Il messaggio è: come si combatte la mafia? Facendo sfilate e manifestazioni e discorsi roboanti, poi nell’urna si prosegue come prima. Probabilmente si tratta pure una scelta di urna elettorale per evitare altri tipi di urne, ma forse sarebbe meglio piantarla con questa ipocrisia che viene, dritta dritta, insegnata ai propri figli che vedono babbo gridare “ah la mafia” e poi comportarsi esattamente come se non ci fosse o come se fosse solo quella robetta di piccolo taglieggio.
A Palermo è tornato Orlando, tutto uguale come venti anni or sono, e oggi c’è la scena delle navi della legalità. Non servono a nulla le manifestazioni, non significano nulla senza fatti concreti e una sfilata con striscioni non è concreta, occupa giusto un pomeriggio. Le alte cariche dello Stato, quello Stato che ha ammazzato Falcone e la moglie, Borsellino, tutti gli uomini della scorta, producono la solita pernacchia, il discorso ottimo per ogni occasione. La mafia è tornata quel pupazzone da spettacolo delle marionette, gli agganci con la politica? Discorso vietatissimo o non ti mandano in televisione facendoti diventare milionario a forza di libri scopiazzati.
Piantatela di insegnare l’ipocrisia ai vostri figli, piantatela di partecipare a puri titillamenti del vostro ego, onanismo sociale, sapete benissimo che non serve a nulla e che non significa nulla visto che basta la prima tornata elettorale per votare come sempre. Molti lo pensano, credo, ma non possono dirlo perché temono di passare per “collusi” o “pro mafia”, ma non è così, la mafia è contenta delle manifestazioni perché tanto non ne viene nulla.
Intanto a Brindisi si ipotizzano cose assurde, ovvero che la malavita si sia tirata la zappa sui piedi, attraverso un attentato impopolare , mentre in realtà c’è puzza di strategia della tensione lontano un miglio, se poi è stato un singolo non vuol dire nulla, sono proprio quelli più adatti ad essere spinti a forza di promesse ed esortazioni da regie occulte.
Nel turbine oscillatorio torno per un secondo sul fallimento Macao. Giovani vecchissimi, vetusti, da sputo, figli di un futurismo sciocco e immemore, quello che se si fosse fermato alla vacuità di pensiero della fasulla originalità di un canto sulla guerra (stupidità palese, come chi ha letto Omero o sfogliato Virgilio potrà intuire) sarebbe giustamente morto prima di nascere. Questi figli troppo abbondanti di aborti mai effettuati, questa sequenza allucinante da farmaco da bancone, queste carni morte perché, dati alla mano sulla umanità ante pacifico medicamento ossessivo, certo tra loro alta è la percentuale di nati per stravolgimento delle leggi naturali e umane, sono tanto vecchi da far ripugna e talmente attempati da coincidere in membra e vaniloqui con un Dario Fo o con il peggiore e più burocratico conservatorismo. Credono di essere progressisti, sono reazionari, di una reazione assai più livorosa di chi voglia abbattere un reale nemico, non hanno nemico, vogliono solo allargare il cordone dell’amico Stato e fare finanziare la loro mancanza d’arte. Artisti di strada son più le prostitute, quelle si vendono senza portar danno se non a loro stesse, quelle hanno certo più presenza scenica e sanno modulare a seconda dell’occasione, recitando a soggetto. Loro cosa sono? Figli di figli, sono un vente molle, sono incinti di sabbia solidificata, non possono farci nulla, non sanno farci nulla, si limitano a far pesare il loro contenuto da costruzione edilizia. Il loro fallimento evidente nasce certo più dalla stanchezza economica del momento che da una rigenerazione della popolazione, non mi illudo che sia il segno che i molti hanno capito, ma certo ci può fare gioco per sottolineare come questi macachi siano ancorati a moli dove attraccano solo navi dirette allo sfascio. Ritirando fuori un balbettio fascistoide da iscrizione dell’EUR, seguitano con la quasi secolare pretesa dello Stato finanziatore. Questi “artisti” infettano la società, li trovate in ogni comune, associazione, carcere (spesso molto più meritori loro del gabbio dei poveri cristi che devono sorbirseli), pronti a sostenere la prima causa che porti loro il finanziamento, sia disabili, immigrati, femminicidio, diritti del bambino, pedofilia, conservazione del cordone ombelicale, aborto, antiaborto, pillola del giorno prima, contraccettivi, via crucis, baldacchino mobile, trombata libera, sesso incatenato, ampolla del fiume, sterco del campo, scioglilingua, scioglipartito, scioglimento intestinale, loro, sacerdoti del lago di Nemi, sempre tremanti che un incapace al par loro sottragga l’obolo statale, vestiranno la casacca che gli parrà più adeguata. Quelli di Macao son di questo tipo, oramai vecchio, ma forse lo son ancora di più, han pensato di tentare il colpo di riportare il tutto al sistema del centro di accumulo rifiuti (senza inceneritore), si depositano a strati, umidicci, sperando che germini qualcosa, ma è solo lezzo che appesta. Stufi di vagabondare con la valigetta per proporre il campionario di minchionerie alle amministrazioni di turno, volevano tornare al modello di occupazione dei bei tempi dei primi ingroppi scolastici, quando alla prigione scuola si decise di togliere l’ultimo senso rimastole per gettarsi in pasto alla democrazia della promozione diffusa. Gente attardata, prevedibile nella scarsa fantasia, con fisime settarie e profondissima fistola tra buco del culo e bocca, che cicaleggia con le mani ricoperte di bavetta e che chiama arte la vaga iridescenza che alle loro bollicine viene da una luna di passaggio. Non funziona così ragazzini, prendete la vostra valigetta da commesso viaggiatore delle fesserie costose e moraleggianti, ci sono comuni, carceri, associazioni che vi attendono, dove il vostro soldino, regalo statale, lo prenderete pure esentasse grazie alle comode pieghe di onlus, fondazioni e associazioni. Godetevi i soldi, i premi e poi toglietevi dal palcoscenico degli stronzi e sperdetevi, una volta crepati, da qualsiasi cosa che possa dirsi “memoria” o “ricordo”.
A giudicare dalle immagini di Macao la vera rivoluzione in Italia, secondo questi tizi, si farà con giocolieri e clowns, molto appropriato per una Nazione retta e abitata da buffoni.
Dalle altre parti si occupano le piazze o ci si barrica nei pressi di Wall Street, da noi continua la saga della “occupazione dei tempi del Liceo” nel palazzone in centro a Milano dove si è tutti creativi perché siamo “Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”. Ha ragione Napolitano, NON SIAMO LA GRECIA.
Siamo ancora alla fase del facciamo casino e magari salterà fuori l’occasione per una sveltina rivoluzionaria dietro le scatole di cartone, alla luce delle fiaccole dei giocolieri e al suono della chitarra sciapita del solito cantantucolo mezzo sciancato.
Ovviamente non potevano mancare autentici rivoluzionari come Daria Bignardi o come il premio Nobel Dario Fo (uso premio Nobel consapevolmente, ovvero come insulto visto che è tale da varie decine di anni) tutta gente che o si ricorda di come, a far la rivoluzionaria, un posto fisso glielo hanno dato o come c’è sempre qualche pulzella che possa cadere svenuta per il grande nome (ricordo Franca Rame in un suo imbarazzante -per Fo- discorso in diretta alla Rai, molti anni or sono).
Questo è il massimo che la intellighentia italica saprà partorire in ambito rivoluzionario, questo e le riunioni di menti eccelse (Eco, Savy, Zagry etc..) per spiegare al pubblico adorante e sbandierante quanto non siano degni neppure di comprare i loro libri.
Concludendo Dario Fo rientra come Benigni nella categoria del buffo, secondo quanto ricordava Carmelo Bene, ovvero uno che diverte le corti ed è conciliante, il suo graffio è assolutamente smussato, l’unica comicità risiede nella tragicomica illusione del pubblico.
PS: notare i fiori di milionari aderenti che non scuciranno un centesimo per affittare la sede dei loro sogni giovanili o trovarne un’altra
Conosci te stesso, venissero giù i santi e trovassero spazio ecco che cosa ripeterebbero, seduti sopra scomodi sedili in plastica, durante le riprese dello spettacolino dei cincillà ammaestrati che La7 diffonderà, a fogne unificate, per l’aere italico. Due veri combattenti del nemico invisibile. Uno, notoriamente pretino spretato, da azione cattolica e socialismo (anti)militante, notorio il suo craxianesimo da naia, l’altro il capoccia a uovo della mafia da cinepanettone, quello che descrive di mafiose da Kill Bill, immerse in liquami con bollicine e che si ricorda della Mafia e dello Stato con la S maiuscola solo per uno dei partiti più recenti (ma certo non incolpevoli) del disastrato panorama politico, cementificato a destra e a manca dal dopoguerra, come non mai. Il secondo, partendo dalle fattezze assimilabili per l’ampio pelame a scudo dell’occhio al Cristo Pasoliniano, ha tentato negli anni di ritagliarsi la fama del redivivo poeta di Casarsa, un coro di beoti e di intellettuali da basso cabotaggio ha rilanciato l’assimilazione, ma, dobbiamo dirlo, non c’è stata una grande risonanza alla fine. Perché?
Semplice. La maggior parte della popolazione non capiva neppure di cosa si stesse parlando, anche se negli anni si è dato ampio spazio a quel tracimare di inchiostro che ha fatto di Pasolini una sorta di San Francesco laico, il santino non è stato ben assimiliato, nisba, la nicchia di chi comprendeva il riferimento era suddivisa tra i beoti che lo sostenevano e quelli che lo rinnegavano. L’operazione Saviolini è naufragata. Oggi parte una operazione che riceve invece il nostro plauso: operazione Boccalini. Saviano è il nuovo Giorgio Bocca e così eredita pure la rubrica l’Antitaliano sull’Espresso. Perfetta sintonia. Boccalini rende già l’idea di come si debba essere boccaloni per esaltarsi. Sul fatto che Bocca fosse l’Arcitaliano, piuttosto che l’Antitaliano, abbiamo già dato vari contributi, e Saviano nel suo retoricume zoppicante è un degno erede di Bocca, anche come banderuola. Ad essere sinceri pare più il pomello che sovrasta l’asta della bandiera e abbiamo sempre pensato che l’unica lucidità nelle sue argomentazioni e nelle sue esposizioni fosse da rintracciare in un accurato sfregamento mattutino alla calotta. A differenza di Bocca che girava come una trottola, Saviano, come il pomello appunto, non ha una vera direzione, al massimo è più o meno avvitato e cigola un poco, ma non ha tanto da fare la banderuola. Bocca era più aspro, parimenti narcisista come Saviano (io, io, io ama ripetere), aveva quella ruvidità che Saviano non riesce bene a dimostrare. L’essere ruvidi e cattivi era in fondo una delle poche qualità di Bocca, lo strappava dalla sua mediocrità, altrimenti totale, Saviano non ci riesce, i suoi interventi, anche di ripicca o del “te lo avevo detto”, come un bambinello al parco, sono sempre deboli e così non gli si può neppure, ad onore del vero, dare il titolo di grande stronzo che spettava al cuneense, in fondo le esperienze di vita segnano, Bocca era nato nel pieno della retorica fascista ed ha assorbito a pieni polmoni, riversandola negli anni più recenti sopra Napoli o i Socialisti (post eventum) e avanti di questo passo, Saviano è figlio di miti defunti, è nato molto dopo il ’68, unici punti di riferimento stabili sono stati un papa polacco, bim bum bam alla televisione, un cavaliere politico, il romanticume sfatto del muro di Berlino, insomma poca roba, gli manca il mordente. Sotto sotto è un giovane precario, ha vinto la lotteria e non ha ancora capito come spenderli questi soldi, li lancia un po’ da una parte e un po’ dall’altra, gli sfugge il suo vero ruolo nell’esistenza. Vorrebbe fare il Vate Nazionale, ma c’è concorrenza, Benigni gli porta via spazio, Fo fofeggia, Umberto Eco si veste da Guglielmo da Baskerville, Grillo, dico Grillo, lo sovrasta e non oso immaginare quanto fegato si starà mangiando il nostro cicalone. Lui ha tentato il gioco del contrasto per risultare vincente: venendo in trasmissione con una carta velina, Fazio, dello spessore e della resistenza di un’ostia (consacrata o meno) in bocca, ma perfino accanto a Fazio la sua retorica non viene fuori con forza, il trucco della spalla debole è vecchio e molto teatrale (Gassman si aggirava con molto gusto con Villaggio) ma se non hai il fisico non c’è nulla da fare. In definitiva ci pare che il Saviano come erede di Bocca sia certo più accettabile rispetto alle pretese pasoliniane, ma ci viene sempre il dubbio che sia una manovra per costringerci, cosa impensabile, a rimpiangere perfino Giorgio Bocca.
Leoluca Orlando Cascio (diceva il Signor K) era la primavera di Palermo. Era quello dello scontro Falcone e della Cianciminata
Le primavere arabe si sono risolte nel mettere al potere dittatori più graditi ai capoccia esteri, eliminare quelli che volevano gestirsela troppo tra di loro (e perfino per il loro popolo).
Diffidate delle primavere.
Un vecchio canto parlava del popolo bruto che snudava il banano al giungere dell’amato sovrano. A noi oramai si chiede di peggio. In compenso guardiamo, divertiti (?), lo spettacolino delle varie elezioni, alcune valgono ancora qualcosa, altre sono pantomime sullo stile americano.
Francia vince Hollande, tutto normale, reazioni tranquille perché non cambia nulla, il blah blah elettorale non vale nulla.
Grecia: grossa perdita dei due partiti tradizionali, agitazione, già si parla di rifare le elezioni perché, come capita in Italia con la giustizia, le sentenze valgono solo se garbano al pubblico ministero, altrimenti si ripete all’infinito.
Italia: se il partito di Grillo si mette a fare boom gli fanno fare boom (questioni fiscali o cose del genere). Insomma c’è già troppa gente che mangia per farne entrare uno in più, basta la Lega a simulare il malcontento e a fare da valvola di sfogo, inoltre c’è Dipietruccio o Vendoluccio, insomma il posto è già occupato.
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non rappresenta una testata giornalistica. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.