica non poteva prescindere dalla Chiesa, neppure quella dei partiti che proclamavano come fine ultimo la liquidazione della Chiesa e che erano consapevoli che mai sarebbero stati in grado d’ottenerla, tanto più che nemmeno azioni di forza erano riuscite a eliminare la Chiesa in antico. Ma la tecnica, la comunicazione di massa avanzava, la Chiesa che pur ha tentato la via della comunicazione e dei “comunicatori” non è più venuta fuori dal suo baratro, la solennità non è resa da uno schermo, la ripetitività della funzione e del misterioso, silente e fideisticamente possibile miracolo d’ogni Missa, veniva sfiancato e sfibrato dalla più prosaica ripetitività del mezzo televisivo. La Chiesa entrando definitivamente nel mondo politico e accettandone il lessico e i mezzi ha lasciato un campo favorevole a lei, mettendosi nella condizione più vulnerabile e miserabile di tutte: scomparire per propria mano senza l’onore di Masada. Da possibile vittima dei tempi accerchiata a suicida per delle pagliuzze d’oro in più. La Bindi, democristiana pura nel senso peggiore dell’essere democristiani, ha detto quello che la Chiesa oramai ha compreso: Theologia ancilla Politicae. La religione ha perso a tal punto forza e  valore, imbarbarendosi con la pretesa di modernizzarsi (i cambiamenti degli uomini dovrebbero, per essere umani, necessitare decenni, figuriamoci quanti secoli necessiterebbe una naturale evoluzione di una religione millenaria) e di entrare a occupare spazi su spazi nel mondo moderno: la Chiesa si è annullata, ha deposto i suoi simboli, la sua dialettica, ha deposto le armi e ceduto il campo e la Bindi, democristiana dunque politica dunque credente nella divinità della politica e basta mostra, ulteriomente, come la politica abbia  utilizzato la Chiesa fino a quando la Chiesa è servita (e la Chiesa si è lasciata consapevolmente utilizzare per compiacere le sue gerarchie paoline), non ha fatto altro che levare l’ultima sottile maschera e porre una pietra sul risultato finale. Il mondo moderno è ora la religione e non necessita più del cattolicesimo, come non necessita più del vecchio mondo, sarebbe come se un partito si appellasse alle masse contadine che sono state cancellate dalla industria e dal mondo moderno, sarebbe un appellarsi ai cimiteri.

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